P. GIAN PAOLO
GUALZETTI: DA DHAKA A MILANO!
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MISSIONE BANGLADESH
Dal Paese del... "sor-riso"
È in Italia da
sei mesi,
dove ha assunto l’incarico di Direttore del "Centro missionario
Pime" di Milano.
Ma Padre Gian Paolo Gualzetti ha alle spalle ben 15 anni di missione in
Bangladesh,
Paese che ha imparato ad amare e al quale è tuttora fortemente legato.
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Isabella
Mastroleo
("Missionari del Pime", Aprile 2008)
Mentre racconta, nei toni
misurati e pacati che lo caratterizzano, la sua esperienza missionaria, è
facile intuire nelle parole di Padre
Gian Paolo Gualzetti
un certo rimpianto per le 350 famiglie cristiane che ha lasciato nella
"sua" parrocchia di "Maria Regina degli Apostoli" in Bangladesh.
«Sono sempre rimasto nella stessa missione, in un popoloso quartiere periferico
della capitale Dhaka,
città che conta circa 14 milioni di abitanti». La cifra non deve sorprendere,
perché di fatto il Bangladesh è un paese con un’alta densità di
popolazione: più di 140 milioni di abitanti in un territorio grande come poco
più di metà dell’Italia. Oltre l’87% dei bengalesi è di religione
musulmana, e i cristiani sono solo lo 0,3%. In questo contesto, Dhaka convive
con tutti i problemi delle grandi città: traffico caotico,
"ingorghi", periferie cresciute a dismisura a causa del
"boom" edilizio, "baraccopoli" in cui si riversano le
persone provenienti dai villaggi in cerca di lavoro.
Mirpur,
dove ha operato Padre Gian Paolo, è uno dei grossi quartieri periferici della
capitale, dove i problemi abbondano e le risorse scarseggiano. «Quando sono
arrivato, agli inizi degli anni ’90 - racconta - , ho raccolto l’eredità di
Padre
Gianantonio Baio, un
altro Missionario del "Pime", parroco della vicina Chiesa di
"Santa Cristina", che però poteva venire a celebrare la Messa solo la
Domenica e le altre funzioni al Venerdì».
Con la presenza missionaria stabile delle "Suore del Pime" e "Luigine",
insieme a Padre Gualzetti, la piccola comunità cristiana di Mirpur si consolida
e riesce a definire la propria identità. Se inizialmente la gente tendeva ad
allontanarsi per problemi di lavoro, ora la giovane parrocchia di "Maria
Regina degli Apostoli", eretta ufficialmente nel Settembre 2007, poco prima
del rientro di Padre Gian Paolo in Italia, comincia a poco a poco a diventare un
punto di riferimento.
Com’è successo? «Hanno bussato alla porta ed è stato loro aperto», spiega
con semplicità il Missionario. A bussare sono uomini e donne che si
"riversano" a Dhaka per assistere i familiari ricoverati negli
ospedali della capitale; giovani studenti che arrivano in cerca di lavoro;
infermiere appena diplomate e non sposate; bambini disabili spesso abbandonati a
se stessi, in una cultura in cui l’"handicap" è considerato una
maledizione… Tutta questa gente trova nella missione di Mirpur un temporaneo
supporto che garantisce vitto e alloggio, facilitando in questo modo la
permanenza in una "metropoli" per molti aspetti problematica.
Dopo tante iniziative avviate e i legami stretti con la gente del posto, si
comprende perché Padre Gualzetti definisce scherzosamente un
"castigo" la decisione dei "Superiori" di richiamarlo in
Italia per quattro anni. «Ne approfitterò - dichiara deciso - per far
conoscere meglio agli italiani questo bellissimo popolo, di cui purtroppo si
parla solo in occasione dei cicloni e delle alluvioni a cui è periodicamente
soggetto».
A questo proposito, come reagisce la gente a queste calamità, che rendono
ancora più problematica la loro già non facile vita? «C’è una particolare
espressione che, a mio parere, ritrae il Bangladesh: il "Paese del
sor-riso". Beh, il riferimento al riso è ovvio, perché è il cibo più
diffuso, mentre il "sorriso" sta a indicare una popolazione
accogliente, ottimista, pronta a darsi da fare e a non abbattersi, nonostante
condizioni di vita spesso penose. Anche dopo l’ultimo, disastroso ciclone
dello scorso Novembre, il "Sidr",
che ha messo in ginocchio gran parte del Sud del Paese, i bengalesi si sono
rimboccati le maniche e, grazie ai fondi generosamente arrivati dall’Italia e
da altri Stati, hanno, per esempio, avviato la costruzione di nuovi "cyclone
centers" o "shelters". Si tratta di specie di
"palafitte" in muratura, adibite - nei periodi in cui l’emergenza
rientra - a scuole o centri di ritrovo, e possono contenere ognuno dai
cinquecento ai mille sfollati».
C’è qualcosa che il Missionario ha imparato in Bangladesh? «La sapienza
della "mimansha": cioè cercare di mettere pace e creare comunione tra
due persone o gruppi in disaccordo, lasciando che le due parti parlino a lungo e
tirino fuori tutto quello che hanno da dire l’una contro l’altra; il tutto
alla presenza di parenti e qualche anziano, che a loro volta possono
intervenire. In questo modo, spesso si giunge a riconoscere che tutte e due
hanno un "pezzettino" di torto e di ragione, e così si apre la via
per una riconciliazione, che si spera la più duratura possibile».
Che cosa si augura Padre Gian Paolo per il futuro del Bangladesh? «La
possibilità di nuove prospettive e possibilità di lavoro per i giovani,
affinché non si sentano più costretti, come succede adesso, a fuggire verso
Inghilterra, Stati Uniti, Canada per cercare condizioni di vita migliori. Un
sogno?! A volte fa bene sognare, pur rimanendo con i piedi per terra».
Il servizio che è stato chiamato a compiere in Italia comporta un impegno non
indifferente, sebbene formalmente diverso dalla "missione sul campo".
Come pensa di affrontarlo? «Mi auguro di mantenere lo stesso spirito che mi ha
animato in questi anni: ricercare il bene nell’altro e lasciarsi aiutare dagli
altri, per gioire insieme delle belle opere di cui il Signore ci dona di essere
suoi collaboratori».