DAL BANGLADESH
( Intervista dell’Ing. Bruno Guizzi a P. SANDRO GIACOMELLI )
Ripropongo in questa tristissima occasione l’intervista che P. Sandro Giacomelli mi aveva rilasciato a Marzo di quest’anno ("Banglanews 250"). Come purtroppo da lui anticipato alla fine dell’intervista, la sua vita, tutta dedicata alla missione ed ai suoi "Santal", si è conclusa «sulle "feroci" strade di Dhaka, di Savar o di Gazipur, sulla mia vecchia "Honda 125"».
Sandro mi aveva telefonato dall’aeroporto il 17 Settembre, lui partiva per Dhaka ed io per lo Sri Lanka, ma non ci siamo potuti vedere e mi aveva allora promesso un’altra intervista, durante il mio prossimo viaggio. Conoscendo la sua "avversione" per la scrittura, è stata una promessa che mi ha profondamente commosso. Ed ora, caro Sandro, riposa in pace nel villaggio che hai tanto amato e in cui hai dato tutto te stesso.
Nota: l’intervista era stata anche ripresa da "Venga il Tuo Regno".
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Durante una breve sosta a Dhaka, sono riuscito a fare qualche domanda a P. Sandro, missionario del Pime, in Bangladesh dal 1964. Nativo di Isolaccia, vicino a Livigno, Sandro è approdato quarantatre anni fa in Bangladesh e da allora si è innamorato dei "Santal", tra cui ha vissuto quasi ininterrottamente per tutti questi anni. Sandro mi ha consegnato, alle cinque di mattina del 27 Febbraio 2007, mentre stavamo partendo per Dinajpur, dei foglietti con le sue risposte e i suoi commenti. Li trascrivo così come me li ha dati, senza farglieli rivedere, mi sembrano più spontanei.
Quando hai iniziato a lavorare nella "pastorale dei migranti"?
Quattro mesi fa. A dire il vero da quattro-cinque anni continuavo a dire che qualcuno di noi di Dinajpur doveva andare nell’area di Dhaka, se non altro per vedere dove erano andate a finire le centinaia se non le migliaia di giovani, che dal nord scendevano qui a Dhaka in cerca di lavoro. Volevo che ci venisse un altro, perché mi sentivo troppo legato alla gente dei villaggi della diocesi di Dinajpur, dove ho trascorso 40 anni (meno 35 giorni!) della mia vita Bengalese. La spinta mi è poi stata data non solo da questa mia idea, ma anche dall’incitamento del mio vescovo Moses Costa e del mio parroco Marcus Murmu, entrambi favorevoli a questa nuova esperienza.
Chi migra verso Dhaka credo sia la parte più povera degli abitanti. Ci sono tra di essi molti "aborigeni"?
Arrivato qui a Dhaka ho intuito, in questo breve tempo, la "magnitudine" e la gravità del problema. Sono migliaia le persone che, dall’altra parte del Jamuna (il Bramaputra) sono venute qui, nella zona di Dhaka che è molto estesa, dove sono localizzate le migliaia di industrie manifatturiere, in particolare quelle che qui si chiamano "garments" e che producono ogni tipo di vestiti, camicie, jeans, maglieria intima, etc etc, per l’America e per l’Europa. Il motivo di questa migrazione di massa è molto semplice: al nord (oltre il Jamuna) praticamente non c’è lavoro, non ci sono industrie. E la spietata legge di mercato (domanda/offerta) ha fatto sì che la competizione di queste persone, che fanno di tutto per aver un posto di lavoro, abbia portato le paghe, quando va bene, a meno di 1 € al giorno. Anche la grande Cina, con una popolazione quasi dieci volte superiore a quella del Bangladesh, non fa certo gli interessi dei lavoratori e la pressione delle sue esportazioni si sente anche qui. Le ore di lavoro giornaliero sono 10-12, lo straordinario non sempre viene pagato. Per dormire ci si adatta in stanze improvvisate, di lamiera. In una stanzetta di 3,5 x 3,5 metri vi sono tre-quattro persone e la solita, malvagia, legge di mercato ha fatto lievitare continuamente gli affitti. I gabinetti sono, in media, uno ogni venti persone, docce anche meno. Qui si sfrutta tutto, non solo l’uomo, ma anche il terreno, e quindi è anche poco lo spazio per muoversi fuori di queste "scatole" che qualcuno chiama case.
Osservando questa situazione, mi è sembrato di vedere dal vivo quello che tanto tempo fa avevo letto circa la rivoluzione industriale della metà dell’Ottocento, avvenuta principalmente in Inghilterra ed in America.
Gli "aborigeni" (qui li chiamano "adivasi") di varie etnie (Santal, Oraon, Mahali, Munda, Paharia) con cui avevo lavorato al nord per 40 anni, mi hanno meravigliato.
Mai avrei pensato che persone che hanno la libertà nel proprio "DNA", così padrone di sé stesse e del tempo, che hanno come massima aspirazione quella di godere la propria vita in pace ed in armonia con sé stessi e con gli altri, che hanno la caratteristica di avere un tempo "flessibile" in tutte le attività, si fossero adattate ai ritmi delle fabbriche. Puntuali in fabbrica alle sei del mattino, ritorno a casa a sera inoltrata, sempre lo stesso monotono lavoro, riposo settimanale non sempre consentito, ferie dieci giorni all’anno (ma sempre in base alle esigenze della fabbrica e non a quelle dell’uomo).
Le donne, che lavorano come "serve" nelle case, devono invece essere disponibili dalle 6 di mattino alle 10 di sera (e purtroppo, troppo spesso anche di notte!, "ndr"). Niente riposo settimanale, niente ferie: anzi, proprio in queste occasioni devono lavorare di più perché devono servire i "signori" che, loro sì, si devono rilassare.
Trent'anni fa non avrei mai pensato che lo avrebbero fatto. Invece si sono adeguate: però sono coscienti di essere sfruttate. Una giovane musulmana mi diceva proprio ieri: "Se dici qualcosa ti ribattono subito: ‘Hai la bocca troppo larga, domani resta a casa!’. Tanto di gente disperata ed in attesa di lavoro come me ne trovano quanta ne vogliono!".
Io non posso dire niente in pubblico, se no rischio di essere rimandato in Italia. Ma in privato posso parlare, posso far conoscere che ci sono delle convenzioni "ILO" sul lavoro, sancite da tutti i paesi, anche dal Bangladesh. La mia speranza è che crescano dei sindacati non corrotti e non legati ai padroni ed ai partiti politici.
Quali sono le relazioni tra le varie etnie, tra le varie religioni?
In questi luoghi di lavoro e di vita le distanze non esistono, il contatto è davvero stretto: devi far la fila per andare al gabinetto, alle docce, ai fornelli, a stendere i tuoi panni. Ma anche in questi spazi così ristretti si cerca di trovare persone della propria etnia, secondo il principio "Asinus Asinum fricat" (locuzione latina che significa letteralmente: "Un asino gratta un asino", "ndr"). Debbo però notare che c’è una buona intesa comune, in particolare per i problemi relativi al lavoro ed al poco tempo libero.
Io e loro…
Per me girare tra loro è stato facile, perché vedo gente che avevo conosciuto da anni, inoltre parlo la loro lingua. Il vedere la gioia che esprimono per il semplice fatto che qualcuno, senza altri interessi, vada a trovarli è qualcosa che mi commuove sempre. Se non avessi vissuto come ho trascorso questi ultimi 40 anni della mia vita, non potrei sentirmi completamente a mio agio nel vivere, nel dormire con loro. L’affetto e l’intimità che questi giovani concedono ad un vecchio come me (ho 68 anni!) è un dono che non so ripagare. Se continua così avrò una vecchiaia felice, a meno che non finisca sulle "feroci" strade di Dhaka, di Savar o di Gazipur, sulla mia vecchia "Honda 125"!