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DI PADRE DOMENICO COLOMBO

P. DOMENICO COLOMBO (1925-2007), Missionario del Pime.

P. Domenico ai tempi della gioventù!

Lecco, 2 Ottobre 2007

P. Piero Gheddo

Siamo qui riuniti per pregare e dare l’estremo saluto al nostro fratello Padre Domenico Colombo, sacerdote e missionario del Pime. Mentre presentiamo le nostre condoglianze al fratello, alla sorella e a tutti i parenti e amici, vogliamo riflettere assieme sul significato della sua vita di cristiano e di prete-missionario e gli esempi che ci ha lasciato. Tre pensieri:

1) Domenico è nelle mani di Dio, vede Dio faccia a faccia, vive nella vita nuova spirituale senza il corpo, quanto la nostra è materiale con il corpo.

La morte è la separazione dell’anima dal corpo, che è diventato inadatto, per malattia, per vecchiaia, per incidente, a portare avanti la vita umana. Il corpo muore e sappiamo che risorgerà nell’ultimo giorno in un modo trasfigurato, diverso dall’attuale ma vero, reale, fisicamente vivo: adesso è immobile e lo portiamo in una tomba, ma quel corpo risorgerà per la potenza di Dio. L’anima invece continua a vivere e si unirà di nuovo al corpo dopo la risurrezione.

La morte non è la fine di tutto, la distruzione assoluta e irrimediabile di una persona. La fede cristiana ci dice che la morte è l’inizio di una vita nuova, la vita vera che ci mette nelle mani di Dio, padre di bontà e di misericordia, una vita diversa da quella attuale ma molto reale, che non finirà più: la vita eterna!

La fede ci dice che Domenico non è scomparso nel nulla, non è morto, anzi è qui presente. Domenico, ascoltami: io so, credo fermamente, che in questo momento sei qui vicino a ciascuno di noi, ci vedi, ci senti, sei contento del nostro ricordo, della nostra preghiera. È un momento di dolore, noi soffriamo per la tua scomparsa anche se preparata da una lunga e dolorosa agonia; ma non possiamo essere abbattuti, depressi, come coloro che non hanno la fede. La fede ci aiuta ad avere la serenità della vita che continua, quella serenità che Domenico ha oggi, quando già vede Dio con i suoi occhi.

Sorelle e fratelli, il mondo moderno è così travolgente, che non ci dà più tempo di riflettere, di pensare, di meditare: ci presenta la morte come un incubo di cui è meglio non parlare. Siamo tentati di non pensarci, mentre sappiamo tutti che è legge di natura, che prima o poi la vita umana finisce. Speriamo che finisca il più tardi possibile, ma non è umano cancellare dalla nostra vita il pensiero della morte, che è il destino inevitabile di tutti e ci apre il cammino alla vita eterna.

Papa Paolo VI ha scritto un piccolo testo di poche pagine intense sul tema: "Il pensiero della morte nella mia vita", nel quale leggiamo che dobbiamo coltivare il pensiero della morte, perché ci aiuta a vivere meglio; nella luce di Dio e della vita eterna, tutto si relativizza e comprendiamo le cose veramente importanti nella nostra vita e quelle passeggere.

2) Padre Domenico è stato un dono di Dio a tutti noi che l’abbiamo conosciuto e per il Pime. Sentiamo dolore per la sua scomparsa, ma anche una grande riconoscenza a Dio per averci dato questo grande missionario. Grazie, Signore, che ci hai dato Padre Domenico.

Pur non essendo mai andato in missione, ha dedicato tutta la sua vita al Pime e alle missioni del Pime, agli studi missionari, ecumenici e di storia delle missioni.

Nato a Lecco nel 1925, prete nel 1949, dopo tre anni d’insegnamento a Treviso nel 1952 è stato mandato alla stampa del Pime, ha fatto il redattore di "Missionari del Pime" e di "Le Missioni Cattoliche", di cui è diventato direttore nel 1956 ed ha rinnovato la rivista: nel 1956 aveva 1.800 copie, quando l’ho presa in mano io nel 1959 eravamo a circa 3.000. Lui ha continuato a collaborare specialmente sull’ecumenismo e le religioni non cristiane. Era la prima rubrica in una rivista cattolica sull’ecumenismo e sul dialogo inter-religioso, in anni in cui in Italia questo tema era una novità.

La grande trovata di Padre Domenico sono stati i "servizi speciali", sintesi ben studiate e attuali di temi missionari ed ecumenici (lunghe dalle 24 alle 30-32 pagine). Ogni anno ne scriveva due o tre, aveva una grande capacità di studio, di sintesi e di "volgarizzazione" di temi complessi: faceva capire i concetti e i problemi più difficili. In quegli anni abbiamo stampato una ventina di "Quaderni delle Missioni Cattoliche", che si vendevano bene e di alcuni abbiamo fatto due-tre edizioni.

Ricordo quello sugli ebrei, quello sulle religioni non cristiane e poi sulle grandi Assemblee missionarie del "World Council of Churches" (Consiglio Ecumenico delle Chiese) alle quali padre Domenico ha partecipato come giornalista della nostra rivista, ad Uppsala in Svezia, a Nairobi in Kenya, a Sydney in Australia e infine a Oxford in Inghilterra. In Italia non si trovava niente di simile, per cui i suoi servizi speciali e i quaderni erano molto apprezzati. Ricordo però quella volta che è tornato dall’Australia con un viaggio aereo interminabile e faticosissimo: era fisicamente distrutto!

Anche quando è andato a Roma nel 1969 ha continuato a fare per la rivista un servizio speciale all’anno: a metà anni ottanta ne ha pubblicati due sulla crisi teologica della missione, intitolati "Missionari senza Cristo". Metteva in risalto le tendenze delle varie teologie post-conciliari, che svuotavano dall’interno le missioni ai non cristiani. Aveva suscitato polemiche e dibattiti nella stampa missionaria, ed erano stati tradotti in inglese e citati nei libri di studio e nelle riviste specializzate in vari paesi. A leggere oggi quei due testi sulla missione alle genti, uno si rende conto di quanto la sua cultura teologica e "missionologica" fosse profonda. Non era un ripetitore di cose dette da altri, aveva uno sguardo acuto e illuminato dalla fede, per cui vedeva lontano: quello che vent’anni fa aveva scritto, ha ancor oggi un grande valore.

Potrei citare altri suoi lavori. Domenico voleva rimanere nascosto, una forma di umiltà che per me in un giornalista o scrittore non andava bene: se il nome dell’autore è conosciuto, le sue idee vanno più facilmente! Scriveva uno studio e alla fine delle venti e più pagine metteva tra parentesi (d.c.). Io gli dicevo, perchè non scrivi Domenico Colombo? Perché tu sai che sono io… Ma lui non voleva apparire, quel che contava era di fare un servizio alla missione.

Domenico è stato un dono di Dio per la stampa del Pime e il Pime stesso, soprattutto per due qualità: era un appassionato, un patito dell’ideale missionario e aveva la capacità di studio e di sintesi dei temi teologici e missionologici di attualità. Scriveva semplice e chiaro, un dono raro in uno studioso che, in genere, è portato ad usare termini difficili ed a fare lunghi ragionamenti. Lui sapeva, come si dice, "volgarizzare", semplificare anche i problemi teologici più complicati.

Questo era dovuto alla chiarezza della sua mente e anche alla disciplina che si era imposta. A Milano e a Roma ha fondato le due biblioteche del Centro missionario e della Casa generalizia. Prima di acquistare i libri, leggeva le recensioni, in modo da farsene un’idea precisa, se valeva la pena o no di acquistarlo o di averlo in recensione. Adesso che vengo da dodici anni passati con lui a Roma, posso dire che la Direzione generale del Pime, senza quella biblioteca, sarebbe molto più povera. Purtroppo mancano gli spazi e questo era uno dei suoi crucci!

Per questo padre Domenico sapeva dare consigli preziosi su libri, articoli, autori e tendenze teologiche che si sentivano. Quante volte i Superiori generali sono ricorsi a lui per testi o discorsi non facili da fare. Anche per l’Ufficio storico la sua scomparsa è una grande perdita. Per tutti i libri e i quaderni che abbiamo pubblicato, lui dava un giudizio sui testi, sempre meditato e saggio. La sua cultura eccezionale su qualsiasi tema culturale, biblico, teologico, missionologico, ecclesiale, anche giuridico e liturgico, veniva dalla sua disciplina di vita: tutte le sere, dopo il telegiornale e le preghiere della sera, Domenico andava in stanza, leggeva e studiava libri e articoli, prendeva appunti e poi ricordava quel che leggeva!

Alla Direzione generale del Pime ha dato grandi contributi. Il Capitolo straordinario di aggiornamento post-conciliare del 1971-1972 (è durato otto mesi!), l’avvenimento più importante in 157 anni di vita del Pime, è stato da lui preparato, guidato e poi completato con la cura del volume dei Documenti capitolari (452 pagine e 915 numeri marginali, con 11 capitoli) e delle Costituzioni dell’Istituto, che sono ancora praticamente quelle di oggi, aggiornate dopo il Codice di Diritto Canonico del 1983. Inoltre, per preparare e interessare al Capitolo, la Direzione generale di Mons. Aristide Pirovano manda Padre Domenico Colombo a visitare tutte le missioni del Pime nell’Asia del 1970 (India, Bangladesh, Birmania, Filippine, Hong Kong e Giappone), per avere, da un missionario molto stimato e profondo in campo teologico e missionologico, una relazione particolareggiata sulla situazione anche spirituale delle varie comunità.

In seguito, Padre Domenico ha guidato gli altri Capitoli del Pime fino a quello di Tagaytay (1989) (controllava i documenti, orientava i dibattiti, preparava i testi finali, ecc.); ed ha partecipato a nome dell’Istituto a varie Commissioni della Santa Sede o della C.E.I. che interessavano i missionari, ad esempio quella che ha preparato e fatto accettare l’introduzione degli articoli su "Le società di vita apostolica" come il Pime, prima equiparate ai religiosi. Aggiungo che negli anni 1989-1990 ha partecipato attivamente alle tre stesure dell’Enciclica di Giovanni Paolo II "Redemptoris Missio", pubblicata nel XXV del Decreto "Ad Gentes", "circa la permanente validità del mandato missionario". Insomma, nonostante che non volesse apparire, il suo valore era riconosciuto anche "in alto loco".

Ma non posso trascurare il lavoro per me più importante che l’indimenticabile Padre Domenico ha fatto da quando è andato a Roma nel 1970. Nel 1972 ha iniziato la "rivistina" (piccola di formato) interna all’Istituto "Infor Pime" bimestrale di testimonianze e vita missionaria del Pime, con interviste, notizie, relazioni, lettere, articoli dei missionari, e poi documenti, pareri dei confratelli, libri raccomandati, ecc. Posso assicurare che "Infor-Pime" (con i suoi "Quaderni di Infor-Pime", tre all’anno) è stato ed è un’informazione e una tribuna preziosa per i membri del Pime ed è una vera miniera di notizie e di relazioni sulle varie missioni e missionari.

In un tempo come il nostro, con tutti i moderni e rapidissimi mezzi di comunicazione (telefono, cellulare, fax, internet, viaggi turistici e frequenti ritorni dalle missioni: adesso si parla addirittura al telefono fra i continenti col computer a costo quasi zero!), i missionari sul campo scrivono sempre meno. Ho scritto le storie di varie missioni del Pime (Brasile del sud, Amazzonia, Stati Uniti e Messico, Guinea Bissau e Birmania) e ho dovuto esaminare a fondo il nostro Archivio generale a Roma. Mi sono reso conto che negli ultimi decenni le lettere e relazioni dei missionari diminuiscono fino a crollare. Posso assicurare che di certi missionari già morti (anche giovani) in Archivio non esiste quasi nulla: scrivevano poco o letterine di scarso significato. Se non ci fossero le interviste e i documenti di Padre Domenico, di diversi nostri non rimarrebbe quasi niente!

3) Non si capisce il valore di Padre Domenico e i buoni esempi che ha dato a tutti, se non si parla della sua vita intima, amore a Dio, a Gesù, a Maria, alla vocazione missionaria, al Pime.

Sono stato suo amico fraterno per più di cinquant’anni: quanti esempi ha dato a me e ad altri di fedeltà alla preghiera, di devozione, di spirito profondamente religioso. Pregava molto e questo è dire tutto. Ogni 15 giorni si faceva portare in auto a confessarsi, era puntualissimo, anzi sempre in anticipo alle preghiere comunitarie, meditava molto e profondamente.

Era un innamorato dell’apostolato missionario anche senza essere mai partito per le missioni. Intervistava i missionari, scriveva chiedendo articoli, si faceva mandare i bollettini interni delle missioni, si interessava e voleva seguire le fasi e le iniziative delle varie missioni. Aveva un altissimo concetto della vocazione missionaria, che ha dimostrato in tanti modi.

Quando nel 1994 sono andato a Roma (molto malvolentieri), mi ha molto incoraggiato a scrivere la storia del Pime e le biografie dei nostri. Mi diceva sempre: devi leggere la storia il più possibile non con i nostri occhi umani, ma con quelli di Dio. Giusta la ricerca storica rigorosa e la sincerità e verità dei fatti, ma devi far risaltare gli aspetti positivi della storia, la fede e le virtù dei nostri antenati. Il Pime ha bisogno di richiamarsi alla sua tradizione, che è molto bella e ricca. Ho capito l’importanza del compito a cui mi aveva chiamato Padre Cagnasso, con la guida di Padre Domenico! Parlava sempre in positivo del Pime e delle sue missioni.

Noi ringraziamo il Signore di averci dato Padre Domenico e ci auguriamo che da Lecco e dalla grande famiglia Colombo, che ha già dato al Pime due grandi missionari, Padre Luigi e Padre Domenico, nascano nuove vocazioni missionarie.