Padre Bossi ripercorre la sua esperienza

PRECEDENTE   
«Il rapimento? Il mio vero Esodo»    SEGUENTE

Quaranta giorni trascorsi nel dialogo con i rapitori e nella preghiera.
«Mi chiedevo perché Dio lo avesse permesso.
Una domanda che mi porto ancora dentro».

P. GIANCARLO BOSSI, Missionario del Pime nelle Filippine.

Gerolamo Fazzini
("Mondo e Missione", Ottobre 2007)

Quaranta giorni: lunghi, lunghissimi. Che hanno lasciato il segno. E tanti interrogativi. «Conosciamo autori e motivi per cui è stato organizzato il mio rapimento», spiega padre Giancarlo Bossi, protagonista dell’avventura che l’ha visto prigioniero dal 10 giugno al 19 luglio scorsi. «Ma quale significato ha agli occhi di Dio? È una domanda ancora aperta».
Una domanda che padre Giancarlo ha affidato a un libro, dal titolo: "Rapito. Quaranta giorni con i ribelli, una vita nelle mani di Dio". In esso ripercorre le tappe del suo sequestro e le riflessioni maturate in quei giorni e racconta la sua storia precedente, dalla vocazione alla missione nelle Filippine. Il volume - in uscita questo mese, per i tipi della "Emi" (Editrice missionaria italiana), in collaborazione con "Mondo e Missione" - è corredato da un contributo di Pino Scaccia, inviato della "Rai", che per il "Tg1" ha seguito passo passo la vicenda del sequestro Bossi. Pubblichiamo ampi stralci del capitolo dedicato al rapimento.

Che rapporti hai avuto con i musulmani prima del rapimento?

Ho sempre offerto e richiesto rispetto, il che significa anche riconoscere che siamo diversi. Ma accettare l’altro nella sua diversità è la base del dialogo; se manca, avremo sempre un «dialogo del sospetto». Quando sono tornato a Payao dopo il rapimento, ho detto alla gente di continuare il dialogo con i musulmani. E ho spiegato che chi mi ha rapito è semplicemente un criminale, non l’ha fatto in quanto musulmano. Ci tenevo a chiarirlo, perché il dialogo, dopo il sequestro, rischiava di interrompersi. La situazione a Mindanao è sempre sul filo del rasoio, basta poco per farla precipitare, strumentalizzando le differenze religiose. Nel mio rapimento non c’entravano questioni di fede, ma solo economiche.

I rapitori, però, hanno detto che con i soldi dell’eventuale riscatto avrebbero comprato armi. Erano implicati nel "jihad"?

La questione è emersa quando li ho provocati chiedendo: «Voi pregate e io prego. Ma è lo stesso Dio?». Uno dei sequestratori mi ha spiegato che i musulmani non si sono mai sentiti rappresentati dal governo filippino. A quel punto gli ho chiesto: «I soldi del mio riscatto vi servono per comprare armi per il "jihad"?». Risposta: «Sì». Sono sicuro che compreranno armi, però se davvero faranno la guerra santa non lo so. I miei carcerieri avevano un livello culturale piuttosto basso e davano l’impressione di essere stati indottrinati da qualche estremista.

Un rischio sempre presente a quelle latitudini…

Il problema, a monte, è che non esiste una traduzione del Corano nella lingua locale, ma solo in arabo. L’interpretazione del testo sacro dipende sempre dall’"imam" di turno. Il fondamentalismo nasce spesso dall’ignoranza o da un’interpretazione non corretta del Corano. A Mindanao negli ultimi anni sono state create diverse "madrasse" in cui viene data un’educazione fondamentalista e da esse sono usciti i nuovi "leader" delle comunità islamiche.

Nei giorni del rapimento com’era la tua preghiera?

Pregavo innanzitutto per i miei a casa: non sapevano nulla di me. Credo che la loro sofferenza sia stata molto maggiore della mia. Dev’essere terribile stare senza notizie: il primo messaggio che mi hanno detto di scrivere è stato dopo tre settimane. Pregando, chiedevo anche a Dio di farmi capire il perché di quello che mi stava succedendo. Ero arrivato a Payao da due mesi soltanto; non avevo chiesto di ritornarci, ma in quel momento c’era bisogno lì: la parrocchia era in condizioni molto precarie. Ero da solo, con una parrocchia di circa 35mila persone. Mi chiedevo: perché il Signore ha permesso il mio rapimento? Che disegno c’è dietro? È una domanda che mi porto dentro anche adesso.

E che risposte ti sei dato?

Ho pensato che forse Dio ha permesso che prendessero me per valorizzare le tante persone, spesso eccezionali, che hanno sempre operato nel silenzio e nel nascondimento. Io sono diventato famoso solo perché sono stato rapito, non certo per il lavoro che facevo. Ma, come me, tanti altri lavorano in silenzio e nessuno li conosce.

Che idea ti sei fatto dei rapitori?

Erano «bassa manovalanza». Ubbidivano e "stop". Un capo del gruppo teneva i contatti con l’organizzazione, tra loro i membri non si conoscevano. È stato loro ordinato di andare a Payao e di catturarmi. Alcuni non sapevano nemmeno che io sono prete. E mi hanno detto che, se l’avessero saputo, non avrebbero partecipato al sequestro. Credo però sia una forma di giustificazione. L’avrebbero fatto lo stesso: ci sono minacce molto forti per chi non ubbidisce e la morte per chi tradisce.

Da cosa si capisce che erano stati indottrinati?

Chiedevo loro: «È più importante il Corano o la parola del tuo capo?». Mi rispondevano: «Il Corano!». «E se il tuo capo ti dice di fare una cosa contraria al Corano? Il Corano dice forse di rapire le persone?». A quel punto i miei interlocutori andavano in crisi, perché avvertivano la contraddizione.

Di cosa parlavate?

Mi raccontavano di tutto. Mi hanno detto di aver già compiuto operazioni militari. Il fucile lo armeggiavano benissimo, lo smontavano e rimontavano in un attimo. Avevano già ammazzato della gente, anche persone del loro gruppo, «traditori da punire». Mi dicevano che le armi servivano per la loro difesa. C’è anche molta violenza al loro interno: faide familiari, regolamenti di conti... Possono passare dieci o vent’anni, ma se sei sulla lista, prima o poi la morte arriva.

Parlavate anche di fede e religione?

Sì, soprattutto di questo. Mi hanno fatto domande sul Papa, stupiti del suo ruolo. Non avendo una figura «che dice l’ultima parola», capivano che quello dell’autorità è un servizio prezioso. Erano meravigliati che noi cristiani traducessimo la Bibbia nelle lingue locali, mentre il Corano si legge solo in arabo. L’altra cosa che li ha scandalizzati è stato il problema dell’interpretazione. Chiedevo: «Come fate a pregare con il mitra a fianco?». Rispondevano che Allah è nel cuore, ma non nelle scelte della vita. In fondo è anche il ragionamento di certi cristiani: Dio c’è, ma la vita è un’altra cosa…

Si sono presentati come uomini di "Abu Sayyaf". Era vero?

A tutt’oggi, non si sa. Ne dubito, perché mi hanno portato in una zona sotto controllo del "Milf". E i due gruppi - è noto - non sono certo amici. I miei carcerieri sicuramente non sarebbero stati in grado di organizzare un rapimento. Dietro c’erano certo una mente e un gruppo organizzato.

Come si fa a guardare i rapitori «con altri occhi»?

Per me ha voluto dire gustare le cose che sanno darti col cuore. I miei carcerieri sapevano che quando mi mettevo su una roccia era per pregare, quindi non mi hanno mai disturbato. Anch’io non mi permettevo di disturbarli mai mentre pregavano. È molto bello saper riconoscere il bene che c’è in ogni persona. Chiedevo loro anche delle rispettive famiglie e auguravo loro di amare i loro figli come mostravano di coccolare il loro fucile… Ridevano, all’inizio. Poi, capito cosa intendevo, ci pensavano su.

È possibile che alcuni cristiani locali abbiano collaborato al rapimento, fornendo informazioni?

È un dubbio che mi hanno instillato i rapitori stessi. La gente della parrocchia sa i miei spostamenti. Può darsi che abbiano fatto ubriacare qualcuno e che questi abbia raccontato tutto, magari senza rendersene conto. Il fatto che qualcuno possa avermi «tradito», magari per soldi, non mi scandalizza, lo metto nel conto. Il Vangelo non è mai accolto fino in fondo da tutti: anche in casa tua hai sempre dei nemici. Nella vita missionaria capitano a tutti delusioni cocenti, responsabili che rubano o imbrogliano... Questo lascia tanta amarezza, specie se riguarda collaboratori stretti.

Sotto il profilo spirituale, cosa ti ha lasciato l’esperienza del rapimento?

Ho vissuto un’autentica povertà, mangiando riso e sale, come la gente nei villaggi. In più avevo sempre le stesse domande che mi ronzavano in testa: perché hanno preso me? Che ci faccio qui? Per quaranta giorni, è una tortura, un cercare senza trovare. Spero di trovare risposte; finora non ci sono ancora riuscito.

Quaranta giorni di prigionia: un numero biblico.

Mi sono ricordato dell’Esodo: un cammino iniziato e da portare a termine. Ma ho pensato anche ai quaranta giorni di tentazione di Gesù. Liberazione e tentazione sono due dimensioni sempre presenti e collegate tra loro. Anche Israele l’ha sperimentato: aveva nostalgia della schiavitù. Per me il sequestro è stato anche un cammino di purificazione, di recupero dell’essenzialità, scoprendo più profondamente il senso della povertà. Mangiavi quando te ne davano e quel che ti davano. Sperimenti davvero la Provvidenza. La volta in cui è arrivato un pollo abbiamo fatto festa grande!

Tu hai detto di aver perdonato i tuoi rapitori…

Il sentimento di perdono è nato in me spontaneamente. Del resto, se non riesci a perdonare hai fallito nel tuo essere prete. A darmi la spinta è stata la prima riga del "Padre nostro". Se riusciamo a chiamare Dio «Padre», gli altri sono fratelli. Se non ci riconosciamo tali, facciamo come Caino e Abele. Considero i rapitori miei fratelli. La mia preghiera è che sappiano un giorno tornare a casa, sedersi a tavola con la loro famiglia, mangiare nella pace e nella tranquillità. L’ho detto anche a loro.

Come hanno reagito?

Si sono stupiti. Credo che non abbiano mai sentito parlare di fratellanza e il fatto che io pregassi per loro li colpiva. L’idea di perdono è qualcosa di grande che noi cristiani possiamo donare ai musulmani, spesso prigionieri di logiche di vendetta. E la vendetta è l’inizio di una catena di male che si può interrompere solo con il perdono e riconoscendosi fratelli.

Perdonare è stato un modo per seminare?

Il Signore agirà come meglio crede: le sue vie sono infinite. Io, però, ai rapitori ho detto quello che mi veniva dal cuore: «Se non siamo fratelli, non ha senso pregare insieme. Se Dio è il Dio della pace, perché avete i fucili?». Credo che qualcosa abbiano recepito, perché quando si parlava di fratellanza dicevo loro che non avrei potuto avere come Dio uno che non vuole la pace.

Il tuo sequestro è stato un modo «imprevedibile» di continuare la tua missione (come ha detto il superiore generale del Pime, padre Zanchi) o una forzata sospensione?

Il rapimento è parte della mia missione, non posso cancellarlo. Quanto accaduto mi ha precisato la chiamata a costruire un mondo in cui tutti siano fratelli, pur nella diversità delle nostre fedi. Questa per me è la sfida di tornare a Mindanao e fare della parrocchia di Payao il simbolo di un dialogo possibile. Il prete è un ministro di riconciliazione e mi sento ricaricato, da questo punto di vista. Non so se ho capito meglio i musulmani; sta di fatto che il dialogo con loro è passato anche attraverso l’esperienza del sequestro. Spiritualmente parlando, considero questa esperienza una grazia, anche se è stata molto dura.

Quaranta giorni senza poter celebrare la Messa o recitare il breviario: come hai vissuto tutto ciò?

Tutti i giorni recitavo il rosario completo; mi serviva anche per tenere il calendario. La domenica, invece, pensavo solo all’Eucaristia. Tutto il mio rosario ruotava intorno alla lavanda dei piedi, alle ultime parole di Gesù, al significato dell’Eucaristia. Mi è mancato molto non poter celebrare la Messa con la mia gente: ci ho pensato moltissimo.

Che cosa ha tenuto in piedi la tua speranza?

Oltre al ricordo di chi ci era passato prima di me e ne era uscito felicemente, pensavo agli amici, alle loro facce. Quando ho saputo tutta la solidarietà che avevo ricevuto in Italia e nelle Filippine, sono rimasto molto colpito. Un «movimento» del genere, fiaccolate, veglie… Ebbene: se molti sono andati a confessarsi o hanno ritrovato la fede, ringraziamo il Signore. La mia speranza è che questo non abbia lasciato un segno solo emotivo e superficiale. Se qualcuno ha imparato a pregare, spero continui a farlo.

C’è qualcosa che cambierà ora nel tuo essere missionario?

Credo di no, perché i valori rivissuti nel periodo del rapimento - povertà, essenzialità… - erano già dentro di me. Spero ora di rientrare nell’anonimato: essere famoso non fa parte del mio carattere. Non ho cercato questa notorietà, e vorrei tornare presto nel silenzio.