P. ANTONIO GRUGNI

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La società indiana conosce oggi una fase di grande sviluppo,
grazie al contributo di tanti suoi giovani che studiano
e diventano "cervelli" apprezzati e ricercati all’estero.
Ma i problemi endemici, come la povertà e la diffusione di alcune malattie, restano.
C’è, però, chi, come padre Antonio Grugni,
continua a combatterli, con la fede e il lavoro.

P. ANTONIO GRUGNI, Missionario e medico in India.

P. Paolo Nicelli
("Missionari del Pime", Agosto-Settembre 2007)

Padre Antonio, tu sei medico e missionario in India. In che cosa consiste la tua attività?

Sono in India da 31 anni e, dopo aver trascorso vent’anni a Bombay, mi trovo attualmente nella missione di Warangal, nell’Andhra Pradesh. Da sempre mi sono occupato della cura e della riabilitazione di pazienti affetti dalla lebbra, ed è quello che continuo a fare a Warangal, con l’aggiunta di iniziative mediche e socio-riabilitative per i pazienti affetti da tubercolosi, che è in grande aumento in India, e per quelli colpiti dall’Aids. Ci occupiamo anche della salute dei bambini più svantaggiati, sieropositivi, disabili, orfani, in istituti specializzati per loro.

Che tipo di organizzazione hai creato?

Il progetto si chiama "Sarva Prema Welfare Society" ("Sarva" vuol dire "universale, per tutti", "Prema" significa "amore"). Non abbiamo strutture nel senso di edifici, a parte un piccolo ufficio che funge anche da ambulatorio una volta la settimana. Per il resto lavoriamo sul territorio. In ognuno dei sette quartieri in cui è divisa la città abbiamo un "paramedico" che si occupa di visitare e somministrare i farmaci ai malati che abitano in quella zona. C’è poi un altro medico, oltre me, un autista e altro personale amministrativo. In tutto ci sono undici persone che lavorano con me. Si tratta, ripeto, di un lavoro sul territorio, perché vogliamo essere il più vicino possibile alla gente. E anche perché in questo modo si può fare un lavoro preventivo più efficace.

La gente come vede la vostra presenza?

Tutti sanno che sono un prete cattolico, anche se sono per la maggior parte indù e musulmani. Vedono la nostra presenza come un segno che Dio è in mezzo a loro, perché oltre all’aiuto materiale che offriamo, siamo lì per parlare con loro, per ascoltarli, per farci sentire vicini. Hanno quindi la percezione che là dove c’è amore, compassione, dono di se stessi agli altri, c’è Dio. Gesù diceva che il regno di Dio è dentro di noi e in mezzo a noi. Noi cristiani dobbiamo dimostrarlo con la nostra presenza. E i poveri ci fanno capire che questa è la via maestra.

Parlando della famiglia, quanto essa è importante per la società indiana e per il tuo lavoro?

La famiglia è il cuore della vita della popolazione indiana. Tutto è incentrato sui figli. Basti pensare a quanto gli indiani si indebitano per il matrimonio dei propri figli. C’è una differenza enorme con la nostra cultura occidentale: mentre da noi la regola sono i matrimoni d’amore, in India la quasi totalità dei matrimoni sono combinati dalle famiglie, rispettando le caste che impongono vincoli rigidissimi. La moglie poi va a vivere nella famiglia del marito, perché spesso non ci sono i mezzi per avere una casa indipendente. Per questo la famiglia in India è molto numerosa e il problema degli anziani, per esempio, non esiste. Primo, perché gli anziani spesso non arrivano a vivere a lungo; secondo, perché vengono assistiti all’interno della famiglia.

La donna che ruolo ha in India?

In realtà, non esiste un’unica India, dal punto di vista della società, ma esistono vari "strati". C’è quello dei ricchi occidentalizzati, che vivono negli appartamenti e quindi hanno uno stile di vita più vicino al nostro; c’è l’India della classe media che, in questo momento, sta emergendo; infine, c’è l’India dei più poveri, dei "baraccati", che rappresenta il 45-50%. Una delle più grosse piaghe dell’India dei poveri è l’alcolismo. Quando un uomo si sente frustrato perché non riesce a mantenere la propria famiglia, si dà al bere. La famiglia così s’impoverisce ulteriormente e spesso la donna è costretta a lavorare per guadagnare qualcosa. I figli sono abbandonati a se stessi. In queste situazioni la donna è ammirevole per la capacità che ha di soffrire. Culturalmente è sottomessa all’uomo e conta in quanto "figlia di" o "moglie di". Ma è lei che porta il peso della famiglia e dell’educazione dei figli. È tutto, è il cuore della società. Parlo ovviamente degli strati poveri, perché negli ambienti ricchi si trovano donne avvocato, ingegneri, ecc.

Esiste in India una campagna per il controllo delle nascite? Che cosa proponi tu a questo riguardo?

In India la gente è a favore della procreazione e delle famiglie numerose. Per diversi motivi: innanzitutto, la mortalità infantile è ancora molto alta; poi, i poveri non hanno pensioni né sicurezze sociali, e quindi l’unico sostegno per la vecchiaia sono i figli. La sovrappopolazione è più un problema dei governi. Ma i politici di turno sanno che proporre campagne di sterilizzazione più o meno forzata significa perdere le elezioni. Allora agiscono in maniera più subdola, sotterranea, per esempio con l’invio di circolari negli ospedali del governo, con la distribuzione gratuita di preservativi e pillole nei consultori.
D’altra parte, lo sviluppo industriale e informatico che l’India sta sperimentando è legato anche alla sua grandissima popolazione, di cui la metà, e cioè circa cinquecento milioni di persone, è gente istruita. Centinaia di migliaia di giovani indiani, che parlano inglese, studiano e si qualificano, diventando professionisti. L’India ha oggi un gran numero di "cervelli" da vendere, soprattutto in campo matematico e informatico. Questo vuol dire che proprio la sovrappopolazione, che sembrava un peso per l’India, si sta rivelando un motore per il progresso. Il problema che resta è quello dei poveri, la grande massa che ancora non ha beneficiato dello sviluppo della nazione.
Da parte mia, ho scritto un libro sui "metodi naturali" proposti dalla Chiesa, che è stato offerto come sussidio alle coppie cristiane che seguivano i corsi prematrimoniali della diocesi di Bombay.

Come la gente recepisce i metodi naturali?

È un discorso un po’ delicato, perché i metodi naturali non sono di immediato utilizzo come il preservativo o la pillola, ma richiedono una certa pratica, una conoscenza della donna di se stessa e la collaborazione da parte del marito. Se la donna riesce a riconoscere quali sono i giorni fertili, in cui può concepire, lei e il marito possono decidere di astenersi dai rapporti in quei giorni. C’è alla base un lavoro educativo che riguarda sia la donna che l’uomo. A differenza della pillola, infatti, che è una responsabilità esclusivamente femminile, i metodi naturali richiedono la collaborazione, sullo stesso piano, di uomo e donna che decidono insieme.