MISSIONE AMICIZIA    SALVARE I DIRITTI COSTRUIRE LA PACE   SEGUENTE
Testimonianza di P. Giorgio Licini, PIME (Filippine)

Fino a meno di un anno fa mi rallegravo di vivere in un'area di Mindanao (la grande isola meridionale delle Filippine) quasi immune dalle varie forme di guerriglia che insanguinano il paese. Dal 1997 ero responsabile della missione dell'Arakan Valley, dove ero giunto due anni prima. Eravamo tre missionari del PIME a portare avanti circa cinquanta comunità cristiane, un programma di sostegno per oltre mille studenti poveri ed un programma di riabilitazione e recupero delle comunità tribali indigene.

Mentre il separatismo islamico non creava alcuna difficoltà, per la mancanza stessa di una significativa comunità musulmana, dal 1997 cominciò a riorganizzarsi in Arakan Valley il movimento insurrezionale di sinistra, con un chiaro volto militare, identificabile nelle cellule del New People's Army (NPA, Nuovo esercito del popolo) ed una rete di sostegno di individui e di organizzazioni, spesso difficilmente identificabili, nella società civile e nelle stesse comunità cristiane.

Inutile dire che molti dei principi teorici di questo movimento sono perfettamente condivisibili: giustizia sociale, denuncia della corruzione amministrativa, lotta ad ogni forma di abuso fisico o morale contro i più poveri, difesa delle risorse naturali contro l'ingresso e lo sfruttamento di voraci compagnie locali o straniere… Questi obiettivi sono dichiarati e promossi dal movimento con il risultato di crearsi un discreto consenso, soprattutto nelle aree rurali depresse.

Il New People's Army (NPA) svolge anche funzioni di giustizia popolare, tramite esecuzione di individui invisi alla comunità e ritenuti colpevoli di furto di animali o di altre violazioni. Sempre in pericolo naturalmente sono anche i militari, i paramilitari, i loro informatori e chiunque intralci in qualche modo le operazioni del gruppo...

Dicevo appunto che fino a circa un anno fa pensavo di non correre pericoli. Da sette anni vivevo a Mindanao come prima avevo vissuto a Manila e prima ancora in Italia: vale a dire libero di dire apertamente tutto quello che pensavo, certo senza la pretesa che tutti fossero d'accordo con me; ma nemmeno con la paura di andare incontro a pericoli a causa della diversità di opinioni. In realtà ero un "viziato" della libertà e della democrazia, troppo abituato a misurarmi solo sulla forza degli argomenti e a dare per scontato che la diversità di opinioni avesse un diritto di cittadinanza irrevocabile e non provocasse alcuna ritorsione fisica o morale: nel senso che nessuno può essere colpito per il solo fatto che la pensa diversamente e lo dice in piazza.

In Arakan Valley i veri problemi iniziano verso la fine del 2000 con l'attacco degli NPA ad un leader paramilitare detestato da molti, che però sopravvive, mentre perisce un collega onesto e stimato, che gli fa da guardia del corpo. Va detto che alcuni di questi paramilitari, impegnati appunto con l’esercito in attività antinsurrezionali, sono personaggi tutt'altro che raccomandabili, i cui leader confondono spesso il servizio allo Stato con interessi personali ed hanno all'attivo non pochi abusi ed esecuzioni sommarie…

Gente naturalmente che, se provocata, risponde con ferocia. Dopo pochi mesi infatti (12 agosto 2001) alcuni di loro sorprendono ed aprono il fuoco contro un'altra cellula di NPA in una casupola di montagna. Alcuni riescono a fuggire, illesi o feriti, una donna è catturata e ricoverata in ospedale, una ragazza minorenne si arrende ed è rilasciata dopo alcuni giorni, un'altra coetanea invece muore insieme al proprietario dell'abitazione, un civile membro di un'organizzazione di contadini, sospettata però di sostenere il movimento armato.

Si scatena una polemica infinita, intrisa di retorica, che non fa bene a nessuno. Ognuno punta il dito e denuncia solo un parte del problema: la presenza di gruppi armati o la ferocia delle forze governative; che dopo alcuni mesi (5 aprile 2002) riescono a farsi odiare ancora di più, quando nella stessa zona, attaccano un'altra cellula di NPA, facendo quattro morti: un civile, che aveva appena portato cibo su richiesta o su ordine del gruppo, un guerrigliero e due sue colleghe, di 18 e 23 anni, catturate queste e massacrate a colpi di fucile da distanza ravvicinata, in barba a tutte le leggi nazionali ed internazionali e ai più elementari criteri di umanità, buon senso e rispetto dei diritti umani fondamentali. E' vero che tre giorni prima (2 aprile) una liquidation squad di NPA aveva cercato, senza successo, di eliminare un loro collega, ferendo anche in quel caso un cittadino incolpevole, ma il fatto che l'obiettivo fosse un tizio notoriamente violento e spesso ubriaco rendeva agli occhi di tutti la reazione ancora più sproporzionata.

I fatti di inizio aprile 2002 scatenano il finimondo in Arakan, aggravando una situazione già difficile e compromettendola definitivamente con un nuovo incidente il 12 maggio successivo, quando un gruppo di militari e paramilitari, provenienti dalla vicina provincia di Bukidnon, sorprende gli NPA fuggiaschi in una zona remota e montagnosa ai confini di quella provincia. Muoiono due ragazzi di 17 e 21 anni. Gli altri riescono a fuggire, alcuni feriti.

Nel frattempo la guerra di parole, minacce, dichiarazioni verbali e scritte tra forze governative e simpatizzanti dei ribelli raggiunge il livello di guardia. La mia percezione della situazione in quei giorni è gravissima. Forse uno scontro generalizzato è alle porte, con il rischio di evacuazione di interi villaggi nell'area maggiormente interessata al conflitto. A conferma di ciò, alcune settimane dopo verrò a sapere che gli NPA avevano in effetti già pianificato l'invio di rinforzi da altre municipalità. Inutile credere che i militari sarebbero stati a guardare. Ci sarebbero state vere battaglie, perdite tra i civili, evacuazioni; e noi impossibilitati a qualsiasi mediazione, per l'accusa ormai travolgente (la prima settimana di maggio 2001) di collusione con gli insorti a causa del silenzioso, discreto, ma reale sostegno offerto da individui e comunità della missione nel corso degli anni.

In effetti, quando rileggo ora ciò che ho detto e scritto in quei giorni, il 21 aprile prima, ma poi soprattutto il 14 e il 24 maggio, concludo che devo essere stato fortunato ad uscire incolume da quelle circostanze. A tutt'oggi non so dire con certezza se le mie prese di posizione furono giuste o sbagliate, opportune od inopportune, inevitabili o meno. Si trattava comunque della mia opinione sulla situazione che era venuta a crearsi in Arakan Valley. Avrei forse dovuto essere meno esplicito, immediato ed impulsivo, ma la mia percezione dei fatti - come ho già detto - in quei giorni convulsi, era di un piccolo, seppur localizzato, imminente cataclisma, che rischiava comunque di travolgerci. E' stato questo all'origine della fatidica lettera aperta del 14 maggio, indirizzata alla popolazione dell'Arakan Valley e ripresa in un'analoga comunicazione il 24 successivo.

Di che si tratta? Di un appello in cinque punti per una consultazione per la pace e lo sviluppo tra tutti i cittadini e le organizzazioni sociali, civili e religiose.

Primo punto: nelle mie intenzioni un'osservazione ragionevole, ma di fatto una sfida iintollerabile! I gruppi NPA devono ritirarsi dalla zona e tornare alla legalità. Non ha senso che reclutino e diano in mano un fucile a minorenni impossibilitati a studiare e senza opportunità di lavoro. L'osservazione si basa su diverse considerazioni. Anzitutto, che solo la propaganda pacifica delle proprie opinioni è legittima. Secondo, che notoriamente il movimento NPA tende in ultima istanza all’instaurazione di un governo che prescinde dal volere della maggioranza, dal rispetto della Costituzione e dallo Stato di diritto: un progetto sociale e politico che, fatte salve alcune positive dichiarazioni di principio, non può di fatto essere accettato a livello di realizzazione pratica.

Secondo punto. Gli abusi militari devono cessare. Sono ingiusti, contrari alla dignità della persona e non fanno altro che fornire sostegno popolare ed ulteriori e ben fondate motivazioni al movimento insurrezionale.

Terzo punto. Gli individui e le organizzazioni locali, che si dichiarano a favore della pace e dello sviluppo, devono collaborare e coordinarsi, evitando protagonismi e dichiarazioni radicali.

Quarto punto. Occorre però ascoltare le ragioni di tutti. Compresi gli NPA. Molti di loro sono in buona fede e si sono uniti alla lotta armata solo perché vittime di abusi ed ingiustizie.

Quinto punto. Le istituzioni governative devono fare di più per lo sviluppo e la riabilitazione delle aree remote e più depresse.

La mia idea era in sostanza che la pace si raggiunge tramite la riconcilizione, il dialogo, la collaborazione e lo sviluppo. All’appello non rispondono le organizzazioni vicine ai gruppi armati. Esse non partecipano infatti alla convocazione speciale del "Consiglio municipale per la giustizia e la pace" il 17 maggio, né all’assemblea popolare promossa dall’amministrazione provinciale otto giorni dopo. La cosa dispiace, ma risulta a posteriori perfettamente comprensibile. Non ci sono infatti colloqui di pace in corso tra governo e ribelli. E il mio intervento non è interpretato esattamente come "al di sopra delle parti"; anche perché dava come acquisita la legittimità e l’imprescindibilità del potere costituito in un momento certo di democrazia imperfetta, ma non più di totale ed arbitraria dittatura, superata ormai da 16 anni nelle Filippine. Uno "sbaglio" così, da parte mia e di altri, agli occhi degli NPA e dei loro sostenitori non poteva che risultare imperdonabile.

La vicenda pone quindi interrogativi di fondo, probabilmente per altri già risolti, ma che sono stati per me motivo di lunga riflessione in questi mesi e tali rimangono. Esempio. E’ lo Stato di diritto un punto di riferimento imprescindibile per noi quando agiamo pubblicamente come Chiesa in queste situazioni di conflitto? E’ lecito che alcuni di noi (laici, religiosi, comunità cristiane…) appoggino direttamente o indirettamente movimenti armati che prescindono nei fini e soprattutto nei mezzi dallo Stato di diritto, dalla volontà della maggioranza, dal quadro costituzionale ed istituzionale ancora imperfetto, ma comunque democratico presente nel paese? E’ la democrazia l’ultimo, più avanzato e più rispettabile stadio della gestione umana del potere politico? Oppure è lecito fare la guerra alla democrazia in vista di un’altra forma di governo, così come in passato è stata fatta la guerra ai vari totalitarismi allo scopo di instaurare la democrazia? Ma se poi il risultato è un ritorno al totalitarsimo? Come lavorare efficacemente e raggiungere effettivamente l’uguaglianza e la giustizia sociale così da privare di ogni ragion d’essere i gruppi che dichiarano di puntare con le armi allo stesso obiettivo? Perché in un mondo controllato sostanzialmente dall’Occidente emancipato, ricco e democratico permangono vaste aree di sottosviluppo, di ingiustizia e di ribellione a volte sì ideologica, ma a volte no?

Rispondere a queste domande è certo oltre le mie capacità e le possibilità di questo intervento. Mi limito ad esprimere le convinzioni che ho maturato a partire dal contesto filippino nel quale e in relazione al quale ho lavorato e sofferto negli ultimi anni. In sostanza, cosa è necessario, a livello di ordine pubblico e di contesa politica, perché un paese come le Filippine imbocchi definitivamente la strada dello sviluppo sociale ed economico?

Innanzitutto che ogni gruppo armato rinunci alla strategia finora perseguita. Il sistema politico nazionale è certamente – come dicevo – una democrazia ancora largamente imperfetta, ma l’attuale opposizione in armi, sia essa di matrice comunista o islamica, non aiuta in nessun modo a migliorarla. Giustifica anzi il ruolo sproporzionato dell’esercito nella vita pubblica e le continue richieste di aumento delle spese per la difesa (interna) a scapito della sanità, dell’istruzione, dell’agricoltura… Il partito comunista non è illegale nelle Filippine, ma dovrebbe accontentarsi della rappresentanza politica che i cittadini intendono eventualmente conferirgli e da lì partire per allargare quanto più possibile, con mezzi pacifici e legittimi, il suo consenso. Finché rimane interessato solo al conseguimento pieno ed esclusivo del potere, contribuirà a mantenere il Paese nell’insicurezza e nella povertà. Così il separatismo musulmano, appare assolutamente irrealistico. Meglio investire in attività produttive che nella lotta armata. Il governo centrale non impedisce certamente alla minoranza musulmana di sviluppare una più marcata presenza culturale, religiosa ed economica, purché questo avvenga nel sostanziale rispetto della libertà e della democrazia.

La seconda necessità è la riforma e la pulizia all’interno delle forze dell’ordine. Militari e poliziotti che uccidono i prigionieri, eliminano senza processo criminali veri o presunti, sono in combutta con bande di rapitori, non fanno che aumentare lo scontento popolare e fornire ai gruppi insurrezionali motivi d’azione e comode giustificazioni.

Occorre inoltre che tutte le forze sociali, comprese le Chiese, prendano le distanze dalle organizzazioni armate e lo facciano apertamente e costantemente. E’ facile sentire puntuali e ben documentati rimproveri contro gli eccessi delle forze governative. Ed è giusto, perche’ c’è un motivo in più per farlo: chi fa le leggi, in nome del popolo, deve essere il primo a rispettarle! Ma solo contro il gruppo sanguinario islamico di Abu Sayyaf finora la stessa Conferenza episcopale filippina ha espresso poarole di chiara condanna. Eppure anche i gruppi NPA ed altri separatisti musulmani reclutano minori, armano i giovanissimi, impongono tasse rivoluzionarie,compiono esecuzioni sommarie e sequestri di persona (uno, ma forse breve, era previsto anche per il sottoscritto a scopo di indottrinamneto e convincimento a cambiare posizione…) In realtà il problema di fondo è la mentalità di dipendenza feudale e di delega politica del popolo filippino (e probabilmente di molti altri nel mondo), la scarsa propensione ancora di una democrazia immatura ad un efficae controllo sui leader politici, la propensione, nelle aree depresse, a credere che solo la voce delle armi possa farsi sentire ed ottenere qualche risultato…

Che fare quindi, invece di imbracciare le armi per un proprio ed arbitrario progetto politico? Vanno promosse ed organizzate la corretta opposizione politica e la vigilanza popolare. Servono più sindacati (od organizzazioni ad essi simili) e meno gruppi armati. Più marce e blocchi cittadini e meno azioni di guerriglia. Più controllo diretto sul potere politico e meno deleghe in bianco a gruppi violenti, certo più pronti e sensibilizzati e che prosperano proprio sulla latitanza politica delle masse e l’abbandono di esse da parte della classe dirigente. La democrazia moderna cresce su una cultura politica della maggioranza e del controllo dei rappresentanti popolari, del rispetto delle decisioni e della continua verifica di esse.

La guerra di tutti contro tutti mantiene il paese nella povertà e rovina in partenza il futuro dei giovani. La pace, la cooperazione e la riconciliazione garantiranno il futuro del paese.

P. Giorgio Licini