Nel Paese del Sol Levante può succedere di dover aspettare anche un mese
per
celebrare un funerale.
Padre Marco Villa, missionario in Giappone dal 1999, racconta.
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P. Marco Villa
("Missionari del Pime", Gennaio 2007)
«Allora, padre, ci possiamo vedere fra due settimane, sabato alle 16, per il
primo incontro di preparazione al matrimonio?».
«A dire il vero proprio quel sabato sono impegnato per un funerale. Possiamo
fare il sabato successivo?».
Combinare gli incontri di preparazione al matrimonio è sempre un’impresa qui
in Giappone. Le persone, preti compresi, il sabato e la domenica hanno mille
impegni e accordarsi per un appuntamento è difficile. Se poi lui abita a 120
chilometri di distanza e lei è infermiera, è quasi impossibile. Ad ogni modo,
i due "nubendi", a sentire la mia risposta, erano più confusi che
delusi.
«Ma, padre, come può sapere che quel sabato dovrà celebrare un funerale?».
Se in Giappone non fosse uso comune ricorrere alla cremazione del corpo invece
che alla sepoltura, sarebbe davvero cosa impossibile attendere così a lungo per
le esequie, e non capita comunque spesso di aspettare un mese per i riti
funebri. Ma al signor Tsuneichi non potevo dare un altro dispiacere. Il suo
quarto figlio, Masaki, è morto un paio di settimane fa, a 36 anni, appena in
tempo per godere della nascita del suo terzogenito. "Karoushi", gli è stato
detto: ovvero suo figlio è deceduto di «morte improvvisa causata dal
sovraffaticamento lavorativo». Ci vogliono sei parole in italiano per tradurre
un solo vocabolo giapponese, quasi a indicare la difficoltà che noi occidentali
facciamo anche solo a pensare che si possa morire per troppo lavoro. Pare che
Masaki soffrisse anche di cuore, ma è certo che negli ultimi mesi le ore di
straordinario al lavoro sono state tante, provvedere a una famiglia con tre
figli a carico, il mutuo dell’appartamento da pagare... E chissà quante altre
cose nella testa e nel cuore di Masaki.
È morto lontano dalla sua terra, o meglio dalla sua isoletta, quartogenito dei
cinque figli del signor Tsuneichi. Una famiglia come tante altre dell’isola di
Matsushima. Poco meno di cento abitanti, tutti discendenti di antichi cristiani
rifugiatisi lì poco dopo la metà del 1800, quando la fine della persecuzione
religiosa contro i cristiani sembrava ancora lontana. Tutt’oggi viene chiamata
«Isola del Rosario», forse perché, oltre alle case e alla piccola scuola
elementare, l’unica attrazione dell’isola è una piccola ma dignitosa
chiesetta bianca. Affacciata sul porticciolo, ogni giorno dà il benvenuto ai
pescatori che escono e rientrano dalla pesca. O forse perché credo che non ci
sia nessuno dell’isola che non porti sempre con sé la corona del rosario. La
chiesetta bianca dà il benvenuto anche a me, quando mi reco sull’isola per la
celebrazione della Messa, due volte al mese alle tre della domenica pomeriggio.
Durante gli altri giorni la gente dell’isola si raduna in chiesa anche senza
prete, prima di iniziare il lavoro o la scuola. Alle cinque del mattino sono
già una quindicina che, con il rosario in mano, affidano a Dio il nuovo giorno
e chiedono l’aiuto e la protezione del Padre del Cielo per quanti andranno in
mare per lavoro.
Masaki, però, non era un pescatore. Perduta la mamma ancora da piccolo, lui e
la sorellina minore erano cresciuti in un orfanotrofio sotto la cura materna
delle suore. Appena diventato maggiorenne, si era sposato ed era emigrato in una
grande città del centro del Paese. «Non era solito andare spesso in Chiesa»,
mi dice ancora il papà, «ma aveva un grande senso di responsabilità verso la
sua famiglia, i suoi figli, la moglie che aveva conosciuto proprio negli anni
passati in orfanotrofio. Per niente al mondo si sarebbe separato da loro».
E infatti non è per suo volere che ha lasciato i suoi cari.
Ancora qualche giorno mi separa dalla celebrazione del rito funebre. Non ho ben
chiaro in testa cosa potrò dire durante l’omelia, che mai come in questi casi
si raccomanda sia breve e attinente alla Parola di Dio. In questi anni passati
in Giappone mi sono accorto di come la morte, per quanto possa essere improvvisa
e "ingiusta", sia accolta qui con grande spirito di rassegnazione,
forse anche per il retaggio dell’insegnamento buddista che riconduce al
"destino" la morte di ogni vivente. Il destino buddista è più simile
al termine fato, caso, quasi sinonimo di fortuna e sfortuna. La morte di Masaki
invece e, come la sua, tutte le morti improvvise non accadono per caso. C’è
un progetto, quello di Dio, che il più delle volte a noi sfugge e ci pare
crudele; c’è una chiamata, quella di Dio, che giunge anche quando non la si
aspetta.
Eppure anche noi, che riponiamo la speranza nel Dio che Gesù ci ha mostrato,
non possiamo dimenticare che un destino ce l’abbiamo. Che è eterno, che è
visione di Dio, che è tornare a Chi ci ha creato e amato da sempre, e nel cui
amore senza fine siamo destinati a vivere. Credo proprio che confonderò ancora
un po’ i miei cristiani parlando di questo Mistero di Dio e spero anche che i
due promessi sposi si accorgano presto dell’infinita e misteriosa presenza del
Signore nella loro nuova famiglia.