DAL BRASILE, P. IGNAZIO LASTRICO

MISSIONE AMICIZIA    Un milanese in foresta    DIARIO

«Quanto è bello il mondo, quanto è grande Dio»:
desidero cominciare con queste parole il racconto della mia esperienza missionaria.

P. Ignazio Lastrico, Missionario in Brasile.

P. Ignazio Lastrico
("Missionari del Pime", Giugno-Luglio 2007)

Il primo segno della bellezza che provo è il sentirmi "in casa", qui in Brasile e precisamente a Porto Grande, cittadina che dista cento chilometri da Macapá (capitale dell’Amapá, nell’estremo nord del Paese), con più o meno 15 mila abitanti, la maggioranza nel centro abitato e gli altri sparsi per la foresta e sulla riva del fiume Araguari. Proprio io, nato nel centro di Milano, in una delle zone più inquinate d’Italia, mi trovo a mio agio nella foresta amazzonica dove, invece che dai palazzi, sono circondato da piante e fiumi grandi e spettacolari.
Ma ciò che mi lascia senza fiato è la bellezza dell’amicizia con il confratello con cui vivo, padre Angelo Consonni. La sua presenza è un continuo richiamo a Cristo: padre Angelo ha 69 anni e la parte sinistra del corpo paralizzata da due "ictus". Invece di starsene in Italia a riposare, continua a testimoniare Gesù in questa terra dove vive da 41 anni. Lo fa soltanto con l’essere perché, come ama ripetere, a causa della malattia ha capito che vale più del fare. Condividendo la vita con lui, sperimento come Gesù non mi lascia solo neanche nei momenti più difficili.
A questa amicizia si aggiungono altri rapporti che mi aiutano a vivere la mia vocazione. Come, per esempio, la convivenza con i due diaconi permanenti della parrocchia, Curuçá e Raimundo, i quali, nonostante abbiano entrambi famiglie numerose a carico, non si tirano indietro di fronte alle esigenze della comunità: Curuçá visita periodicamente una quarantina di comunità soprattutto in bicicletta, mentre Raimundo è responsabile di una comunità che in Italia sarebbe una parrocchia con più di 4 mila abitanti. Sono loro che mi accompagnano nelle visite in foresta, soprattutto nelle comunità che si trovano sulla riva dei fiumi Araguari e Apotema. Provate a immaginare un milanese, per di più con la testa tra le nuvole, da queste parti: se non avessi loro, sarei già affogato o perso, o peggio ancora, mangiato dai "piraña"...
Naturalmente non posso non sottolineare l’amicizia con altri confratelli del Pime, come padre Castrese e padre Fabrizio, e non posso non valorizzare il lavoro dei padri che mi hanno preceduto, tra i quali padre Angelo Negri, che è qui in Amapá dal 1948 e che, nonostante l’età e gli acciacchi, non si stanca di aiutare noi più giovani.
Nella vita pastorale, padre Angelo e io desideriamo evidenziare tre aspetti: l’educazione alla fede, la missione, e la carità.
Il primo si esprime soprattutto in una speciale attenzione ai sacramenti, al catechismo dei ragazzi e agli incontri soprattutto per i responsabili della parrocchia. Questo percorso formativo vuole introdurre i parrocchiani alla vita della Chiesa, e per questo motivo diamo notevole importanza al "Catechismo della Chiesa Cattolica" e alla preghiera della liturgia delle ore.
Naturalmente, non è un lavoro facile, anche se essenziale. La preoccupazione educativa ha spinto me e padre Angelo a restaurare la chiesa parrocchiale (costruita con molto amore da due padri negli anni '60), perché i nostri parrocchiani potessero avere un centro a cui far riferimento.
Il secondo aspetto è la missione. Tale interesse ci porta a compiere gesti significativi: celebrare la Santa Messa nei luoghi di lavoro, ma soprattutto visitare costantemente le scuole che si trovano nella parrocchia.
Il terzo aspetto è la carità. Fin dall’inizio abbiamo cercato di evidenziare questo elemento essenziale della nostra esperienza cristiana esprimendolo in gesti concreti: giochi per i ragazzi, oratorio feriale una volta l’anno, risposte a bisogni primari come cibo e medicine, visite agli ammalati.
La parrocchia comprende comunità sparse che visito per amministrare i sacramenti due volte l’anno, e durante questi viaggi rimango stupito di come lo Spirito agisce, suscitando persone che desiderano vivere la propria fede in una situazione così precaria: nella foresta non ci sono centri abitati e le famiglie vivono lontane le une dalle altre. Vivono di pesca, caccia, agricoltura e con il sostegno dell’amministrazione pubblica. È veramente bello, quando arrivo in una comunità, trovare la cappella pronta per la celebrazione e le persone che mi aspettano felici perché possono accostarsi ai sacramenti. Naturalmente in quasi tutte le visite, dopo la celebrazione, rimango nella comunità a mangiare e in alcuni casi a dormire, per condividere un po’ la loro vita.
Vi chiedo, come favore finale, di ricordare me, padre Angelo e gli altri amici nelle vostre preghiere con questa intenzione: perché sappiamo affrontare le sofferenze e le fatiche quotidiane con la consapevolezza che sono segni dell’amore di Dio, attraverso i quali Lui ci vuole correggere.