Padre Bossi, l'uomo del «punto e basta»
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Dopo la
dura esperienza del rapimento,
padre Giancarlo Bossi, uomo schivo e concreto,
ha accettato di raccontare in un libro la sua storia.
Anticipiamo ampi stralci dell’introduzione.
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Gerolamo
Fazzini
("Missionari del Pime", Ottobre 2007)
«Punto e basta». Padre
Giancarlo lo ripete
spesso, nei suoi racconti. Più che un ritornello, un marchio di fabbrica. Che
dà la cifra dell’uomo (stavamo per dire del "personaggio", se non
fosse che la parola stona in questo caso), lo spessore spirituale di un
missionario trovatosi sotto i riflettori della cronaca suo malgrado.
«Punto e basta». C’è tutta la concretezza tipicamente lombarda in quelle
parole, ci son dentro il pragmatismo del contadino avvezzo all’essenzialità e
l’allergia ai ragionamenti troppo complicati, ai distinguo troppo sottili. C’è
anche la semplicità evangelica dell’uomo, che spontaneamente cita i passi
più esigenti e provocatori del Vangelo e li ripropone in maniera diretta,
volutamente "sine glossa".
Il «punto e basta» di padre Giancarlo non è l’"ultimatum" di chi impone l’ultima
parola nel dialogo. Al contrario è il segnale che certi argomenti - la vita
cristiana in "primis" - richiedono poche parole. Dopo di che è (o
dovrebbe essere) il turno dei fatti. I discorsi lasciano il tempo che trovano,
conta molto di più rimboccarsi le maniche.
Per conoscere e capire padre Giancarlo Bossi - l’uomo del «punto e basta» -
occorre partire dalla sua Abbiategrasso, adagiata lungo il Naviglio, nella
"Bassa"
milanese. Il paesaggio, da queste parti, non è troppo dissimile da quello di
anni fa: ancora lo sguardo si stende su distese verdi, campi coltivati a
granoturco e riso.
Il «punto e basta» di Bossi affonda qui le sue radici. In una terra di
cristianesimo popolare, fatto di carità "spicciola", senza troppi fronzoli, di
solidarietà operosa, priva di orpelli.
Padre Giancarlo è un "missionario-contadino". Agli orecchi di qualcuno potrebbe
suonare offensivo, non così per il diretto interessato. Contadino, figlio di
contadini, è diventato missionario ed è finito in una terra di contadini. Se
solo arrivasse l’assenso dei superiori, padre Bossi si insedierebbe volentieri
in un villaggio della campagna filippina (il più piccolo e remoto possibile)
per condividere il più possibile la vita della gente, diventare uno di loro e
«gridare il Vangelo con la vita», in uno stile di semplicità estrema. Al modo
di Charles de Foucauld.
Padre Bossi ama raccontare un aneddoto che ha segnato l’avvio della sua
missione a Mindanao: un ragazzo, al quale aveva regalato una caramella, la rompe
con un sasso e ne distribuisce una parte ciascuno agli amici. «Quel gesto mi
colpì e mi costrinse a riflettere. Cosa ci faccio qui, io missionario, se
questa gente già pratica la solidarietà?». La risposta è in una parola:
«esserci». Ossia testimoniare con la vita l’amore di Dio per tutti,
condividere nella semplicità e nella quotidianità. È il modo migliore - fa
capire padre Giancarlo - per far breccia nei cuori, per far sì che il seme del
Vangelo metta radici profonde. Senza fretta, con infinita pazienza…
L’uomo del «punto e basta» è l’ultimo che avrebbe voluto un libro su di
lui. Chi conosce bene padre Giancarlo si meraviglierà non poco di vedere un
volume a sua firma. Ma lui confessa di aver accettato - dopo il sequestro durato
40 giorni - il «rapimento dei media» (interviste, apparizioni in Tv, ecc.)
come un sacrificio. Per il bene della missione. «Forse Dio ha permesso che mi
prendessero per valorizzare le tante persone che, come me, hanno sempre lavorato
nel silenzio e nel nascondimento. Io sono diventato famoso solo perché sono
stato rapito, non certo per il lavoro che facevo. Come me, ci sono tante altre
persone eccezionali che lavorano in silenzio e che nessuno conosce».