MISSIONE FILIPPINE

MISSIONE AMICIZIA   Annunciare Gesù   SEGUENTE
da Bergamo a Lake Wood

La missione e l’annuncio sono doni infiniti,
che non perderanno mai senso.
Ovunque ci si trovi.
È l’esperienza di padre Giuseppe Carrara,
da pochi mesi rientrato in Italia dalle Filippine.

P. Giuseppe, tra i giovani di Lake Wood!

P. Giuseppe Carrara
("Missionari del Pime", Dicembre 2006)

Nato il 9 luglio 1964 da una famiglia bergamasca di radicate tradizioni cattoliche, dopo il conseguimento della maturità tecnico-commerciale e dopo tre anni di discernimento vocazionale con il seminario diocesano di Bergamo, decisi di entrare nel Pime per dedicare la mia vita all’annuncio del Vangelo.
Conclusi gli studi filosofici e teologici (a Monza e Milano), pensavo di partire subito per il Giappone, ma finii a… Sotto il Monte (BG) per la formazione dei giovani seminaristi e per l’animazione missionaria e vocazionale. «A obbedire non si sbaglia mai!», diceva mia mamma… ma, forse, non solo lei.
Dopo quattro anni, pensavo fosse venuto il momento di realizzare il mio sogno di missione in un paese non cristiano, ma, dopo un anno di studio dell’inglese negli Stati Uniti, finii nelle Filippine, l’unico paese asiatico cattolico…
Tuttavia, dopo lo studio della lingua locale, durante i primi anni di ministero (a Sibuco, Manila, Arakan), mi resi conto della non indifferente presenza in questo Paese di settemila e trecento isole di non cristiani (musulmani e animisti). In alcune zone, in particolare, questi gruppi religiosi costituivano e costituiscono la maggioranza della popolazione. L’insufficienza del clero locale per la cura della comunità cristiana mi fecero capire che la mia presenza, come missionario, poteva benissimo avere un senso compiuto anche là. Fu così che, dopo un ulteriore approfondimento della teologia (a Roma, per due anni) e una breve esperienza di insegnamento a Zamboanga, fui destinato a Lake Wood.
La natura stupenda (un bellissimo lago vulcanico circondato da ridenti colline non ancora intaccate dalla deforestazione selvaggia), una giovane parrocchia e la presenza di una forte maggioranza di tribali subani animisti mi sembrarono subito l’occasione ideale per spendere gli anni migliori della mia vita, quando le ancora buone energie fisiche si potevano combinare con una già valida esperienza sacerdotale (14 anni) e missionaria (7 anni).
Il lavoro consisteva nel continuare l’opera di edificazione della piccola comunità cristiana (circa seimila cattolici, in una comunità di 20 mila abitanti), affinché potesse diventare testimone e annuncio di Gesù a tutti i fratelli.
La povertà di molti, sia cristiani che non cristiani, tanto accentuata, come in gran parte delle Filippine, fu, è e sempre sarà un banco di prova per chi dice di appartenere a Cristo, che nei poveri in particolare si identificò. Senza scandalo per nessuno, credo di poter dire di aver visto sia luci che ombre, tra i poveri e i ricchi, tra i cristiani e i non cristiani. Intendo dire che sia l’amore di Cristo, sia l’egoismo umano possono essere, e sono di fatto, patrimonio di tutta l’umanità, sia quella che ha già incontrato il Signore che quella che ancora non l’ha conosciuto. Il motivo credo sia semplice: Gesù, attraverso il suo Spirito, si comunica a tutti gli uomini. La risposta a questo dono, sia che passi attraverso il sacramento della Chiesa, sia che passi attraverso altre forme di comunicazioni che sfuggono al nostro sguardo, dipende sempre dalla libertà responsabile dell’uomo.
È così che ho visto cristiani (poveri o ricchi che fossero) che si sforzavano sinceramente di vivere l’amore di Dio, mentre altri erano chiusi in un circolo vizioso, dove l’interesse personale li rendeva ciechi e sordi ai bisogni e ai diritti degli altri.
Lo stesso ho visto tra i non cristiani: alcuni amanti di Dio e dei fratelli, altri apparentemente (il giudizio personale può essere, ovviamente, solo di Dio) indifferenti, o addirittura ostili, all’Uno e agli altri.
Un bilancio di questa esperienza (mi è stato chiesto nel frattempo un servizio in Italia) è difficile. Posso dire solo questo: Gesù, attraverso il suo Spirito, parla a tutti gli uomini, invitandoli alla fede, alla speranza e all’amore. Tutti, perciò, hanno la possibilità di salvarsi. Però, la conoscenza di lui e la grazia sacramentale della sua Chiesa rendono l’uomo più cosciente di ciò che è e di ciò a cui è chiamato, dandogli aiuti straordinari per il faticoso cammino su questa terra. La missione e l’annuncio, allora, sono doni infiniti che non perderanno mai senso. Ciascuno di noi, secondo quanto gli è dato da Dio, ne è responsabile. Di questo, sono grato a Dio.
Buona missione a tutti.