DALL’INDIA, P. ANTONIO GRUGNI

PRECEDENTE     Ajay e la sua «mamma»…     SEGUENTE

La "missione" in Asia, se vuole crescere ed essere incisiva,
ha molto da imparare dalla "spiritualità" dei poveri e degli "emarginati".
Un esempio fra tanti: la "mamma adottiva" di Ajay.

P. Antonio Grugni, insieme al giovane Asay...

P. Antonio Grugni
("Missionari del Pime", Marzo 2009)

Nell’Esortazione Apostolica "Ecclesia in Asia" ("La Chiesa in Asia") Papa Giovanni Paolo II afferma: «La Chiesa deve mostrare un amore preferenziale per i poveri e coloro che non hanno voce perché nostro Signore si è identificato con loro in un modo speciale ("Mt 25,40")… La "solidarietà" coi poveri diventa più credibile se i cristiani stessi vivono una vita semplice, seguendo l’esempio di Cristo. Semplicità di vita, fede profonda e coraggioso amore per tutti, specialmente i poveri e i "fuori-casta", sono segni luminosi del "Vangelo" in azione […] in modo che la Chiesa possa diventare davvero la Chiesa dei poveri e per i poveri».
Nella cultura del "consumismo" e dello stile di vita "occidentale" che si sta diffondendo nel "Continente Asiatico", anche tra Sacerdoti, "religiosi" e "laici cristiani", questo richiamo è particolarmente necessario e urgente.
La predicazione del "Vangelo" fatta dai ricchi ai poveri non è credibile, anche se accompagnata da generose donazioni e benefici "socio-economici", perché viene percepita come beneficenza fatta da chi è "superiore" (e rimane ricco) a un "inferiore" (che, comunque, rimane povero). La si può definire "opera sociale", non "evangelizzazione". Gesù, da "ricco" che era nella gloria del Padre, si fece "povero" venendo tra noi in umiltà, per affrontare i bisogni dei poveri, identificandosi con loro.
La "kenosi" ("svuotamento di sé") di Gesù dovrebbe essere il modello per la "missione evangelizzatrice" della Chiesa. L’immagine di Gesù che incarna l’"opzione per i poveri" è quella del Gesù povero, nato nella famiglia di un falegname di villaggio, divenuto "rifugiato" in Egitto e poi "predicatore itinerante" senza un luogo dove posare il capo.
Il "Gesuita" e "missiologo" indiano,
Padre Michael Amaladoss, auspica un cambio di mentalità e di atteggiamento.
Afferma: «La Chiesa in
Asia si è sempre impegnata coi poveri, nei campi della salute, dell’educazione e altri progetti di sviluppo. Ma, può la Chiesa affermare di essere povera? La Chiesa come "popolo" in Asia è certamente povera, ma la Chiesa come "istituzione" è (agli occhi dei poveri) ricca e sembra avere inesauribili "fonti di introito". Può una tale Chiesa pretendere di proporsi come "protettrice dei poveri", condividendo le loro sofferenze e lotte? La Chiesa corre il rischio di fallire nel suo "compito profetico" per proteggere le sue "istituzioni" e le sue "fonti d’introito"».
Mi ha colpito e illuminato, nella comprensione del significato cristiano dell’"opzione per i poveri", la storia del giovane Ajay.
Ajay è un adolescente "indù", ospite in un "ostello" per studenti. Durante una visita medica condotta da me e dai miei "paramedici" nella città indiana di Warangal, nello Stato dell’Andhra Pradesh, gli venne diagnosticata una forma avanzata di "lebbra", per fortuna ancora senza "deformità". Venne subito iniziata la terapia "anti-lebbra" che gli fu somministrata per un anno. Ajay guarì completamente nel corpo, ma emersero, in un dialogo con lui, profonde "ferite interiori".
Figlio unico, all’età di dieci anni ebbe la terribile esperienza di vedere il papà, "alcolizzato cronico", versare del combustibile sulla mamma e darle fuoco. Lei morì come una "torcia ardente" davanti ai suoi occhi: una visione che ancora lo tormenta e l’angoscia.
Il padre fuggì e non se ne seppe più nulla. Dopo il fatto, molte persone accorsero, urlando e discutendo. Ajay notò che, nella generale confusione, una sola persona lo guardava con compassione e piangeva per lui: una povera donna cattolica, madre di cinque figli, che, senza esitazione, lo prese in casa con sé. Una bocca in più da sfamare. Dopo alcuni anni riuscì a farlo ammettere gratuitamente in un "ostello" perché potesse studiare. Ed è lì che l’abbiamo incontrato.
Ajay ora è guarito e io mi prendo personalmente cura di lui, cercando di dargli sicurezza e un senso di appartenenza. Grazie al sostegno ricevuto mediante l’"adozione a distanza" ha completato gli "studi liceali". Mi ripete spesso: «Tu sei la mia famiglia».
Ora ha 19 anni, studia "economia e commercio" all’Università, ha voluto ricevere il "Battesimo" ed è un fervente cristiano.
Ciò che quella povera donna ha fatto per Ajay mi ha illuminato. Dal profondo della propria esperienza di sofferenza e povertà, è riuscita a cogliere e ad accogliere il bisogno dell’altro, assumendosene le conseguenze. Dovrebbe essere questa, secondo me, la modalità dell’"opera missionaria" della Chiesa nel praticare l’"opzione per i poveri", seguendo Gesù che, in povertà e umiltà, condivise le sofferenze umane e prese su di sé i peccati del mondo.