Giappone, i nodi irrisolti della «riforma Abe»
Emergenza educativa «made in Japan»
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Non convince la
nuova legge sulla scuola. La risposta all’eccesso di "nozionismo"?
Il "centralismo" statale e l’enfasi "patriottica". Serve
ben altro per i giovani.
P. PINO
CAZZANIGA, Missionario del Pime a Tokyo
("Mondo e Missione",
Febbraio 2008)
Quando nel settembre scorso, a un anno esatto
dalla sua elezione, il primo ministro Shinzo
Abe si è improvvisamente dimesso - con
sorpresa di molti - in un discorso alla nazione ha ricordato il "varo"
della riforma scolastica come una realizzazione importante del suo breve
governo. Forse non voleva lasciare alla storia un ricordo negativo di se stesso.
In ogni caso ha avuto buon gioco a farlo, perché sono in molti a ritenere che l’educazione
in Giappone
versi in una situazione penosa.
Alcuni mesi prima, nel dicembre 2006, la "Dieta", ossia il
"Parlamento giapponese", aveva approvato la nuova legge fondamentale
dell’educazione, con la quale veniva abrogata quella in vigore dal 1947,
redatta su istruzione delle autorità di occupazione (il generale Mac Arthur). A
promuovere la nuova legislazione era stato proprio l’ex primo ministro Abe,
che, eletto solo due mesi prima, aveva messo mano a questa riforma da lui
considerata condizione essenziale per costruire «un bel Giappone».
Da questo punto vista, infatti, il terzo millennio è cominciato male. Per
decenni, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, il sistema di
istruzione giapponese veniva citato da molte nazioni, Stati Uniti compresi, come
modello di efficienza. Ne è una prova, tra le tante, il fatto che in questo
Paese - dove per saper leggere occorre padroneggiare 2.000
"ideogrammi" e due alfabeti "fonetici" –
"virtualmente" non esiste analfabetismo.
Ma da qualche anno non è più così. Da un’inchiesta condotta nel 2003 dall’"Ocse"
("Organizzazione mondiale per la cooperazione economica e lo
sviluppo") sui risultati scolastici dei ragazzi di 15 anni, il Giappone -
che era al vertice della graduatoria nel 2000 - è scivolato al sesto posto
nella matematica e al quattordicesimo nella lettura.
Ma c’è di peggio. In Giappone molti sono preoccupati per il "caos"
nelle classi, l’"assenteismo" scolastico, lo "sbandamento"
morale e la violenza di crimini compiuti da minorenni. I delitti commessi da
minori sono talmente preoccupanti che il Parlamento ha inasprito la legge penale
per gli adolescenti, autorizzando a mandare al riformatorio anche ragazzi di 12
anni.
Non meno impressionanti sono le statistiche dei suicidi di minorenni con una
media di 700 all’anno dal 2000 in poi. Secondo le statistiche dell’agenzia
della polizia nazionale, il "record" si è avuto nel 2006 con 886
suicidi di minorenni, tra cui 14 alunni delle scuole elementari e 81 delle
scuole medie. Dalle note lasciate da molti di loro, emerge che all’origine
della tragedia sono quasi sempre i «problemi scolastici» come il
"teppismo" dei compagni, i "magri" risultati negli esami e i
duri rimproveri degli insegnanti.
Seri problemi circa l’educazione sono oggi comuni nelle nazioni ad alto
sviluppo industriale. Ma difficilmente si possono capire quelli del Giappone
usando criteri di valutazione occidentali. In questo settore, come in altri, il
fattore culturale gioca un ruolo determinante.
Un passo indietro nella storia. Secondo l’opinione comune il 15 agosto 1945,
giorno della resa incondizionata del Giappone, ha segnato lo
"spartiacque" di due versanti nella storia moderna di questa nazione:
da una parte la dittatura "imperialista", dall’altra la democrazia
"pacifista". Tale schema, però, può trarre in errore se lo si
applica alla storia dell’educazione.
Dal 1890, anno della pubblicazione del
«rescritto imperiale sull’educazione» dell’imperatore Meiji, fino alle
soglie del secolo XXI, il processo dell’istruzione pubblica si è sviluppato
lungo una linea retta, senza svolte realmente significative: l’educazione di
massa ne è stata la caratteristica. La possibilità di cambiare direzione era
stata offerta nel 1947 con la pubblicazione della «legge fondamentale dell’educazione»
di fattura americana, che abrogava l’editto del Meiji. In essa, oltre a
sottolineare l’importanza della persona e dei diritti umani, sul piano
didattico, osserva E. Reischauer in "The story of a nation", «si
spostava completamente l’enfasi dalla memorizzazione meccanica e
indottrinamento al pensare con la propria testa come membri di una società
democratica». L’ideale, accettato da alcune "élite", è stato
presto accantonato dalla "leadership" del "Partito
liberaldemocratico" ("Ldp") che per quattro decenni ha dominato
nella politica del Giappone.
Certamente la tecnica e il contenuto dell’istruzione, sempre di alta qualità,
prima e dopo il 1945, hanno permesso al Giappone di ottenere, nel bene e nel
male, sbalorditivi risultati. Ma lo scopo ultimo di tale modello educativo non
sono state le persone in quanto tali, bensì la nazione. Non per nulla si parla
di «educazione di massa».
«Tecnologia occidentale e anima giapponese», «nazione ricca per un esercito
forte» erano gli "slogan" dei "leader" dell’era Meiji;
«egemonia economica» è stato il "movente" della restaurazione
"post-bellica".
Per raggiungere tale obiettivo, un Paese pressoché privo di materie prime, non
aveva bisogno di cittadini che sviluppassero le loro personalità, ma di
"cervelli" che immagazzinassero concetti e producessero tecnica.
Il sentiero percorso era diventato un vicolo cieco. A parole tutti i giapponesi
- genitori, insegnanti, politici e perfino molti imprenditori - erano convinti
che una profonda riforma scolastica si fosse resa necessaria e
"indilazionabile". Shinzo Abe non ha perso tempo per realizzarla.
Eletto "premier" nel settembre del 2006, gli sono occorse solo poche
settimane per far approvare dal Parlamento la sua legge fondamentale dell’educazione.
La svolta, che l’ala "nazionalista" del suo Partito, "liberaldemocratico",
attendeva da 50 anni, era avvenuta. Ma in modo talmente forte che il Giappone
corre il pericolo di camminare in direzione del passato.
La frase «rispettare il valore dell’individuo»
presente nell’articolo primo della legge fondamentale del 1947 è stata tolta.
Si esortano, invece, le scuole non solo a coltivare il rispetto per la
tradizione e la cultura ma anche ad "inculcare" «l’amore per la
nazione e per la patria». Ugo Cortazzi, ex diplomatico inglese, già
ambasciatore in Giappone, osserva che «inevitabilmente quest’ultima frase fa
ricordare la mentalità "imperialista" nipponica a milioni di persone
che hanno terribilmente sofferto durante le guerre scatenate dal Giappone in
Asia tra il 1931 ed il 1945».
Nei mesi successivi all’entrata in vigore della legge sull’educazione sono
stati approvati tre disegni di legge che rendono operativi i principi del nuovo
corso. Abe non ha nascosto la sua soddisfazione. Ma la riforma è stata
criticata da analisti e pedagogisti, perché sembra "inculcare" il
"patriottismo" come valore fondamentale per risolvere il problema
dello "sbandamento" morale e, soprattutto, perché restituisce al
governo centrale un forte potere di controllo sulle scuole, sui programmi, sui
testi e sugli stessi insegnanti.
Questi ultimi, d’ora innanzi, ogni dieci anni dovranno ottenere il rinnovo
della licenza per continuare ad insegnare, dopo aver seguito un corso di trenta
ore o anche di un anno, a seconda dei casi. A questo proposito Aki Sakuma,
docente di pedagogia, afferma che è probabile che diminuiranno coloro che
sceglieranno la carriera di insegnante non ritenendola più sicura.
Affrettarsi a risolvere gravi problemi della società con l’emanazione di
leggi è un atteggiamento abituale della "leadership" giapponese. Al
contrario - come ha scritto un "editorialista" del "The Japan
Times" - «ciò che il governo centrale deve fare è offrire
incoraggiamento e risorse, non ordini».
Secondo recenti statistiche "Ocse", nel 2004 il Giappone ha devoluto per la pubblica istruzione solo il 3,5 per cento del "Pil", collocandosi al penultimo posto nella lista dei trenta Stati membri dell’Organizzazione. Un altro primato negativo riguarda il numero di alunni per classe: 29 in media per le classi delle elementari, 34 per quelle delle scuole superiori. In presenza di tale "sovrappopolazione" scolastica agli insegnanti non è possibile seguire lo sviluppo di ciascun ragazzo. Si devono accontentare di riempire le loro teste di nozioni, proprio come prima del 1945. Lo esige l’efficienza economica della nazione. C’è poi da stupirsi se i problemi educativi di fondo rimangono irrisolti?
Asili e Università: l’impegno della Chiesa
L’apporto delle Chiese cristiane all’educazione
in Giappone è molto importante ed è legato soprattutto alla finalità che esse
si propongono. Per il Vangelo la persona, e quindi la sua formazione, è il
valore supremo.
Nella Chiesa cattolica due sono gli ambiti privilegiati dai quali proviene un
influsso sull’educazione: le istituzioni scolastiche e le parrocchie. Per
quanto riguarda le prime mi limito a focalizzare l’attenzione su quelle che si
trovano, per così dire, alla fine e all’inizio del processo educativo, ossia
le Università e gli asili.
La Chiesa cattolica in Giappone è una piccola minoranza: i fedeli, se si
eccettuano gli stranieri, sono poco più di 380mila su una popolazione di 122
milioni. Ma essa ha la responsabilità di 13 Università, alle quali se ne
devono aggiungere altre 24 se includiamo le "tanki daigaku’ (Università
brevi), istituti superiori di due anni. Alcune di esse godono di grande
prestigio, come la "Sophia University", diretta dai
"Gesuiti" a Tokyo. I suoi docenti sono invitati a tenere conferenze o
a partecipare a dibattiti in trasmissioni mandate in onda da importanti reti
televisive. Il loro influsso è prezioso per la diffusione della dottrina
cattolica su problemi di particolare attualità, come la vita e l’ambiente.
Ma la Chiesa è impegnata a fondo anche con i bambini. E qui lo
"shock" delle statistiche è ancora più forte. Gli asili cattolici
sono 545, diffusi su tutto il territorio nazionale. Sono stati una benedizione,
perché é soprattutto grazie ad essi se la Chiesa cattolica è ora conosciuta
ovunque.
Per illustrarlo sinteticamente, accenno a una figura esemplare di missionario, Padre
Fedele Giannini del "Pime",
che ha speso quasi 50 anni di vita a Nirasaki, una cittadina, allora, isolata di
una provincia isolata. Prima che vi andasse, il cattolicesimo là era
sconosciuto o, peggio, "malvisto", a causa di oltre duecento anni di
propaganda governativa "anticattolica". Vent’anni dopo, grazie allo
"Shirayuri Yochien" («l’asilo del giglio bianco»), costruito da
Padre Fedele, la Chiesa cattolica è diventata un’istituzione religiosa degna
di rispetto. L’"encho" (direttore) Giannini, insignito della
cittadinanza onoraria, è stato a volte consultato dalla commissione comunale
per l’educazione.
Un ultimo aspetto merita di essere ricordato: è il contributo, in chiave
educativa, che possono offrire i cattolici di età avanzata. Nelle parrocchie di
città (e il contesto urbano rappresenta il futuro del cattolicesimo giapponese)
si fa cospicua la presenza di anziani, anche uomini. Parecchi di loro sono ex
professionisti, con ottima preparazione intellettuale e una conoscenza della
società che noi Missionari non abbiamo. La fede li ringiovanisce e vedono la
loro società in una prospettiva di speranza. Poiché tradizionalmente in
Giappone l’influenza dei nonni e delle nonne sui nipotini è enorme, l’apporto
che le parrocchie, attraverso questi anziani cristiani, possono offrire alla
società anche sul versante educativo è inestimabile.