Far sì che i sogni
diventino realtà!
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«I motivi
per cui vale la pena vivere? Tantissimi.
Anche solo la fortuna di essere nati.
A quanti non è capitato?».
«Il virtuale è l'opposto del reale, una fuga nell'impossibile.
Se si vive così si è prigionieri, più di quanto lo fossi io».
Dal
nostro inviato a Loreto, Lucia Bellaspiga
("Avvenire",
1/9/’07)
Quando arriva a Loreto, nella piazza della Basilica affollata di ragazzi che cantano da ore, potrebbe passare inosservato, con la sua camicia a quadri, i jeans nocciola e i sandali ai piedi, ma ormai il suo è un volto troppo noto per guadagnarsi l'anonimato come vorrebbe e certo la statura non lo aiuta a scomparire. L'"Agorà" è dei giovani, ma il primo a chiedergli il permesso di stringergli la mano è un anziano; poi arrivano loro, i ragazzi, che subito lo riconoscono: 39 giorni passati in prigionia, sequestrato da banditi islamici nelle Filippine, hanno fatto - suo malgrado - di padre Giancarlo Bossi un simbolo e una celebrità. Per chi come lui ama poco le parole e molto i fatti, e aveva scelto di vivere lontano da fama e riflettori, ha il sapore del paradosso: «ma ormai ci ho fatto il callo», sorride. Domani (oggi, "ndr") incontrerà il Papa, e soprattutto dovrà immergersi in quell'"oceano" di giovani accorsi a Loreto: ancora una volta dovrà parlare, lui, l'uomo dei fatti. «Lascerò che a farlo sia il cuore» È ancora magro, tanto da sembrare più alto dei suoi due metri, e nel viso scavato gli occhi sono ancora più azzurri. Decenni di Estremo Oriente non hanno scalfito il suo accento lombardo, così genuino, così vicino alla gente di qualsiasi latitudine, così adatto a un "manovale" di Dio.
Il Santo Padre e centinaia di migliaia di ragazzi: un doppio incontro importante, padre Bossi...
Le emozioni sono tante, specie all'idea di vedere da vicino il Papa. Non mi era mai capitato di incontrarne uno! Prima di morire vado a conoscere il mio... "diretto superiore". Lo ringrazierò per aver pregato per me durante il sequestro, lui che ha tante cose cui pensare. Vede, mentre noi parroci di campagna abbiamo più tempo libero e possiamo gestircelo come vogliamo, un Papa no, eppure so che si è preoccupato per me.
Durante quei giorni bui, le è mai capitato dentro di sé di gridare, come Cristo, «Padre, perché mi hai abbandonato»?
No, perché non mi sono mai sentito abbandonato. Ho solo chiesto tante volte a Dio il motivo per cui mi avessero rapito, ma devo ancora capirlo. E l'altra cosa che gli dicevo sempre era questa: ora che mi hanno preso, manda a Payao un altro prete che sappia amare la gente di qui. Ero lì da soli due mesi, improvvisamente mi trovavo prigioniero e non sapevo perché...
La preghiera le dava reale sostegno?
Molto. Ma le assicuro che quando si è in quelle condizioni anche pregare è dura. Anni fa ero stato cappellano in ospedale a Lecco e un giorno chiesi a un malato di pregare per me. Lui mi rispose che quello era il luogo meno indicato per la preghiera. Una frase che allora non capii ma che in prigionia mi è sembrata lampante: avevo tutto il tempo che volevo per pregare, ma la concentrazione spesso spariva e mille pensieri distraevano il mio rosario, affollavano la mente. Però andavo avanti lo stesso.
Una vicenda così terribile le ha lasciato qualcosa di positivo?
Solo una cosa, ho scoperto quanto davvero Dio sia padre di tutti, almeno nella preghiera: ho pregato con i miei fratelli musulmani.
Intende i rapitori?
Loro. Se tutti pregavamo Dio,
non potevamo non essere fratelli. Io lo facevo in silenzio, ma quando vedevano
la mia posizione e le mani giunte non mi venivano mai a disturbare. Spesso
dialogavo, chiedevo se secondo loro ci stavamo rivolgendo allo stesso Dio, e
loro rimanevano un po' lì, stupiti. Facevo notare però che loro pregavano con
il fucile in mano e che questo non era servire un Dio di pace, finché un giorno
mi hanno risposto che «Allah è nel nostro cuore ma non nel nostro lavoro».
Una forte contraddizione, ma
quanti cristiani nella loro vita fanno scelte incoerenti con il Vangelo?
Vive ancora l'incubo del sequestro?
Non ho mai avuto incubi, ero certo che mi avrebbero prima o poi liberato. D'altra parte ero già stato a Payao dal 1980 al '90, ero a casa mia... L'unica preoccupazione era per i miei cari in Italia che non sapevano più nulla di me da quando ero stato prelevato dopo aver detto Messa, mentre tornavo sulla mia moto.
Cosa vuole dire ai giovani di Loreto?
Che l'importante nella vita è agire, far sì che i sogni diventino realtà.
Il suo lo è diventato?
Il mio lo diventa tutti i giorni. Anche Gesù disse "tutto è compiuto" eppure i poveri sono ancora poveri e gli affamati ancora affamati, però fin quando ci saranno persone che si prendono cura di loro il "tutto è compiuto" del Signore è davvero compiuto. Ecco cosa dirò ai giovani: sognate, non smettete mai! I nostri ragazzi sono molto svegli, ma vivono troppo in un "mondo virtuale", che non è quello dei sogni, anzi: i sogni sono ideali che si realizzano, il virtuale è l'opposto del reale, una fuga nell'impossibile e quindi nell'inutile. Se si vive così si è davvero prigionieri, molto più di quanto lo fossi io.
Aiutiamoli a sognare, allora: quali sono i motivi per cui vale la pena vivere?
Tantissimi. Anche solo la fortuna di essere nati. Pensiamoci bene: a quanti non è capitato?