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DIALOGARE CON I MUSULMANI

Il Movimento "Silsilah" opera da più di vent'anni nelle Filippine,
per costruire legami di pace e di dialogo tra cristiani e musulmani.
Il suo fondatore, P. Sebastiano D'Ambra, racconta la storia del Movimento.

Sede del Silsilah, a Zamboanga City (Filippine). P. SEBASTIANO D'AMBRA, Missionario nelle Filippine. Alcuni membri del Movimento di dialogo Silsilah.

P. Sebastiano D'Ambra, Pime
("Missionarie dell’Immacolata", Febbraio 2008)

Da trent'anni mi trovo nelle Filippine, nell'isola di Mindanao, dove ci sono tanti cristiani, musulmani e gruppi tribali. Chi conosce un po' la situazione delle Filippine sa che ci sono dei movimenti rivoluzionari in alcune zone di Mindanao, a causa di conflitti storici, per cui gruppi musulmani continuano a lottare per ottenere dei diritti che avevano nel passato. In questo contesto il dialogo con i musulmani spesso diventa difficile, anche per via dei tanti pregiudizi che si sono accumulati nel tempo fino adesso. Ci sono tuttavia anche segni di speranza e delle trattative di pace.

La mia vita missionaria è stata sempre ai margini della missione tradizionale.

Solo all'inizio, per tre anni, sono stato coinvolto direttamente nella struttura ordinaria della missione in un grande territorio nella zona di Siocon, Zamboanga del Norte. Poi ho capito che il Signore mi chiamava a dare tutta la mia attenzione al dialogo tra cristiani e musulmani, per essere un segno di speranza in una situazione di conflitto. Così ho scelto di vivere in un villaggio di musulmani. All'inizio i miei cristiani non capivano come mai avessi preso quella decisione e neppure i musulmani. È stato grazie all'amicizia prima con dei "leaders" e poi coi tanti rifugiati musulmani che sono entrato a far parte di questa nuova realtà.

Quando la comunità musulmana ha capito che ero sincero nella mia scelta, alcuni capi musulmani, che guidavano la rivoluzione nella zona, mi hanno chiesto di aiutarli a fare da mediatore per le loro trattative di pace col governo. Tutto questo è avvenuto in un clima di riflessione, preghiera e pazienza, in attesa di nuovi segni per capire cosa volesse il Signore da me. Quando ho sentito dentro la certezza che il Signore mi chiamava per quella strada di dialogo con i musulmani in modo diretto e ho avuto la benedizione della mia comunità per continuare quell'esperienza, allora sono diventato il "padre" dei musulmani della zona e l'amico dei ribelli. Tutto questo ha suscitato sospetti nei militari che, in diverse occasioni, hanno cercato di ostacolare i miei piani al punto di programmare degli attentati per uccidermi.

È in questo clima che è nato il Movimento di dialogo "Silsilah", avviato a Zamboanga City nel 1984. "Silsilah" è una parola araba che significa catena o legame, parola presa dall'esperienza dei "sufi", i mistici musulmani.

Sin dall'inizio del "Silsilah" ho detto agli amici musulmani e cristiani membri del Movimento che dovevamo avere una visione chiara di spiritualità, identificata adesso come "spiritualità di vita in dialogo" con Dio, con noi stessi, con gli altri e con la creazione. La proposta suonava strana a molti che vedevano il dialogo come un impegno sociale o semplicemente una proposta per risolvere i conflitti in corso.

Ci sono volute tanta pazienza e tanta costanza per convincere molti che guardavano al Movimento con sospetto e scetticismo. Abbiamo iniziato dei programmi di formazione, di solidarietà, di incontri con "leaders", con giovani, ecc.

C'è stata anche la "prova del fuoco" per noi, quando sono arrivate le prime minacce e quando nel 1992 P. Salvatore Carzedda, anche lui del "Pime", che lavorava con me e nel Movimento, è stato ucciso a Zamboanga City. È stato quello il tempo in cui molti mi hanno consigliato di chiudere con l'esperienza "Silsilah", perché difficile e pericolosa. In quella occasione il gruppo di musulmani e cristiani che mi seguiva, anche se ancora piccolo, mi ha detto: "Andiamo avanti!", "Padayon!". Aspettavo proprio questo segno in quella fase di sofferenza e di buio. La decisione è stata quella di proseguire. Da allora tutto è andato avanti con un crescendo d'impegni e di segni che mi fanno capire che P. Salvatore è presente più di prima tra di noi nel Movimento.

Oggi diventa sempre più chiaro come l'impegno di dialogo interreligioso e di pace sia una strada maestra, anche se spesso è una "strada stretta" che va percorsa nella pazienza e nella fede. Molti adesso cominciano a capire che per promuovere il dialogo interreligioso bisogna partire dalla spiritualità. Cristiani, musulmani e gruppi di altre religioni devono riscoprire all'interno della loro esperienza religiosa la dimensione della spiritualità. Questo è lo "stile di Dio", perché il dialogo inizia da Dio e ci porta a Dio. Dico spesso agli amici del "Silsilah" e ad altri che per me il dialogo è amore in azione vissuto nella compassione e spesso nel silenzio. Questa è la speranza che vogliamo comunicare ed è bello vedere che il Santo Padre, nella sua Enciclica "Spe Salvi", insistendo sul tema della speranza, offre delle riflessioni preziose che possono essere occasione per approfondire il dialogo interreligioso.

Per una coincidenza provvidenziale anche il mondo musulmano si sta muovendo in un cammino di dialogo con dei segni più chiari, specialmente grazie a 138 "leaders" musulmani che hanno scritto una "Lettera" a Benedetto XVI e ad altri "leaders" di comunità cristiane, proponendo una riflessione sui due grandi comandamenti: l'amore per Dio e l'amore per il prossimo.

Noi siamo chiamati a rendere attuale con la nostra vita questi due comandamenti iniziando da noi stessi, nella semplicità, ma con cuore aperto alle "sorprese di Dio". Ricordo il tempo degli inizi della mia esperienza. Per più di un anno ho vissuto in una capanna in un villaggio musulmano. Pregavo, sognavo, speravo ed ero a servizio della gente in un modo molto semplice. In quella fase i bambini che giravano attorno alla capanna erano i miei piccoli amici. Avevo altri amici che venivano a visitarmi e con loro facevamo delle lunghe chiacchierate. La sera, senza elettricità e televisione, nel silenzio della notte, ammiravamo le stelle e parlavamo di Dio, della creazione, dei loro piccoli grandi sogni. Un giorno, ricordo che una bambina mi ha chiesto, dopo un pomeriggio afoso in cui mi sono ritirato nella capanna: "Padre, cosa facevi dentro?". Io con semplicità ho risposto: "Pregavo!". E la bambina con due grandi occhi pieni di stupore mi ha detto: "Anche i cristiani pregano?".

Quel tempo degli inizi a contatto con la gente rimane nella mia memoria.

A quanti pensano di percorrere questo cammino di dialogo e pace vorrei ricordare che bisogna avere tanta pazienza, fede e coraggio. Il dialogo interreligioso è un cammino che, se vissuto con fede, diventa un pellegrinaggio, perché ci conduce in modo misterioso verso "un luogo sacro" e ci fa incontrare lungo il cammino altri compagni di viaggio che percorrono la stessa strada. Dobbiamo essere pronti anche a vivere questa esperienza come un'avventura, perché sappiamo come e quando inizia, ma non sappiamo come finisce.

Non so quello che vorrà il Signore da me nel futuro, so soltanto che devo essere fedele a questa chiamata e vivere questa vocazione con gioia anche attraverso le difficoltà. Spero e prego che questa fedeltà mi aiuti a gustare sempre più la presenza di Dio attraverso questa missione di dialogo e di pace.