ANTICIPAZIONE

«I ribelli sono criminali ma sono anche miei fratelli».
Padre Bossi, il prete sequestrato dagli islamici nelle Filippine, racconta…

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«Perché Dio permise il mio rapimento?
Forse per valorizzare le persone
che come me operano nel silenzio e nessuno conosce».

P. Giancarlo Bossi, subito dopo la liberazione...

P. Giancarlo Bossi
("Avvenire", 5/10/’07)

IL LIBRO
40 giorni a Mindanao

Nei 40 giorni passati a giugno con i ribelli di Mindanao, nelle Filippine, padre Giancarlo Bossi, missionario del Pime, ha ripensato spesso alla sua storia. E si è domandato il senso dell’esperienza che stava vivendo. Perché proprio a lui?
La riflessione accompagna ora la cronaca del rapimento nell’«instant book», curato dalla redazione di «Mondo e Missione», che padre Bossi firma per l’"Editrice Missionaria Italiana" e oggi in uscita:
«Rapito. Quaranta giorni con i ribelli, una vita nelle mani di Dio» (pp. 128, euro 10). Ne offriamo qui uno stralcio…

Sono arrivato a Payao nel 1987. In quel momento i musulmani stavano facendo letteralmente scappare via i cristiani da lì.
L’"islamizzazione" moderna nell’isola ha conosciuto sostanzialmente due fasi. La prima, a metà degli anni Ottanta, ha visto l’arrivo di un numero significativo di predicatori estremisti dall’Afghanistan, i quali hanno fondato molte "madrasse" (le "scuole coraniche"). La seconda fase – attorno al 2000 – ha visto protagonista il gruppo "Abu Sayyaf". Dopo l’11 settembre 2001 sono emersi i sospetti di collegamenti fra questo gruppo e la rete di "Al Qaeda". Nell’isola di Basilan, la loro "roccaforte", ma anche in alcune altre zone dove è presente "Abu Sayyaf", i preti stranieri non ci possono più stare.
Credo nel dialogo con tutti. Ma la base per dialogare resta comunque sempre il rispetto. Perché, se manca il rispetto, il dialogo è finito.
Quando invece cristiani e musulmani si rispettano, dialogano anche nella diversità. È quanto ho detto anche alla moschea di Abbiategrasso, dopo la mia liberazione.
Mi avevano detto che anche loro avevano pregato per me durante il rapimento e quindi sono voluto andare di persona a ringraziarli. È stato un incontro semplice, senza grandi cerimonie. Quando c’è rispetto, tutto diventa possibile.
Ricordo che i miei rapitori mi hanno fatto domande sul
Papa, erano stupiti del suo ruolo. Non avendo l’islam una figura «che dice l’ultima parola», capivano che quello dell’autorità è un servizio prezioso.
Non solo. Erano meravigliati che noi cristiani traducessimo la Bibbia nelle lingue locali, mentre il Corano si legge solo in arabo. L’altra cosa che li ha scandalizzati è stato il problema dell’interpretazione.
Chiedevo loro: «Come fate a pregare con il mitra a fianco?». Rispondevano che Allah è nel cuore, ma non nelle scelte della vita. In fondo è anche il ragionamento di certi cristiani: Dio c’è, ma la vita è un’altra cosa, la fede non determina le scelte concrete...
Ho provato a "gustare" le cose che essi sapevano darmi col cuore. Un esempio: i miei carcerieri sapevano che quando mi mettevo su una certa roccia era per pregare; quindi in quei momenti non mi hanno mai disturbato. E anch’io non mi permettevo mai di disturbarli mentre pregavano. Pregavo innanzitutto per i miei a casa: non sapevano nulla di me. Credo che la loro sofferenza sia stata molto maggiore della mia.
Poi mi chiedevo: perché il Signore ha permesso il mio rapimento?
Che disegno c’è dietro? È una domanda che mi porto dentro anche adesso. Ho pensato che forse Dio ha permesso che prendessero me per valorizzare le tante persone, spesso eccezionali, che hanno sempre operato nel silenzio e nel nascondimento. Io sono diventato famoso solo perché sono stato rapito; non certo per il lavoro che facevo. Ma, come me, tanti altri lavorano in silenzio e nessuno li conosce.
Può sembrare strano ma pregavo il "Magnificat". Il motivo? Penso che la Madonna abbia sempre saputo leggere le cose negative come passate e scoprire le cose belle che stavano già nascendo. Anche io stavo attraversando un periodo negativo, tuttavia lo leggevo nella prospettiva di una liberazione; e questo cambiava tutto, mi faceva godere la bellezza del cantico.
Il sentimento di perdono è nato in me spontaneamente. Del resto, se non riesci a perdonare hai fallito nel tuo essere prete. A darmi la spinta è stata la prima riga del "Padre nostro": se riusciamo a chiamare Dio «Padre», gli altri sono fratelli. E se non ci riconosciamo tali, facciamo come Caino e Abele. Considero i rapitori miei fratelli. La mia preghiera è che sappiano un giorno tornare a casa, sedersi a tavola con la loro famiglia, mangiare nella pace e nella tranquillità. L’ho detto anche a loro. Si sono stupiti. Credo che non abbiano mai sentito parlare di fratellanza e il fatto che io pregassi per loro li colpiva. L’idea di perdono è qualcosa di grande che noi cristiani possiamo donare ai musulmani. Spesso loro sono prigionieri di logiche di vendetta. E la vendetta è l’inizio di una catena di male che si può interrompere solo con il perdono e riconoscendosi fratelli.
Il rapimento è parte della mia missione, non posso cancellarlo.
Quanto accaduto mi ha precisato la chiamata a costruire un mondo in cui tutti siamo fratelli, pur nella diversità delle nostre fedi. Questa per me sta alla base della sfida di tornare a Mindanao e fare della parrocchia di Payao il simbolo di un dialogo possibile. Il prete è un ministro di riconciliazione e, da questo punto di vista, mi sento "ricaricato". Non so se ho capito meglio i musulmani; sta di fatto che il dialogo con loro è passato anche attraverso l’esperienza del sequestro. Spiritualmente parlando, considero questa esperienza una grazia. Anche se – devo ammettere – è stata molto dura.
Volevo invitare la gente a continuare il dialogo con i musulmani. A Payao metà della popolazione locale è musulmana, io ero stato rapito da un gruppo musulmano.
Non volevo si creasse un clima di conflitto... Credo che il messaggio sia stato ben accolto. E il messaggio era: si va avanti, continuando il lavoro e il nostro dialogo con i fratelli musulmani. Ho spiegato che chi mi ha rapito è semplicemente un criminale, non l’ha fatto in quanto musulmano.
Mi ritrovo molto in
Charles de Foucauld. Mi attrae la scelta di vivere in un villaggio facendo il "monaco".
Lavoro e preghiera. E la preghiera può diventare segno per la gente.

Copertina del libro-testimonianza di P. Giancarlo Bossi: "Rapito"...