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PARTENZE!

Studenti di Dinajpur (Bangladesh), in un ostello gestito dal PIME:
storie di ragazzi davanti alla vita.

Foto di gruppo, con P. Fabrizio e i suoi giovani studenti!

St. Philip Boarding

RONI. DULAL. TOPU. Un altro giovane dell'ostello St. Philip!

Giovani verso
la vita...

P. Fabrizio Calegari, Pime
("Missionarie dell’Immacolata", Novembre 2007)

È finito l'anno scolastico. Abbiamo salutato la classe dei più grandi. Lasciano l'ostello dopo aver sostenuto l'esame finale. Lo abbiamo fatto con un momento di preghiera, durante il quale i ragazzi partenti ne hanno letta una che diceva, tra il resto:

"Signore Gesù, ora che comincia un nuovo cammino per me, voglio impegnarmi, sul tuo esempio, ad amare tutti, senza fare distinzione tra grandi e piccoli, ricchi o poveri, colti o ignoranti; ad amare per primo, senza aspettare una ricompensa; a riconoscere e amare Te in ogni mio fratello, soprattutto i più deboli e bisognosi, i piccoli, i poveri e quelli che nessuno ama."

Parole importanti, come una promessa fatta davanti a tutta la nostra comunità.

Io ho consegnato loro una Bibbia e una "gamcia", un pezzo di stoffa grezza che qui in Bangladesh è comunissimo per molteplici usi. L'ho presa a simbolo dell'impegno a servire i fratelli come Gesù, che durante l'ultima cena ne usò una per lavare i piedi ai discepoli. Dandola ho ricordato loro questo nostro unico dovere: quello di amare.

Poi fiori per tutti, abbracci, qualche lacrima, tanta emozione.

Anche la mia. Siamo stati insieme tre anni e mezzo, e anche di più, perché alcuni li avevo con me in parrocchia già nove anni fa.

È stata una splendida classe, scolasticamente brillante, vivace, con la quale si è instaurato un rapporto speciale di fiducia reciproca, di responsabilità condivise, di libertà. Diciassette ragazzi, tutti tra i diciassette e i vent'anni, con un'amicizia bella tra loro, nonostante diversi caratteri forti e quattro etnie differenti.

Una classe che io ho promosso all'esame per me più importante: quello della vita quotidiana nell'ostello.

Non sono mancati momenti di fatica e "frizioni", ma sempre ho colto da parte loro la voglia di crescere e imparare. Una voglia che, alla fine, ha pagato.

Vado a ripescare dall'archivio la foto di gruppo scattata all'inizio di quest'anno.

Li rivedo, partendo da destra, in piedi: Utpol, elegante, il nostro miglior centrale a calcio; Polas, brillante e acuto; Rubel, un timido che trovava coraggio quando c'era da farmi un "gavettone"; Johon, scatenato durante le recite; Lucas, il capitano della squadra di basket; Topu, vulnerabile e sempre in ricerca; Ronjit, il cantautore che non t'aspetti; Bipul, atletico e insicuro; Ismail, il "buon senso". In ginocchio: Dulal, trascinatore entusiasta; Roni, un miracolo di tenuta; Obinash, una caparbietà commovente; Shushil, mite e mai una parola di troppo; Francis H., domande, domande, domande; Proshonno, l'intelligenza di chi deve solo sfiorare i libri per passare; Robi, sveglio dietro una faccia d'angelo; Francis M., "casinaro" e irrequieto.

Provo a tirarne fuori tre dal mazzo e a farne un primo piano. Tre ragazzi diversi, tre etnie differenti: un bengalese, un "oraon", un "kottrio".

RONI

Ad ogni anno nuovo che cominciava, lo guardavo dormire durante lo studio serale, io in piedi davanti al suo banco, lui con la testa reclinata indietro e la bocca aperta, e mi domandavo ogni volta se ce l'avrebbe fatta ad essere promosso. L'ha sempre spuntata: anche quest' anno - e bene - al termine dell'esame più impegnativo.

Se poi penso allo stato d'animo col quale per due anni ha convissuto, credo che ci sia qualcosa di eroico nei suoi risultati. Il padre di Roni è psichicamente malato. Ha perso progressivamente il buon lavoro che aveva, ha costretto la moglie a scappare da casa col figlio più piccolo e vive di lavoretti che rimedia.

Roni da due anni non vede la mamma, gli è proibito espressamente dal padre. La sente di tanto in tanto col mio cellulare. All'inizio la odiava per averlo lasciato e non aveva compreso la follia del padre. Io non osavo dirgli la verità. Adesso essa è talmente manifesta da non lasciare dubbi. Quando è a casa in vacanza e deve vivere con lui, Roni non esce nemmeno, per la vergogna di sentire quello che la gente in villaggio dice sul suo conto.

Mi confidava queste cose piangendo, una sera che diluviava e lui aveva trovato il coraggio di sfogarsi. Poi era diventata una abitudine liberare le paure, il dolore. Tempo fa mi ha detto di aver notato di essere cambiato, cresciuto in meglio e di essere migliorato anche a scuola. Vero, l'avevo visto anch'io.

Tra qualche mese Roni inizierà il "college" a Dhaka. Finalmente vicino alla mamma e lontano dal padre. Ieri mi ha ringraziato per averlo sostenuto e ascoltato: "Senza il suo incoraggiamento non ce l'avrei fatta!", mi ha detto. Gli ho dato una pacca sulla spalla da fargli perdere l'equilibrio.

DULAL

Lo conosco da quando era alle elementari, uno "scricciolo" d'uomo, pieno di allegria, espansivo e con una sensibilità speciale. La sua presenza era un'iniezione di gioia. Anche adesso che ha 19 anni ed è alto solo un metro e cinquanta, questo ragazzo della tribù "oraon" ha conservato le caratteristiche di allora. Ma, a dispetto della statura fisica, come maturità umana e spirituale, è difficile non accorgersi del lavoro che Dio ha fatto in lui.

Ha dei talenti rari, Dulal: la sincerità e la trasparenza nei rapporti, l'attenzione ai bisogni degli altri, il senso di responsabilità e di "leadership" naturale che esercita positivamente, la voglia di comprendere la nostra fede e di crescere spiritualmente, la passione nell'annunciare il Vangelo che gli sprizza dagli occhi illuminati, quando te la comunica. Un "fuoriclasse".

Le nostre chiacchierate, sempre ricche, durerebbero ore se non lo interrompessi a un certo punto, perché ha una fila di cose da chiedere, tutte segnate diligentemente sul suo quaderno e mai banali.

Mi stupiscono la maturità nei giudizi e la profondità di certe intuizioni, le prese di posizione controcorrente di fronte a tutta la comunità. Lo faceva anche quando non era il più grande ed era ancora più difficile esporsi così.

Recentemente, durante una settimana formativa per 200 ragazzi di tutta la diocesi, ha saputo raccontare con parole appassionate quello che stiamo proponendo all'ostello, visto con gli occhi di un tribale. Mi è parso così straordinariamente bello da commuovermi di gioia. Guardando Dulal, ecco: mi sembra che il futuro sia già cominciato!

TOPU

Se Dulal era l'anima entusiasta della classe, Topu ne era l'anima inquieta.

Brillantissimo a scuola, orfano di madre fin da bambino, un padre che lo rifiuta, Topu è il classico timido estremamente sensibile che arriva alle lacrime quando si emoziona. Gioca bene a basket, divora libri su libri e aspetta ansiosamente il quinto volume di "Harry Potter" tradotto in bengalese. Formalmente è ancora un "indù", ma a tutti gli effetti, per formazione e desiderio, è cristiano. Da anni vuole ricevere il battesimo, ma prima le obiezioni del papà e poi il fatto di essere solo al villaggio senza una comunità cristiana a sostenerlo, hanno fatto sempre rimandare la scelta, che deve essere sua e di nessun altro.

Durante la Quaresima abbiamo visto un film su "San Pietro". Bello, perché i ragazzi hanno potuto farsi un'idea della comunità dei primi cristiani e rendersi conto che tante problematiche che essi vivevano allora, le vivono oggi anche loro. Topu ne è rimasto colpito in modo profondo e per giorni e giorni non mi ha dato tregua con domande a raffica. Lo ha impressionato non solo Pietro ma anche Paolo, il modo in cui entrambi affrontano il martirio. Qui come allora la conversione comporta davvero un passo decisivo e pieno di difficoltà.

Ad inquietarlo è il dubbio sulla sua fedeltà una volta ricevuto il battesimo: "E se poi tradisco?". Ho provato a spiegargli che questo dubbio è vero per ciascun cristiano, prima di ogni grande scelta, non solo per il battesimo: non è lo stesso prima del matrimonio o prima dell'ordinazione? Chi di noi è in grado di assicurare fedeltà a Dio per tutta la vita? Sappiamo già che non saremo fedeli, che tradiremo, che avremo dubbi, incertezze. Il cristiano è uno che è consapevole non solo della propria debolezza, ma soprattutto dell'amore infinito e fedele, lui sì, di Dio Padre. E di questo si fida.

Dopo l'esame, prima di andare a casa, viene a fare due chiacchiere sul suo futuro. Desidererebbe moltissimo andare a Dhaka al miglior "college" del paese, una scuola cattolica gestita dai missionari "Holy Cross".

Topu, però, pur meritandolo come nessuno quanto a risultati, non ha avuto la lettera di presentazione del parroco, con cui si fa garante dello studente e si fa carico di tutte le spese. Senza, non c'è speranza di ammissione, perché ogni parrocchia può mandarne solo un paio e i posti sono esauriti. Inizierà allora il "college" qui a Dinajpur. Gli sparo la mia proposta: "La lettera te la do io!". Mi guarda: "Anche se non sono ancora battezzato?". "Questo è un problema tuo, non mio. Quando i tempi saranno maturi, se lo vorrai, farai anche questo passo, non temere!" .

Gli occhi gli si riempiono subito di lacrime: "Le costerà parecchio...", balbetta senza riuscire a continuare. "Questo invece è un problema mio, non tuo!", gli rispondo sorridendo.

Li ho guardati andarsene, ognuno con le sue quattro "carabattole", i libri, ma soprattutto i sogni, le speranze e le ansie per il futuro. Quattro o cinque entreranno in diversi Seminari, la maggioranza tenterà la fortuna dove e come potrà. Spesso molti non possono proseguire per mancanza di fondi. Purtroppo io, anche volendolo, non posso imbarcarmi in troppi aiuti quando ho già le spese ordinarie che sono tante. Come me, e anche di più, le nostre parrocchie.

Il risultato è che la nostra comunità cristiana (con una maggioranza di tribali, emarginati e oppressi) non ha dottori, avvocati, agronomi, ingegneri, periti, architetti... Mi piacerebbe poter aiutare di più tanti dei ragazzi che conosco e che meritano di andare avanti. È un investimento che non so che risultati potrà dare, magari solo la metà arriverebbe fino in fondo, ma so che è necessario provarci.

Salutandoli, ho detto loro semplicemente: "Buon viaggio, ragazzi. Questa è sempre casa vostra, venite quando volete!".