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2007: Diario in Bangladesh

MISSIONE BANGLADESH

Dal Paese del... "sor-riso"

È in Italia da sei mesi,
dove ha assunto l’incarico di Direttore del "Centro missionario Pime" di Milano.
Ma Padre Gian Paolo Gualzetti ha alle spalle ben 15 anni di missione in Bangladesh,
Paese che ha imparato ad amare e al quale è tuttora fortemente legato.

P. Gian Paolo Gualzetti, con una bimba bengalese!

Isabella Mastroleo
("Missionari del Pime", Aprile 2008)

Mentre racconta, nei toni misurati e pacati che lo caratterizzano, la sua esperienza missionaria, è facile intuire nelle parole di Padre Gian Paolo Gualzetti un certo rimpianto per le 350 famiglie cristiane che ha lasciato nella "sua" parrocchia di "Maria Regina degli Apostoli" in Bangladesh. «Sono sempre rimasto nella stessa missione, in un popoloso quartiere periferico della capitale Dhaka, città che conta circa 14 milioni di abitanti». La cifra non deve sorprendere, perché di fatto il Bangladesh è un paese con un’alta densità di popolazione: più di 140 milioni di abitanti in un territorio grande come poco più di metà dell’Italia. Oltre l’87% dei bengalesi è di religione musulmana, e i cristiani sono solo lo 0,3%. In questo contesto, Dhaka convive con tutti i problemi delle grandi città: traffico caotico, "ingorghi", periferie cresciute a dismisura a causa del "boom" edilizio, "baraccopoli" in cui si riversano le persone provenienti dai villaggi in cerca di lavoro.
Mirpur, dove ha operato Padre Gian Paolo, è uno dei grossi quartieri periferici della capitale, dove i problemi abbondano e le risorse scarseggiano. «Quando sono arrivato, agli inizi degli anni ’90 - racconta - , ho raccolto l’eredità di Padre Gianantonio Baio, un altro Missionario del "Pime", parroco della vicina Chiesa di "Santa Cristina", che però poteva venire a celebrare la Messa solo la Domenica e le altre funzioni al Venerdì».
Con la presenza missionaria stabile delle "Suore del Pime" e "Luigine", insieme a Padre Gualzetti, la piccola comunità cristiana di Mirpur si consolida e riesce a definire la propria identità. Se inizialmente la gente tendeva ad allontanarsi per problemi di lavoro, ora la giovane parrocchia di "Maria Regina degli Apostoli", eretta ufficialmente nel Settembre 2007, poco prima del rientro di Padre Gian Paolo in Italia, comincia a poco a poco a diventare un punto di riferimento.
Com’è successo? «Hanno bussato alla porta ed è stato loro aperto», spiega con semplicità il Missionario. A bussare sono uomini e donne che si "riversano" a Dhaka per assistere i familiari ricoverati negli ospedali della capitale; giovani studenti che arrivano in cerca di lavoro; infermiere appena diplomate e non sposate; bambini disabili spesso abbandonati a se stessi, in una cultura in cui l’"handicap" è considerato una maledizione… Tutta questa gente trova nella missione di Mirpur un temporaneo supporto che garantisce vitto e alloggio, facilitando in questo modo la permanenza in una "metropoli" per molti aspetti problematica.
Dopo tante iniziative avviate e i legami stretti con la gente del posto, si comprende perché Padre Gualzetti definisce scherzosamente un "castigo" la decisione dei "Superiori" di richiamarlo in Italia per quattro anni. «Ne approfitterò - dichiara deciso - per far conoscere meglio agli italiani questo bellissimo popolo, di cui purtroppo si parla solo in occasione dei cicloni e delle alluvioni a cui è periodicamente soggetto».
A questo proposito, come reagisce la gente a queste calamità, che rendono ancora più problematica la loro già non facile vita? «C’è una particolare espressione che, a mio parere, ritrae il Bangladesh: il "Paese del sor-riso". Beh, il riferimento al riso è ovvio, perché è il cibo più diffuso, mentre il "sorriso" sta a indicare una popolazione accogliente, ottimista, pronta a darsi da fare e a non abbattersi, nonostante condizioni di vita spesso penose. Anche dopo l’ultimo, disastroso ciclone dello scorso Novembre, il
"Sidr", che ha messo in ginocchio gran parte del Sud del Paese, i bengalesi si sono rimboccati le maniche e, grazie ai fondi generosamente arrivati dall’Italia e da altri Stati, hanno, per esempio, avviato la costruzione di nuovi "cyclone centers" o "shelters". Si tratta di specie di "palafitte" in muratura, adibite - nei periodi in cui l’emergenza rientra - a scuole o centri di ritrovo, e possono contenere ognuno dai cinquecento ai mille sfollati».
C’è qualcosa che il Missionario ha imparato in Bangladesh? «La sapienza della "mimansha": cioè cercare di mettere pace e creare comunione tra due persone o gruppi in disaccordo, lasciando che le due parti parlino a lungo e tirino fuori tutto quello che hanno da dire l’una contro l’altra; il tutto alla presenza di parenti e qualche anziano, che a loro volta possono intervenire. In questo modo, spesso si giunge a riconoscere che tutte e due hanno un "pezzettino" di torto e di ragione, e così si apre la via per una riconciliazione, che si spera la più duratura possibile».
Che cosa si augura Padre Gian Paolo per il futuro del Bangladesh? «La possibilità di nuove prospettive e possibilità di lavoro per i giovani, affinché non si sentano più costretti, come succede adesso, a fuggire verso Inghilterra, Stati Uniti, Canada per cercare condizioni di vita migliori. Un sogno?! A volte fa bene sognare, pur rimanendo con i piedi per terra».
Il servizio che è stato chiamato a compiere in Italia comporta un impegno non indifferente, sebbene formalmente diverso dalla "missione sul campo". Come pensa di affrontarlo? «Mi auguro di mantenere lo stesso spirito che mi ha animato in questi anni: ricercare il bene nell’altro e lasciarsi aiutare dagli altri, per gioire insieme delle belle opere di cui il Signore ci dona di essere suoi collaboratori».