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DALLA CAMBOGIA, P. MARIANO PONZINIBBI

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CAMBOGIA, MARZO 2006

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DIRE… "CASA"

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Uno di questi giorni, tra polvere e caldo soffocante, mi fermo, con un nostro collaboratore, a visitare una famiglia. Ne avevo sentito parlare. Un altro di quei "problemi" che danno tristezza, sofferenza, preoccupazione.
La moglie, quattro figli (l'ultimo di 20 giorni), ed il marito in carcere. Accusato di omicidio, dovrà scontare 15 anni di pena.
Osservo, quasi furtivamente, l'ambiente che fa la loro "CASA": e dire questa parola sembra un miracolo in sé. Anche attorno, uno spazio di terra secca e bruciata, tutto dice disordine e povertà.
Come dire "CASA" in un ambiente cosi? Non è solo questione di riparare eventualmente delle pareti con bambù intrecciati: si parla di vita, di relazione, di affetti, di crescita umana. Cosa può significare questa paternità mancante durante il processo di crescita dei figli?
Dentro questi pensieri fugaci, ho carpito però occhi che sorridevano. Questo miracolo che solo i piccoli sanno fare. Sguardi vivaci, e, chissà, proprio il più piccolo, in fasce, non potrebbe essere lui l'anello di congiunzione che tenga viva la speranza e la fiducia nella vita?
Una nostra incaricata, due volte la settimana, incontrerà questa famiglia, portando un po' di aiuto e sostegno. Sarebbe bello, ed è un augurio, che lei stessa possa raccogliere pensieri e confidenze, tramutate poi in riflessioni da poter condividere con me, con gli altri.

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DIRE… "CASA"

Nei due mini-centri dove sono accolti alcuni disabili fisici e mentali, il tempo sta aiutando a creare relazioni, conoscenza reciproca, aiuto vicendevole. Ed è bello vedere alcune mamme che collaborano, chi nel preparare il pranzo, chi nel prendersi cura di altri ragazzi. Non è raro sentire dire che la loro famiglia "si è ora allargata", non fosse altro che il loro problema, la presenza in casa di un disabile, ora è condivisa.
Dire "Casa"… vuol dire sostenere, assieme, anche prove pesanti, come può essere un ragazzo o ragazza con un forte handicap mentale. Con pazienza e costanza, si cercherà di camminare e costruire relazioni che siano sostegno e fiducia nel futuro.

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Cosa intravedere in "case" così?

Dopo 4 mesi di presenza, una bambina, con alcuni problemi motori, costretta a portare delle protesi alle gambe, in questi giorni ha iniziato a… SORRIDERE.
Ne parlavamo, fra noi, cercando di intuire questo suo mondo interiore. Anche per lei la vita aveva già dato giornate di fatica. Bastava questo a motivare un volto intriso di tristezza? Forse no. Forse ci sono altre ragioni, forse altre questioni aperte.
Ma ora, vicina alla sua insegnante, con altri ragazzi, dentro la sua "Casa", questo mini-centro voluto per loro, ritrova un cuore capace di esprimere serenità e contentezza.
Se un bambino non offre il suo sorriso, sarebbe uno scacco enorme per la società degli adulti.
Kumkiera sta forse uscendo dal suo tunnel? La speranza ha corpo ed invita alla fiducia.
Siamo agli inizi. C'è ancora da capire come realizzare e coordinare meglio tante idee e proposte, per un servizio migliore .
Abbiamo avuto per due settimane una fisioterapista di Milano, Elena, che ci ha davvero aiutato a pensare bene, con creatività, passione, competenza, il lavoro per questi ragazzi disabili.
Osservavo anch'io questa donna, con una lunga esperienza in diverse parti dell'Africa: come si muoveva, con naturalezza e vivacità, per aiutare gli altri a capire meglio le diverse tecniche di fisioterapia.
Pensarla alla viglia di una sua ulteriore partenza per il Mozambico, dà un tocco di bellezza alla capacità umana di prendersi cura degli altri. Anche questo significa "DIRE… CASA".
Rendere, per ciò che ci è dato da fare, vivibile la vita.
"DIRE… CASA" a Kompong Chhnang, luogo di lavoro e di presenza missionaria che mi riguarda.
Penso alla sera, a volte stanco, anche avvolto da dubbi o incertezze, e non solo di opere o parole belle udite o proclamate, come il luogo del raccoglimento. Vorrebbe essere così. Dentro la mia preghiera o la messa celebrata con due o tre persone.
La "CASA" come possibilità di fare sintesi, con altri, con chi condivide questo tentativo di creare rapporti di accoglienza e fraternità reciproca. La "Casa"… anche come luogo della fatica, anch'essa da offrire, da non nascondere, perché ci sia verità in me e che consegno anche ad altri.
Una famiglia, accanto a noi, vive il suo lavoro. A volte ascolto anch'io le loro preoccupazioni, e tensioni, oppure serenità recuperate, fra moglie e marito, fra genitori e figli.
Dire "CASA" a Kompong Chhnang significa credere al dono della reciprocità.

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Dire… "CASA" a Gerusalemme…

La Pasqua è ormai vicina. Gli stessi discepoli hanno chiesto al Maestro dove preparare per il rito.
Troverete una CASA. Preparate.
Sappiamo il gesto di Gesù che San Giovanni ha ricordato: la lavanda dei piedi.
Da dove vengono questi "piedi"? Quali strade hanno percorso?
Hanno seguito, ma non sempre capito, il Maestro. Hanno provato la fatica del credere e dell'affidarsi.
Ora, nella loro povertà, vedono il gesto che fa diversa UNA… CASA…
E sono sconcertati.
E dove andranno questi stessi piedi che Gesù ha voluto servire? Di lì a poco, li avrebbero portati lontano, smarriti dentro il mistero della Croce. Su questi piedi che Gesù ha lavato, scende la fatica, la paura di percorrere una strada così diversa.
Questi "piedi" ritorneranno, assieme, a Gerusalemme. Dentro la stessa CASA. In attesa del dono, che verrà.
"PACE A VOI …". Ed ecco il mandato: andate, predicate, testimoniate, prendetevi cura dei più deboli.
E state nelle CASE degli uomini. Dentro la loro storia, dentro le loro delusioni e i loro sogni.
DIRE… "CASA" IN CAMBOGIA, in questa piccola cittadina di Kompong Chhnang, in questi villaggi che visitiamo, vuol dire, per me e per le Missionarie Laiche che condividono questo percorso, affidarci al dono che resta: l'alterità.
Desidero, infine, ringraziare ancora tutti voi, per ogni forma di aiuto e sostegno che mi offrite. Il tutto è a vantaggio dei diversi progetti di aiuto e promozione umana.
Il "GRAZIE" si fa augurio per la vostra vita, per le vostre famiglie.
Il Signore ci visita, nel dono della Pasqua, con la sua PACE. Che sia così per voi, per me, per queste sorelle e fratelli cambogiani.
Un saluto fraterno ed affettuoso.

P. Mariano Ponzinibbi