VIAGGIO MISSIONARIO
Padre Livio
Maggi, missionario in Thailandia,
ci racconta impressioni e riflessioni durante un viaggio in Cambogia.
Con un augurio e un invito finale: impegnarsi per una vita nuova.
|
|
P. Livio
Maggi
("Missionari del Pime", Maggio 2007)
Alcune responsabilità
temporanee mi hanno portato più volte, in questi ultimi mesi, a viaggiare e
visitare i miei confratelli. Mentre vi scrivo mi trovo in Cambogia.
Ho appena visitato i "boat people", gente di origine vietnamita, che
ormai da decenni e da generazioni vive sulle barche, divenute le loro
abitazioni, la loro vita. Barche di pochi metri, magari coperte da un tetto di
paglia e plastica. A prua, la cucina e il secchio per attingere l’acqua dal
fiume. A poppa, il bagno, sospeso sull’acqua per fare i propri bisogni e per
lavarsi. Perdonatemi la durezza dell’immagine, ma la realtà è più dura di
quanto possa essere descritta in queste righe.
E in mezzo a tutto, il sorriso stupendo della gente, della vecchietta che vive
sola, con le gambe anchilosate per l’ormai lunga vita vissuta in quello stato,
ricurva sotto il tetto basso e senza molto spazio per muoversi, felice come una
pasqua per avere incontrato il volto di persone ormai care: il padre, la suora
che le fanno visita, quasi le uniche persone che di lei si interessano.
Rivedo i volti dei bambini dispersi in queste grandi campagne cambogiane,
assolate e piene di polvere; bambini sorridenti perché c’è chi se ne cura,
perché c’è chi cerca di renderli indipendenti, loro così mal ridotti dalla
polio o dalle mine…
Rivedo il volto stupendo di padre Paolo, un patriarca, da cinquantasei anni in
mezzo ai monti del Myanmar. Un volto stupendo, contento di finire lì la sua
corsa. Ha educato generazioni e generazioni di cristiani; ha avviato alla vita
migliaia di orfani, di giovani… Ormai è lì, impossibilitato a muoversi, ma
con un sorriso fantastico, sereno, come di un angelo.
Mi viene in mente la celebrazione dell’otto dicembre in quella diocesi in
mezzo a una delle zone "proibite" del Myanmar: non meno di
quindicimila persone cantavano come se fossero in paradiso. Come a sfidare la
libertà mancata e il controllo quasi totale dei militari. Per lo Spirito non c’è
controllo che tenga, per la fede non c’è paura che leghi.
Ripenso così ai nostri ragazzi che in questo momento stanno costruendo attese
per il loro futuro. Penso ai giovani sieropositivi, al lavoro grande per
costruire un mondo di speranza. Qualche minuto fa leggevo il giornale "via
internet": una madre ha ammazzato i suoi cinque figli… Ma ci dobbiamo
proprio abituare a queste situazioni?
Il potere dei "media", dei giornali ci riempie di parole, di discorsi.
Ci dicono che la compassione non sta più nel condividere la vita, anche la più
misera, la più mal messa, la più disperata, ma sta piuttosto nel lasciare che
ciascuno viva nel suo brodo e, se possibile, non dia fastidio alla nostra vista,
alla nostra coscienza. Il lavare i piedi del Signore non è che una sciocchezza…
Cerchiamo invece di farlo agli altri, sperando che il buon Dio un giorno lo
possa fare a noi, come ha lasciato scritto padre
Mariano. Continuiamo
a credere che è possibile una vita nuova, proprio perché Gesù è risorto.
A voi, amici, conoscenti, compagni di viaggio, il nostro augurio di cuore, mio e
dei miei confratelli, qui a Lampang e altrove, anche se non li conoscete e non
li avete mai visti. È però la stessa vita e lo stesso impegno: che ci sia
padre Livio o padre Luigi o padre Massimo, non è importante. È importante che
questo lavoro continui a dire la verità: è la Pasqua del Signore, la vita non
muore.