DALLA GUINEA, P. DIONISO FERRARO ![]()
Parroco a Bissau
Dal 1972 padre Dionisio Ferraro è
missionario in Guinea-Bissau.
Un’esperienza da raccontare.
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A cura di Emanuela Citterio
("Missionari del Pime", Giugno-Luglio 2006)
«Sono il parroco più vecchio della città. Vengono a chiedermi consigli, domande ed esigenze di tutti i tipi. Anche i militari, quando c’era la guerra ed erano divisi in due gruppi contrapposti. A volte ti senti sgretolato». Padre Dionisio Ferraro, 62 anni, è arrivato in Guinea Bissau nel 1972. Vive nella capitale: «una città grande - racconta - dove vivono ormai quasi 500mila persone. In un Paese piccolo come la Guinea, di un milione e mezzo di abitanti, ciò significa che quasi tutto si concentra qui, nella città».
Padre Dionisio, la Guinea è un Paese ancora politicamente instabile, uscito dalla guerra civile nel ’99 e da un colpo di stato nel 2003. Anche di recente ci sono state tensioni al confine con il Senegal. Qual è la posizione della Chiesa?
Durante la guerra civile il vescovo di Bissau era monsignor Settimio Ferrazzetta,
francescano. Ha fatto molto per favorire il dialogo e ha dato un grande
contributo alla riconciliazione nazionale. Non era un uomo dai molti documenti
ma era presente per tutti. Credo che la Chiesa guineana e i missionari debbano
investire di più sulla formazione ad alto livello di persone che possano
diventare "leaders" responsabili. Qui in Guinea, siccome c’è molta
miseria, molti si lasciano comprare. L’educazione è la chiave di volta per
fare passi avanti, altrimenti non ci sarà mai vera democrazia. È essenziale
educare al perdono e alla riconciliazione, solo questa può essere la cura
preventiva alla guerra. I vescovi scrivono dei documenti in vista delle
elezioni, e questo è un bene, ma noi tutti missionari dovremmo fare più i
conti con la vita reale delle persone, per non essere distaccati dalla cultura
guineana.
Com’è la situazione, dal punto di vista sociale?
La Guinea è un Paese di giovani. Le persone che superano i 60 anni sono il 2
per cento. C’è la fatica quotidiana del vivere, visto che l’80 per cento
dei giovani non trova lavoro. Molti vanno avanti a studiare, anche fino a 40
anni. Ma davanti non hanno prospettive. C’è molta emigrazione dall’interno
del Paese verso la capitale. Le case, le strade, le strutture educative sono
inferiori alle reali necessità, quindi queste persone che arrivano nella
capitale non trovano una risposta adeguata al loro bisogno. Anche nelle
parrocchie ci troviamo di fronte a un numero sempre più grande di persone, con
comunità che variano in continuazione, in base ai nuovi arrivi e alle partenze.
Anche la Chiesa a volte è impreparata a rispondere a tutte le esigenze e alle
problematiche della gioventù.
Cosa fanno i missionari?
I missionari lavorano soprattutto nell’ambito dell’evangelizzazione e della promozione umana, con riguardo per l’aspetto spirituale. In Guinea, noi del Pime siamo conosciuti e stimati anche per l’impegno nell’ambito dell’educazione, gestendo cinque scuole con 1800 alunni. Con i giovani delle parrocchie, nel ’98, quando c’è stata la crisi, abbiamo organizzato gruppi di educazione civica, in cui si leggeva la costituzione. Nelle comunità abbiamo di fronte giovani di diverse religioni: animisti, cristiani, musulmani. Puntiamo su una formazione della persona umana nel rispetto delle diverse tradizioni religiose. Ai cristiani chiediamo di dare il proprio contributo all’interno della comunità. In una sola parrocchia esistono circa una sessantina di gruppi, nei quali cerchiamo di avere qualche giovane universitario che aiuti nell’animazione. A capo dei singoli gruppi ci sono giovani catechisti. Cerchiamo d’impegnarci a livello sociale, tenendo sempre fermo il riferimento a Dio. Infatti, è il rapporto con Dio e con la Chiesa che ci sostiene, e guida anche il nostro agire di fronte alle sfide di questa giovane società.