DAL GIAPPONE

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«La Luce c'è, e io posso camminare nella Luce».
Quando il messaggio di Cristo passa attraverso l'arte:
storia di un pittore giapponese che ha incontrato Gesù.

Il pittore giapponese Fujishima davanti ad una sua opera...

P. Alberto Di Bello
("Missionari del Pime", Ottobre 2007)

Incontrai il pittore Fujishima cinque anni fa, quando ero parroco di Mishima, una cittadina a poca distanza dai piedi del vulcano Fuji, la mitica montagna del Giappone. Mi aveva telefonato per fissare un appuntamento dopo aver identificato la chiesa sul nostro "sito Internet". Uomo di vasta cultura e di fine sensibilità, fu subito un piacere conversare con lui. I nostri colloqui spaziavano da Buddha a San Tommaso, dall'arte rinascimentale a quella orientale. Pittore come suo padre, ambedue abbastanza rinomati, era maestro nell'arte tradizionale giapponese, chiamata "Nihonga", ma, a differenza di altri artisti, non si limitava a soggetti presi dal mondo vegetale o animale.

Aveva, infatti, sviluppato un interesse per la figura umana, raffigurando quasi esclusivamente i suoi famigliari: la moglie e i due vivaci e simpaticissimi bambini.

Dai colloqui e dalla catechesi individuale (in Giappone è quasi sempre così), passai poi un po' per volta a introdurlo nella comunità cristiana, finché, un anno dopo, ricevette il battesimo. Essendomi poi trasferito dalla regione di Shizuoka, dove si trova Mishima, a quella di Tokyo, dove, a Tama, sorge la casa regionale del Pime, ebbi poche occasioni di rivederlo, se non quando ero invitato alle esposizioni dei suoi quadri.

La mia soddisfazione fu grande quando vidi che, dopo il battesimo, si era dedicato a raffigurare personaggi biblici, come Mosè, Giobbe e Abramo, in un modo che esprimeva bene le loro caratteristiche e il contesto della loro vita. Per questo si impegnava coscienziosamente leggendo i testi biblici. Chiedeva poi il mio parere e la mia interpretazione. Un mese e mezzo fa, ebbi il piacere di vedere la sua foto a colori davanti al quadro di Mosè sul numero di Pasqua del "Katorikku Shinbun", il giornale settimanale cattolico a maggior diffusione. In un lungo articolo il pittore narrava la storia della sua conversione e le motivazioni del nuovo indirizzo artistico intrapreso: esprimere nell'arte giapponese l'incontro con il cristianesimo. «Come tema - sono le sue parole - ho scelto di cominciare dall'Antico Testamento, in quanto il mondo spesso sregolato e crudele dell'Antico Testamento è più simile a quello del giorno d'oggi e può essere percepito più facilmente dall'uomo medio. La differenza è che, mentre l'uomo d'oggi incolpa la divinità se le cose vanno male, allontanandosi da Dio, l'uomo dell'Antico Testamento, anche nelle difficoltà più estreme, non si stanca di chiedere il perché, aprendo il proprio cuore a Dio, nella fiducia che Dio risponde all'invocazione dell'uomo. Cominciai - continua Fujishima - ad allontanarmi dal buddhismo... Finché un giorno mi capitò in mano la Bibbia. In fondo al cuore cominciò a germogliare la gioia. E pensai: la Luce c'è, e io posso camminare nella Luce. A vent'anni bussai alla porta di una chiesa cattolica, ma allora non potei comprendere l'insegnamento del catechismo, che troppo sottolineava il timore del diavolo, e mi allontanai. Continuai però a leggere la Bibbia e libri di teologia cattolica. Fu solo a 36 anni che mi recai di nuovo in chiesa. Era la chiesa di Mishima, nella prefettura di Shizuoka. Con timore provai a telefonare e la voce squillante del padre mi rassicurò: "Quando vuole venire, ogni momento è buono! L'aspetto!". L'allegria e la serenità del padre mi fece capire che, nella fede della Risurrezione, ogni giorno può essere vissuto come una festa. La religione diventava capace di dare senso a ogni momento lieto o triste della vita. Vedendo il padre, capii che il cristianesimo era la religione della gioia. Fino a quel momento, avevo l'immagine di un cristianesimo oppresso dall'idea del peccato e della morte. Ma, credendo nella Resurrezione di Cristo, capii che la morte non è la fine e a 36 anni ricevetti il battesimo». Quanto al suo itinerario artistico, un viaggio di studio in Europa ha avuto su Fujishima una profonda influenza. Rispetto alla pittura europea, quella giapponese gli sembrò di una bellezza solo esteriore. Ma la pesantezza di certe espressioni artistiche gli fece sentire il bisogno di esprimersi in forme più adatte alla sensibilità giapponese, pensando a una possibile sintesi tra le due culture. In questa prospettiva, come credente sentì il dovere di trasmettere il cristianesimo e come artista giapponese, di farlo attraverso l'arte. Le sue opere d'arte potevano fare da finestra per mostrare la verità religiosa. Raffigurando un Gesù che incontra il cuore dei giapponesi, l'incontro col cristianesimo sarebbe stato più facile. «Il mio sogno - conclude Fujishima - è raffigurare un "Cristo dei giapponesi"».