DAL BRASILE, P. BENITO DI PIETRO ![]()
Amazzonia da scoprire
Tre giovani, alla scoperta dell’Amazzonia e della sua gente,
sperimentano la generosità di quanti sanno accogliere,
pur avendo ben poco da
offrire.
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P. Benito Di Pietro
("Missionari del Pime", Gennaio 2008)
L’Amazzonia rimane ancora lontana dalla nostra mentalità occidentale. Ne
conosciamo gli aspetti esterni e più visibili, ma non riusciamo a penetrare l’animo
del "caboclo". Siamo come turisti che visitano di corsa un luogo
sconosciuto e ne ammirano appena la superficie. Diverso è stato il caso di tre
giovani (Antonio, Nunzia e Anna) che sono arrivati in Brasile seguendo un
cammino vocazionale missionario con il gruppo "Giovani e missione" del
"Pime" di Napoli. Pur se per breve tempo sono stati felici di entrare
in contatto con la gente, cogliendone i sentimenti e il modo di essere, sia in
città sia nei villaggi dei "ribeirinhos" (abitanti delle rive) e
degli "indios." Hanno fatto esperienza dell’accoglienza gioiosa
elargita con sorrisi, abbracci e canti, della generosità nell’offrire la
propria povertà, come una semplice banana o una "tapioquinha"
(frittella di "mandioca"), della spontaneità nell’invitare a
entrare nelle case di paglia e fango.
Le emozioni più forti le abbiamo vissute insieme nell’area indigena
"sateré" del fiume Andirá, dove ci siamo recati in visita guidati da
padre Orivaldo che conosce bene la lingua. Toccante è stato l’incontro con
due giovani sposi che ci hanno invitato a vedere il loro bambino di appena sette
giorni, adagiato sul fondo di un’amaca, placidamente addormentato e coperto
con un semplice panno. Il sorriso di quei genitori ci ha commosso profondamente.
Davvero la felicità la si trova nel cuore, non nelle cose.
I nonni del bimbo ci hanno poi introdotto in cucina, dove sulla brace
arrostivano carne di "paca" (mammifero roditore, grande quanto un
coniglio), e ci hanno offerto da bere succo di "guaraná" da una
"cuia" (ciotola ricavata da un frutto equatoriale), facendola passare
da uno all’altro. Un gesto di accoglienza riservato a chi si riceve con stima
e si accoglie nell’intimità della famiglia.
Nel "Torrado", un villaggio di una decina di famiglie, dove
attraccano, una volta la settimana, i grandi battelli di linea, siamo stati
accolti con un bel canto in lingua "sateré". Abbiamo pregato insieme
in una baracca di paglia e abbiamo trascorso la notte dormendo sull’amaca in
una casa, sempre di paglia, messa a disposizione dal proprietario che si è
fatto ospitare da un amico. Il mattino seguente abbiamo celebrato la santa
Messa, alternando il portoghese e il "sateré". Ad assistere c’erano
tutte le persone della tribù, qualche "arara" (grande pappagallo),
"tamanduá-miri" (piccolo formichiere) e scimmietta, delizia dei
nostri tre giovani. I canti e gli abbracci di congedo ci hanno strappato non
poche lacrime.
Dovunque siamo passati, solcando fiumi e laghi, nutrendoci di pesce e "mandioca",
frutta tropicale e miele di api mai viste, abbiamo sperimentato la calorosa
spontaneità della gente. Non mancano certamente problemi di convivenza sociale
o politica, specie in città, dove predomina una cultura ormai
"occidentalizzata". Ma la gente non perde la propria serenità e l’ottimismo,
pur nelle prove più dure, nella malattia e nella miseria.
Insomma, abbiamo ancora tanto da imparare. E soprattutto noi missionari dobbiamo
essere un po’ speciali: resistenti come un’aquila, delicati come un cigno,
semplici come una colomba (lo diceva Gesù), simpatici come un
"colibrì", puntuali come una civetta, sobri come un uccellino,
prudenti come un serpente (lo diceva Gesù)... e anche un po’ matti.
Cari amici, statemi bene! Date inizio all’anno nuovo rinnovando la vostra vita
e sognando un futuro radioso. Il Signore sia la vostra gioia.