P. GIAMPIERO BRUNI

MISSIONE AMICIZIA    Giappone, le sfide della Chiesa    DIARIO

P. GIAMPIERO BRUNI, Missionario in Giappone.

La società giapponese appare, soprattutto a chi viene dall’Occidente,
ordinata e compatta.
Ma un occhio attento alla vita delle persone scopre la sofferenza,
neppure poi tanto nascosta.
Ce ne parla padre Giampiero Bruni,
illustrandoci gli impegni assunti dalla "sua" comunità cristiana in Giappone.

A cura di Isabella Mastroleo
("Missionari del Pime", Aprile 2007)

Padre Giampiero, a sette anni dal suo ritorno nel Paese del Sol Levante, ci può raccontare qual è il suo impegno oggi per la comunità cristiana giapponese?

Giusto sette anni fa, dopo un impegno di quattro anni nelle Filippine, sono ritornato in Giappone - dove avevo precedentemente trascorso diverso tempo in missione - e sono stato assegnato a una parrocchia di Fukuoka, la città definita dalla rivista americana "Newsweek" come "la porta dell’Asia" per la vicinanza e la facilità di comunicazioni con diverse nazioni asiatiche. La comunità cristiana di cui sono responsabile è costituita da 1200 battezzati in un territorio abitato da circa mezzo milione di persone. Nel 1987, durante il Convegno ecclesiale nazionale, la Chiesa giapponese aveva definito orientamenti e priorità che guidassero il cammino degli anni seguenti.
Tra questi, l’impegno per fare di ogni comunità cristiana una comunità missionaria, e l’attenzione ai "piccoli" (emarginati, poveri, ecc.). Ma era importante anche verificare come la Chiesa stessa vive e agisce oggi. Nel 2001, in seguito a un dialogo attuato a livello diocesano con i preti e i laici, l’arcivescovo di Tokyo, monsignor Okada, poneva in risalto la perdita del senso della missione a causa del disorientamento prodotto dalla società attuale: «In una società - scriveva - dove i problemi economici sembrano guidare tutte le scelte a livello personale e sociale, e dove il consumismo crea una serie innumerevole di bisogni artificiali, ai cristiani, preti e religiosi compresi, riesce difficile capire quali siano in concreto le questioni più importanti e quale sia la luce che il Vangelo offre per affrontare la realtà con un’azione coerente».

Una sfida, dunque: diventare comunità missionaria…

In realtà, la sfida maggiore non viene da fuori, ma dal nostro modo di essere cristiani e Chiesa dentro una società complessa, frammentata, più "informata" che mai, ma attratta dall’effimero.
I giapponesi, com’è noto, sono artisti dell’organizzazione. È facile immaginare che anche la Chiesa giapponese sia caratterizzata da una efficiente struttura organizzativa, nonostante la sua piccolezza. Attualmente vi sono 16 diocesi con 815 parrocchie che sono appunto chiamate a diventare "comunità missionarie".
Però la situazione negli ultimi 10 anni sta notevolmente cambiando.
Tra gli elementi che sono causa di tale cambiamento è da sottolineare anzitutto un calo vertiginoso del personale ecclesiastico (diminuzione e invecchiamento) che si accompagna, all’interno delle comunità cristiane, a una evidente assenza della fascia di età compresa tra i 20 e 50 anni. Un secondo elemento è l’aumento notevole provocato dai lavoratori stranieri, soprattutto dai cattolici provenienti dalle Filippine e dall’America Latina.
C’è poi un terzo elemento di cambiamento: consiste in una nuova mentalità che si va diffondendo nella Chiesa giapponese. È la consapevolezza della missione della Chiesa che riguarda ogni battezzato e che impegna alla formazione di comunità cristiane capaci di testimoniare la loro fede e di entrare in contatto con la società circostante attraverso un rapporto che unisce insieme simpatia, condivisione e capacità di discernimento.

Qual è stato l’impegno concreto della sua parrocchia?

Cinque anni fa, dopo la verifica delle sfide da affrontare, attuata con questionari ai quali hanno risposto una media di circa 200 persone, in parrocchia è stata proposta la seguente "Dichiarazione Missionaria", poi approvata da una buona maggioranza: «In vista di formare una comunità missionaria in atteggiamento di servizio alla società di oggi ci impegniamo alla crescita e all’approfondimento della vita di fede. Mentre cercheremo di favorire in tutti i modi la collaborazione attiva di un numero sempre maggiore di membri della comunità, attueremo il nostro impegno di servizio in modo prioritario nei confronti delle persone e dei gruppi più deboli o svantaggiati della società».
Naturalmente c’è voluto del tempo perché ci si rendesse conto che era richiesto a tutti gli adulti un forte cambiamento di mentalità, e non attraverso decisioni, ma per mezzo di un lungo processo di maturazione. Fede e vita quotidiana, fede e impegno con i poveri e gli emarginati diventavano a poco a poco i temi dominanti del Consiglio pastorale, delle condivisioni della Parola di Dio a gruppi durante l’avvento e la quaresima, negli incontri biblici e durante giornate in cui si rivedevano diversi aspetti della vita comunitaria.

Avete incontrato difficoltà?

«Non siamo abituati a parlare insieme», «Ma siamo solo un piccolo numero: che cosa possiamo fare?», «Io vengo in chiesa per trovare un po’ di pace: perché tutti questi problemi?».
Assieme a queste obiezioni ed altre simili è andata emergendo a poco a poco la gioia di una fede che diventa lievito ed energia della vita quotidiana, e la possibilità di diventare coscienza critica dentro una società che vorrebbe tutti "allineati", che favorisce l’adeguamento, non certo il discernimento.
Alcuni eventi ci hanno fatto comprendere che i programmi devono essere aperti alle opportunità che il Signore in vari modi ci presenta. Ad esempio, la comunità ha fatto un balzo in avanti quando alcuni giovani prima, poi un numero sempre più numeroso, hanno deciso di impegnarsi con i senzatetto di un vicino parco cittadino. «Non per dare qualche cosa semplicemente, ma per incontrarci allo stesso livello, condividendo per quanto possiamo situazioni e problemi».
Anche i non cristiani si sono sentiti coinvolti nell’attività che comporta incontri settimanali al parco o in parrocchia.
Un altro fatto che ci appare sempre di più come un avvenimento di grazia è stato l’incontro con la "Chiesa Povera": un gruppo di alcolisti che ha voluto chiamare così la loro comunità orientata verso la riabilitazione e impegnata in un cammino di fede. A Fukuoka sono circa 120 (in tutto il Paese circa 500… in rapida espansione!) e hanno chiesto di collegarsi con la nostra comunità parrocchiale. Due anni fa è stata benedetta dal vescovo una cappella dove mi reco ogni domenica per la Messa e ogni mercoledì per la condivisione del Vangelo. Nel dicembre scorso, la celebrazione dei sacramenti dell’iniziazione cristiana per 31 catecumeni, è stata per tutta la comunità parrocchiale uno degli eventi più significativi dell’anno.
Non poche volte riemerge la difficoltà di un processo che per essere autentico non può essere né breve né indolore. In uno degli ultimi questionari ho chiesto se questa situazione può essere letta come le "doglie del parto" che preludono a una vita nuova. Una grande maggioranza ha risposto sì.
I membri della "Chiesa Povera" ci aiutano a confidare nella grazia del Signore che è capace di trasformare anche la realtà più dura.