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PIME: 55 ANNI NEL PAESE DEL SOL LEVANTE

Padre Alberto Di Bello, 64 anni di Milano, missionario del Pime,
ha trascorso metà esatta della sua vita in Giappone.
In questa intervista apre uno scorcio su una missione di cui poco si conosce...

P. Alberto di Bello tra i piccoli giapponesi!

Mappa del GIAPPONE.

Il Giappone è una missione che non ti aspetti. Perché non è un Paese povero, è stato anzi il simbolo dello sviluppo tecnologico. E perché i missionari, nell'immaginario comune, sono associati al "Sud del mondo", piuttosto che al "Nord".
Padre Alberto Di Bello, 64 anni di Milano, missionario del Pime, ha trascorso metà esatta della sua vita in Giappone. In 32 anni è stato in quattro parrocchie diverse (Saga, Fuchu, Yamato e Misbima) e ora è superiore regionale a Tama (periferia di Tokyo).

Padre, cosa significa essere missionari in Giappone?

Il volto della Chiesa in Giappone è oggi espressione di varie culture. I cristiani giapponesi sono pochi. A Yamato, la parrocchia alla periferia di Tokio dove sono rimasto per otto anni, i fedeli autoctoni erano un migliaio e un altro migliaio gli stranieri. Oltre ai giapponesi c'erano gruppi di fedeli dell'America Latina, soprattutto peruviani, e filippini, vietnamiti, srilankesi. I giapponesi sono molto precisi e tendevano a creare una struttura molto efficiente ma piuttosto chiusa e impermeabile ai nuovi ingressi, anche se di stessi giapponesi. Invece quel che ho cercato di far capire loro è che la Chiesa, la parrocchia, è aperta e ognuno può trovarvi spazio, portando il suo carisma ed essendo attivo in modalità diverse.

Come è riuscito a coinvolgere i cristiani giapponesi nell'accoglienza degli altri?

Non tutti hanno potuto o voluto impegnarsi direttamente, ma qualcuno si è entusiasmato all'idea di creare accoglienza per gli stranieri.
All'inizio è stato difficile, perché i cristiani giapponesi si aspettavano che gli stranieri imparassero a rispettare tutte le loro regole. Alla fine delle feste, per esempio, restava in giro la spazzatura. I giapponesi hanno dovuto aiutare gli altri a capire che va lasciato ordine. Dall'altro lato i peruviani si sono lanciati a fare la processione del "Senor de los milagros".
I giapponesi non erano abituati alle processioni e all'inizio erano perplessi, ma poi le hanno apprezzate, comprendendo che è un'espressione importante della cultura dei peruviani e che loro ci tengono molto in quanto li lega alle loro radici. I giapponesi non si esprimerebbero mai in questo modo, così diverso dalla loro sensibilità. È importante cercare di aiutarli a comprendere. Uno choc analogo è stata la rappresentazione della passione di Gesù da parte dei filippini, avvenuta sia nella Chiesa che all'esterno. Alla fine, i giapponesi erano quasi contenti di questa espressività culturale.

Come avviene l'annuncio del vangelo in una società come quella giapponese?

L'evangelizzazione è possibile, e nella mia esperienza è avvenuta quando sono riuscito a parlare con la gente e ad ascoltarla. Le persone, però, bisogna conoscerle una a una, contattarle personalmente. In generale sono i singoli individui che vanno a bussare alla porta del prete, magari su invito di altri cristiani. Qualcuno sospinto da curiosità viene a messa, partecipa ai matrimoni e ai funerali. Bisogna mantenere desta l'attenzione. Io mi metto sempre fuori dalla porta e se vedo volti nuovi li accosto e li invito a tornare, fisso un appuntamento privato. In generale succede che aderiscono e che iniziano un percorso personale.

Com'è il percorso di chi si avvicina al cristianesimo?

Quando si riesce a contattare le persone si ha una risposta. Certo è un lavoro che richiede tempo, fatto di incontri settimanali che possono protrarsi per un anno o due. Anche quando si propone il catechismo non è mai a più di tre, quattro o cinque persone insieme. Tuttavia, la mentalità giapponese impedisce che il percorso di fede assuma le dimensioni di un fenomeno di gruppo. Altro problema, legato a questo, è la difficoltà di dare spazio per l'educazione religiosa in famiglia. I figli sono molto assorbiti dalla scuola che per altro lascia poco tempo. Finisce così che anche i figli dei battezzati a poco a poco si stacchino dalla vita di fede. La società regola tutto, il percorso dell'individuo è già tracciato e in genere la gente vi si attiene.
Molti sono poi così amanti dei dettagli e perfezionisti da essere sempre occupatissimi (anche nelle faccende domestiche o nelle attività sportive). Nei rapporti umani poi accade sovente che tendano a chiudersi. È un problema dei giovani d'oggi, che si isolano nella loro stanza davanti allo schermo di un computer. In qualche caso finisce che non vanno neppure a scuola.

Negli ultimi mesi, in Giappone, ci sono stati parecchi casi di suicidio giovanile...

Sì, ne sono stati registrati 35 mila l'anno scorso e sono un terzo di quelli reali. Mi spiego: c'è una regola secondo la quale se quando arriva l'ambulanza il paziente è ancora vivo, quello non viene considerato suicidio. I suicidi riguardano comunque anche la gente di mezza età. Una delle cause sta nel fatto che i giapponesi investono molto sul lavoro. Ora che l'economia è in difficoltà, e ci sono fallimenti e licenziamenti, per il singolo crolla tutto.
Recentemente è cresciuto anche il numero delle persone senza fissa dimora.

Che ruolo ha la famiglia?

Fatica a trasmettere i valori spirituali. Finché i figli sono piccoli, la mamma è fondamentale. Poi, quando i figli diventano grandi e cambiano città per frequentare l'università, le famiglie si polverizzano. Ci sono parecchi anziani soli.

C'è un'esperienza di missione, in questi 30 anni, che l'ha segnata in modo particolare?

Da quando sono arrivato in Giappone, trent'anni fa, ho cercato vari modi per incontrare la gente: ho insegnato italiano, francese, religione. A Fuchu, sono stato cappellano nelle carceri per circa 15 anni. L'autorità carceraria consente l'accesso agli "assistenti spirituali" delle principali religioni. Lì i detenuti, anche non cristiani, potevano scegliere di incontrare il prete cattolico. Nel carcere di Fuchu ho lavorato 7 anni, altri 8 nel riformatorio di Saga. Ho trovato molta disponibilità. I detenuti si scontrano con i dolori e le contraddizioni della vita, sono più umili e quindi molto più aperti al discorso della salvezza.
Nell'arco della mia esperienza di missionario ho sperimentato tre modalità diverse di Chiesa: anzitutto quella in contesto urbano, un'esperienza di inizio, in cui si tratta di conoscere le persone e dar vita a delle comunità.
La seconda esperienza è stata in una parrocchia della città di Saga con una tradizione già consolidata.
Infine, negli ultimi otto anni, l'esperienza a Yamato, una parrocchia di periferia, ma vicina alle grandi città (Tokyo), con tutti i problemi tipici della periferia.

Quale aspetto del cristianesimo fa più breccia in questi contesti così diversi?

È la risposta alla ricerca di senso della vita. La rivelazione, qualcosa a cui affidarsi. I giovani, specialmente, hanno molte cose ma niente che possa essere il centro della vita. E soprattutto, c'è il messaggio evangelico dell'amore. Nelle parrocchie le persone trovano un luogo per parlare di temi che riguardano la propria esperienza umana, allora nascono comunità vive.

A cura di Emanuela Citterio
("Missionari del Pime" - Marzo 2005)

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9 dicembre 1950: due giovani missionari, provenienti dalla Cina, sbarcano nel porto di Yokohama. Inizia così la missione del Pime in Giappone, che conosce tre tappe: il dissodamento, la ricerca di vie nuove, l'inculturazione.
La prima generazione di missionari del Pime ha lavorato in situazione di grande disagio. La prefettura di Yamanashi e quella di Saga, le due regioni loro affidate, erano tra le più difficili del Paese, materialmente e spiritualmente. La prima, parte della diocesi di Yokohama, si trova in una zona montagnosa a un centinaio di chilometri da Tokyo; la seconda, parte della diocesi di Fukuoka, è situata in una zona agricola dell'isola del Kyushu, a circa 1200 chilometri dalla capitale.
Nonostante le numerose difficoltà, dopo dieci anni di "dissodamento" erano già nate sette chiese nella prefettura di Saga, una per ogni città, e quattro in quella di Yamanashi.
In questi 55 anni, il lavoro di 53 padri del Pime ha fatto fiorire 18 "oasi" cristiane.
«Le comunità cristiane in Giappone sono certamente piccole oasi nel deserto della grande città - scrive
Padre Pino Cazzaniga, dopo più di trent'anni di vita nel Paese asiatico - . L'oasi è tale perché in essa c'è la sorgente d'acqua viva. Dio le ha create perché l'acqua fluisca nel deserto e lo trasformi in giardino di vita. La comunità del Pime in Giappone non ha altro scopo.
Perché il lavoro sia efficace, a ciascuno dei suoi membri è richiesto un quotidiano rinnovo della fede e un altrettanto quotidiano impegno di inculturazione».
La sfida indicata dai vescovi, per la Chiesa cattolica del Giappone del ventunesimo secolo, è quella dell'evangelizzazione. Educare, cioè, ogni singola parrocchia a divenire comunità che evangelizza. Per i missionari stranieri, la sfida maggiore è quella dell'inculturazione. Non a caso, i documenti della conferenza episcopale giapponese usano il vocabolo "dappi" che, più o meno, significa "cambiare pelle". «In altre parole, si chiede al missionario straniero che cambi pelle», commenta Padre Cazzaniga. «Non è una cosa da poco. Si tratta di una non indolore spoliazione culturale, che non può essere realizzata se non attraverso un autentico cammino nella e con la società giapponese».