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Questo il mio lavoro missionario…

Al P. Alberto Sambusiti, appena richiamato dal Cameroun per fare il rettore della casa generalizia (Settembre 2003), abbiamo osato proporre un’intervista, prima che il nuovo lavoro lo assorba così tanto da non lasciargli più il tempo per ricordare e rispondere. Egli ha accettato senza difficoltà e ci ha inviato le sue risposte per e-mail (inforpime@pcn.net), per darci l’occasione di esercitarci al computer e stimolare altri a seguire il suo esempio.

Leggo sull’Annuario del Pime che l’ultimo tuo ritorno in Cameroun, dopo un servizio di sei anni in Italia, è avvenuto nel 1997: da allora dove hai lavorato in missione?

Al termine dei miei sei anni di animazione missionaria nella diocesi di Treviso, nell’imminenza del mio rientro in Cameroun, ricevetti dal Superiore Regionale di quella circoscrizione l’invito a recarmi all’estremo nord. Accettai volentieri perché, per me, era un’esperienza nuova di missione, avendo lavorato per dieci anni all’estremo sud.

Fui destinato alla missione di Zouzoui, nella Diocesi di Yagoua. L’etnia principale di questa zona è Ghiziga. Mi dedicai subito allo studio della lingua e della cultura di questo popolo. Dopo circa otto mesi, mi misi al lavoro come coadiutore al fianco di P. Fenaroli Danilo che era il parroco.

In questa missione rimasi circa un anno e mezzo, poi la lasciai per un’altra.

Da una tua relazione risulta che sei stato parroco per circa quattro anni e mezzo a Salak: come si presenta quest’area sotto l’aspetto etnico, sociale, religioso?

Sì, dopo la mia breve esperienza a Zouzoui tra i Ghiziga, fui nominato parroco nella missione di Salak, diocesi di Maroua. Questa missione è molto diversa da quella di Zouzoui. È più vasta e costituita da etnie differenti, almeno cinque (Ghiziga, Toupouri, Mundang, Mefou, Fulbé, quest’ultimi di religione musulmana). Questa varietà di etnie comporta un inserimento diverso ed anche una pastorale attenta alle varie esigenze.

Il problema della diversità di lingue, per esempio, costituisce una certa difficoltà per me e per la gente. Per la gente perché, pur avendo la loro lingua materna, è obbligata, per capirsi, a parlare il fulfuldé (lingua dell’etnia Fulbé). Per me perché mi impone di conoscere e usare un’altra lingua assai difficile.

La presenza maggioritaria dei fulbé di religione islamica mi obbliga pure a certe attenzioni nei loro confronti, ma anche ad interventi a favore delle altre etnie in maggioranza animiste, soprattutto nel campo della giustizia.

Socialmente la zona è prevalentemente agricola. Si coltiva per mangiare e per vendere. L’85% della popolazione è dedita all’agricoltura, e coltiva il miglio (sorgo), il mais, le cipolle. C’è una limitata presenza di dipendenti dello stato: professori, maestri, impiegati che lavorano all’aeroporto, poliziotti e gendarmi… e un distaccamento di circa 300 soldati col compito di vigilare sulla sicurezza delle strade. Ci sono anche dei piccoli artigiani: fabbri, falegnami, saldatori, che però esercitano il loro mestiere per riempire il tempo libero dopo il lavoro nei campi

Religiosamente la situazione presenta queste percentuali: il 30% della popolazione della parrocchia è di religione musulmana, il 65% animista e il 3-5% cristiana (con confessioni protestanti: battisti, luterani e alcune sette) di cui l’1,2% cattolica.

E per quanto riguarda la situazione religiosa della parrocchia?

La parrocchia di Salak è situata a sud della diocesi di Maroua ed è alquanto estesa, ma non saprei dire esattamente quanti kmq. È divisa in quattro settori con un totale di 26 comunità. (Ultimamente il Vescovo mi aveva chiesto di seguire pastoralmente un’altra zona, Zamala, a 50 km dal centro e composta da 15 comunità).

In generale le comunità non sono numerose. Quelle del centro a Salak contano anche 50-70 battezzati, ma quelle della periferia (situate nella savana) sono piccole (8-10-20 battezzati). Numerosi sono i catecumeni, soprattutto tra i giovani, ma spesso si ritirano per mancanza di costanza, di convinzione, o attirati da sette che promettono benefici materiali e chiedono una preparazione al battesimo meno esigente di quella dei cattolici.

Anche la perseveranza nel vivere la fede varia molto. Dipende da situazioni tribali, dalla famiglia da cui proviene il neofita, dalla sua storia personale, dal suo matrimonio, dagli ambienti che frequenta dopo il battesimo. La percentuale di abbandoni eclatanti non è alta, ma quella dei compromessi, come il ritorno più o meno aperto ai culti pagani, alle credenze nella magia, alla poligamia, la diminuzione della frequenza alla messa e delle pratiche cristiane, è abbastanza elevata.

La parrocchia è organizzata classicamente: ci sono catechisti, animatori e responsabili in ogni comunità; la liturgia della parola viene celebrata ogni domenica, la messa ogni mese e mezzo nei diversi settori; si tiene la catechesi in preparazione al battesimo e anche per i già battezzati (una specie di formazione continua); esiste qualche associazione (per i ragazzi: "Cop Monde" = Copains du Monde, la nostra ACR; per le donne "Derdirabe Yesu" = le sorelle di Gesù.); ci sono corali delle varie etnie; si fanno incontri brevi (due giorni) e annuali di formazione per catechisti e animatori; abbiamo un gruppo vocazionale; un gruppo di giovani che organizzano attività aperte a tutti i loro coetanei; un gruppo di coppie cristiane.

Su quali priorità hai fondato il tuo lavoro pastorale e con quale risultato?

Conoscendo un po’ la situazione generale della zona, e, direi, della diocesi, ho scelto tre priorità sulle quali sviluppare il mio lavoro pastorale.

Prima: la formazione a tutti i livelli, catechisti, catecumeni, giovani, ragazzi, adulti, coppie... Si organizzano incontri e sessioni per tutte queste categorie di persone. In questo lavoro, l’apporto delle suore (erano in tre prima) resta indispensabile. Si va spesso nelle comunità, visto che, per la distanza o mancanza di mezzi, gli interessati non possono venire di frequente al centro. Su questo punto si nota un miglioramento di conoscenze e di impegno, ma è ancora molta la strada da percorrere. Una delle cause più grandi che rallenta questo processo di formazione è l’elevato tasso d’analfabetismo.

Seconda priorità: l’unità della comunità, visto che essa è costituita da numerose etnie e il "demone" della divisione e della diversità (in senso negativo) sta sempre in agguato. A questo proposito ho diviso le comunità del centro in quartieri, insistendo sull’idea di formare delle C.E.V. (Comunità Ecclesiali Viventi) e abolito la divisione fatta precedentemente in base alle etnie. Così che le donne non scopano più la chiesa per etnia, ma per quartiere; il contributo annuale in denaro che ogni cristiano dà per aiutare i suoi preti avviene per quartiere e non per etnie; i lavori comunitari sono fatti per quartiere; i responsabili sono scelti per le loro competenze e non per etnia, ecc.

Terza priorità: l’autofinanziamento. Questo mi ha creato una grossa preoccupazione: trovare il modo e i mezzi perché, dopo di me (prete europeo), il sacerdote locale possa vivere e sostenere alcune opere più importanti. Il problema dell’autosufficienza è anche una priorità della diocesi. Perciò ho cercato sempre di realizzare delle piccole strutture utili ma non pesanti finanziariamente.

Ho costruito un magazzino per cipolle, che vendute in un momento di mercato favorevole possono dare una buona somma; piantato un frutteto di 25 piante (pompelmi, limoni, mandarini, manghi, papaie, aranci) i cui frutti potranno, un giorno, essere venduti al mercato della città; preparato un pezzo di terreno vicino alla casa parrocchiale, trasformandolo in pollaio e organizzandovi un piccolo allevamento di polli, anatre, conigli, pecore e capre: cose importanti per la sussistenza. Ho acquistato un terreno dietro la missione di circa 4.400 mq e seminato miglio e mais. Tutto ciò è finalizzato, come ho detto sopra, al sostentamento del prete. Cose che forse possono far sorridere, ma da noi, e in Africa in genere, sono mezzi economici utili perché un prete possa vivere.

Quattro anni sono pochi per poter fare un bilancio sul risultato di questo programma, ma qualcosa ha incominciato a muoversi.

Come si svolge la catechesi?

A due livelli:

- Catechesi per i battezzandi.

- Catechesi per neofiti e cristiani.

La prima è soprattutto una catechesi sacramentale, cioè in vista dei sacramenti della iniziazione cristiana: Battesimo, Eucaristia, Cresima (per i più anziani lo stesso giorno del Battesimo) e Confessione. Questo cammino catecumenale dura, normalmente, quattro anni.

Nel primo anno, chiamato "pre-catecumenato o anno di coloro che pregano", si cerca di dare al catecumeno le ragioni della fede in Dio che, per lui, già esiste e che venera ma non conosce. Nel secondo si approfondisce la conoscenza di Gesù Cristo: dico "si approfondisce" perché, in genere, coloro che si iscrivono al catecumenato frequentano già la missione attraverso la lettura sistematica del Vangelo. Nel terzo anno si va alla scoperta delle origini della fede in un Dio che ha voluto rivelarsi all’uomo, con la lettura delle pagine più significative dell’A.T. che offrono una sintesi della storia della salvezza. Nel quarto, fondandosi su una sufficiente maturazione del catecumeno, si affronta l’argomento della Chiesa e dei Sacramenti con una sottolineatura particolare ai quattro sacramenti che faranno del neofita un vero discepolo di Cristo. Questa catechesi si svolge normalmente alla missione centrale o nelle cappelle di comunità.

La seconda è una catechesi "esistenziale", che insiste cioè sul come vivere la propria fede negli ambienti di vita (villaggio, quartiere, scuola, lavoro, ecc.) ed è tenuta quasi sempre nelle comunità di quartiere. In realtà, costituisce una formazione permanente, non ha limiti di tempo e sviluppa i temi specifici della vita del credente, per esempio: il cristiano luce del mondo, sale della terra, chicco che muore per produrre frutto, seme di senape che diventerà un grande albero; toccando i problemi più scottanti dell’ambiente in cui la gente vive, come: la corruzione, la menzogna, la calunnia, la magia, l’ingiustizia sociale, la malattia, la morte, la fedeltà alla propria fede…

Queste catechesi, generalmente, sono date dai catechisti, ma spesso il missionario, durante le sue visite alle comunità, le riprende e le approfondisce.

Come si celebra la liturgia?

Come in tutti paesi di missione dove "la parrocchia" ha un’enorme estensione, la liturgia domenicale viene celebrata nelle singole comunità, mentre la liturgia delle feste più importanti dell’anno liturgico si svolge nei settori o distretti parrocchiali dove si radunano le comunità limitrofe (5-8) e dove il sacerdote presiede.

La prima forma di liturgia domenicale, cioè quella senza la presenza del sacerdote, si chiama "Liturgia della Parola", è presieduta dal catechista responsabile assistito dal vice-catechista e dai vari animatori, ha una struttura alquanto simile a quella della celebrazione eucaristica, e, nei luoghi dove si può conservare l’Eucaristia (casi molto rari), include la comunione del Corpo di Cristo.

La seconda è la celebrazione della S. Messa. Naturalmente sono liturgie ricche di canti, di gesti e di segni legati alla cultura e ben comprensibili a chi vi partecipa. La frequenza a queste liturgie è determinata da varie situazioni: è minore se c’è un funerale che cade in domenica nel villaggio stesso o in quello vicino, oppure se la domenica è giorno di mercato da qualche parte, è maggiore se c’è la presenza del sacerdote.

Per quanto riguarda lo sforzo di inculturazione si fanno delle ricerche e si tentano degli approcci, ma, in alcuni casi, questi tentativi non vengono capiti o accolti con entusiasmo, perché le comunità sono state abituate per generazioni a un modo europeo di celebrare la liturgia, e quindi fanno fatica a cambiare. Alcuni esempi…

- Quando si entra nel cammino catecumenale viene data una medaglia come segno di una decisione presa definitivamente, a questo segno i catecumeni ci tengono molto. Si pensa di sostituirlo con un simbolo o un gesto culturale più comprensibile, ma ciò non è accettato.

- Nel rito del matrimonio cristiano si vuole sostituire l’anello con un gesto diverso e molto eloquente che indica fedeltà e aiuto reciproco: lo scambio delle "calebasses" (recipienti per acqua e per il miglio, ricavati da una zucca seccata), una piena di acqua che la donna offre al marito, e una piena di miglio che il marito offre alla moglie.

- Al momento della lettura del Vangelo, si dà molta importanza all’intronizzazione dell’ "evangeliario" con una processione danzante e canti appropriati. Il brano evangelico si ascolta stando seduti. Così si usa fare in Africa, quando la gente ascolta il "capo" del villaggio: è un segno di rispetto dell’autorità, e Cristo è il nostro "Capo".

- Si pensa pure di creare un momento liturgico e gesti appropriati per sottolineare l’importanza della fine del tempo dell’iniziazione dei ragazzi.

Come si prepara e si vive la Pasqua?

La preparazione alla Pasqua si attua in due fasi: una remota e una prossima.

La preparazione remota dura tutta la Quaresima: si insiste presso i cristiani e i catecumeni su una maggior frequenza alle catechesi, alla liturgia domenicale e alla via crucis (una pratica molto sentita, di cui approfittavo per fare delle catechesi); un’attenzione particolare da dare ai poveri e alle vedove aiutandoli col frutto delle proprie rinunce (soprattutto alle bevande alcoliche); e il dovere di contribuire materialmente al sostentamento dei sacerdoti con un dono in soldi o in natura.

La preparazione prossima per tutti consiste, oltre che nella confessione, in una giornata di deserto. Le comunità di ogni settore passano una giornata intera in savana. Con i loro catechisti si raccolgono in preghiera (fanno la via crucis, recitano tre rosari, i salmi) e leggono brani della Bibbia (Profeti, la passione di Gesù o altro). Quest’esperienza del deserto piace molto, anche se è dura perché in quel giorno (che cade nel periodo più caldo dell’anno: si arriva anche a 45° all’ombra) digiunano e bevono solo acqua. Sul tardo pomeriggio si raccolgano nella cappella di settore, dove io li raggiungo concludendo la giornata con la liturgia penitenziale.

Un’altro appuntamento importante è quello dei "baptizandi", cioè di coloro che saranno battezzati nella notte di Pasqua. Per essi sono previsti tre giorni di ritiro alla missione centrale durante la settimana santa, nei quali, con una catechesi intensiva, io stesso riprendo la spiegazione dei sacramenti dell’iniziazione cristiana e compio i riti preliminari del battesimo: preghiere di esorcismo, unzione con l’olio dei catecumeni e spiegazione dei riti.

Da tutto questo si capisce come la Quaresima e la Pasqua sono i momenti più importanti della vita delle nostre comunità.

In fatto di promozione umana, quali iniziative hai portato avanti e con quale interesse e partecipazione della gente?

Su questo punto devo dire che ho avuto la fortuna di trovarmi in una diocesi, quella di Maroua, che detta legge ed è portata ad esempio in tutto il Cameroun come la più impegnata e organizzata nel campo della promozione umana. Da anni vi è un servizio molto attivo e organizzato che si chiama C.D.D. (Centre de Developpement Diocesain). Voluto e realizzato con tenacia dal primo Vescovo della diocesi, ha come motto "Mettere l’uomo in piedi". Per poter capire il lavoro che si fa, bisogna dire che il nord e l’estremo nord del Cameroun hanno avuto una storia diversa dal sud.

Mentre il sud si è sviluppato più velocemente, grazie alla mancanza di una dominazione di una etnia sull’altra e grazie a un’evangelizzazione iniziata 50 anni prima, il nord è stato conquistato nei primi anni dell’800 da un popolo islamizzato, i Fulbé, che, in lotta con le tribù locali, hanno imposto per circa un secolo la lingua e il potere, tenendo gli altri popoli in situazione di schiavitù. Adesso tali etnie, liberate da questo giogo (che però in certe situazioni e forme si fa sentire ancora), possono guardare al loro futuro con un respiro più ampio.

È in questo contesto storico e sociale che nasce il C.D.D. di Maroua. Esso cerca di sensibilizzare le popolazioni (in diocesi ci sono più di 100 etnie) allo sviluppo, creando in ogni parrocchia i C.P.H. (Centre de Promotion Humaine). Questi centri sono gestiti da laici del posto: animatori agricoli che aiutano i contadini a migliorare le coltivazioni o ad utilizzare mezzi e tecniche nuove, animatrici per la promozione della donna, gruppi per la ricerca dell’acqua (in questo lavoro mi sono impegnato direttamente, in quanto ho la sensibilità per cercare l’acqua), scavo dei pozzi, alfabetizzatori… Inoltre promuovono iniziative di sviluppo che comprendono anche la costruzione di granai comunitari per prevenire le carestie (alquanto frequenti nelle nostre zone) ed educare la gente a non sprecare il miglio nella fabbricazione della birra.

Anche a Salak c’è il C.P.H. che è ben organizzato e funziona abbastanza bene; ultimamente, dal C.D.D. è stato giudicato fra i primi quattro della diocesi. Io, sensibile a questo problema, a Salak ho trovato "pane per i miei denti", e con l’aiuto degli animatori, il contributo della gente in soldi e manodopera e il sostegno dei benefattori, non ho fatto altro che continuare e sviluppare l’attività di promozione umana già in atto.

In questi anni abbiamo costruito quattro granai comunitari, due sale polivalenti, creato tre C.E.C. (Caisses d’Epargne et Credit, una specie delle casse rurali organizzate dai nostri parroci all’inizio del’900), formato sei gruppi di alfabetizzazione e di allevamento di bestiame (pecore, capre, buoi…), e altri gruppi per la coltivazione delle cipolle. Abbiamo pure sostenuto le spese di studio di tre universitari, ecc.

L’animazione della gente in questo campo non è facile, perché ci sono pregiudizi culturali e perché si attende sempre l’aiuto dall’esterno; però con un po’ di pazienza e coraggio si possono raggiungere buoni risultati. Il processo di sviluppo di queste popolazioni (e dei popoli in via di sviluppo in generale), a mio parere, è influenzato, tra l’altro, da due fattori che sembrano in contraddizione tra loro, ma causano conflitti generazionali: la lentezza con la quale la gente progredisce (per i pregiudizi socio-culturali, la mancanza di strutture, di mezzi, di industrie, il clima inclemente…) e, nello stesso tempo, la velocità con la quale l’America e l’Occidente propongono il progresso sotto ogni forma (cfr. la globalizzazione). Anche queste due cause contribuiscono a fare dell’Africa un continente "eternamente in ritardo".

C’è movimento di evangelizzazione e conversione dei non cristiani? E come avviene?

La Chiesa locale di Maroua è inserita in un ambiente a maggioranza animista (55-60% della popolazione) ed è impegnata in prima linea, facendo degli sforzi notevoli per l’evangelizzazione. Perciò si è data delle priorità, quali:

- la traduzione in lingue locali (ce ne sono più di cento) della Parola di Dio e della liturgia;

- la preparazione dei libretti di catechesi nella lingua più parlata e capita, il fulfuldé: lingua dei Fulbé, il popolo islamizzato installatosi circa 150 anni fa;

- lo sforzo di creare delle piccole comunità di base nei villaggi e nei quartieri delle città, che noi chiamiamo C.E.V. (Communautés Ecclesiales Vivantes);

- l’insegnamento della religione cristiana nelle scuole della diocesi, sia elementare che superiori, e la presenza di preti e religiose nelle scuole statali dove il preside lo permette;

- un impegno sempre crescente di inculturazione liturgica, soprattutto dei sacramenti: non dimentichiamo che per l’africano i segni sono importantissimi;

- la formazione costante dei catechisti ed animatori a vari livelli;

- l’ordinazione di diaconi permanenti, sospesa dalla Conferenza Episcopale Camerunese da alcuni anni e ripresa (per ora come riflessione in vista di future ordinazioni) dal nostro Vescovo.

Oltre a questo modo "ufficiale" di fare evangelizzazione, ci sono anche le vie "misteriose" di Dio. Normalmente gli animisti arrivano all’incontro col Cristo frequentando la missione, collaborando con i cristiani nel campo della promozione umana o anche per la loro testimonianza. Spesso però, soprattutto fra i giovani, si ha l’impressione che le conversioni al cristianesimo siano di convenienza, perché è la religione del bianco (e qui bianco vuol dire progresso e maggior considerazione a livello sociale), e perché non c’è alternativa: o restare animisti o farsi musulmani. Occorre un discernimento molto attento e un cammino formativo molto serio.

Si attua anche qualche iniziativa di dialogo con le altre religioni?

La diocesi ha una commissione per il dialogo ecumenico con altre confessioni cristiane e per il dialogo interreligioso. Con i protestanti si organizzano momenti di preghiera in circostanze particolari (settimana dell’unità), ma i contatti si riducono spesso a rapporti personali di amicizia. Con i musulmani e gli animisti non parlerei di dialogo, ma piuttosto di collaborazione per iniziative di sviluppo e promozione umana.

La presenza in questi ultimi tempi di musulmani integralisti venuti dall’esterno, e la vicinanza con il nord della Nigeria, dove la legge è quella della "charia", preoccupano un po’ e rendono il dialogo meno facile.

Come giudichi il tuo lavoro alla luce del carisma missionario del Pime?

Secondo me, è perfettamente in linea con le finalità missionarie del nostro Istituto. E questo mi pare ancor più vero quando penso alla mia esperienza nel sud Cameroun, dove, sia ad Etoudi che ad Ambam (1981-1991), la mia attività si svolgeva esclusivamente fra cristiani di almeno tre generazioni. Invece, all’estremo nord, nelle diocesi di Yagoua e Maroua, i cristiani sono una minoranza (10-15%) e vivono in mezzo a una maggioranza animista (55-60%) e ad una consistente presenza musulmana (25-30%). Questa differenza in campo religioso si accompagna anche ad una situazione socio-economica di minor sviluppo rispetto a quella del sud.

Per questi motivi, mi sentivo in un ambiente veramente "ad gentes", in fase di prima evangelizzazione, nei confronti tanto dei cristiani ancora bisognosi di crescita, quanto degli altri gruppi religiosi ai quali non è ancora arrivato l’annuncio del Vangelo. E si prevede che questo durerà a lungo, data la scarsità del personale missionario e i grossi problemi umani che finiscono per assorbire tutta la preoccupazione della gente.

P. Alberto Sambusiti