P. SILVANO ZOCCARATO

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Sono stato "adescato" da una proposta del mio "Istituto":
"Si sta pensando a una presenza in
Algeria. Ci vogliono tre persone:
una di settant'anni, una di cinquanta, e una di trenta".
Incontrato P. Luigi, allora Vicario generale, gli ho detto: "Quello di settant'anni sono io".

Tappeti al mercato di Gardaia... Panorama di Touggourt, Algeria... Ancora il mercato, con la vendita di spezie!

P. SILVANO ZOCCARATO, PIME
("Missionarie dell’Immacolata", Aprile 2008)

Sono arrivato in Algeria un anno fa, dopo molti anni passati in Camerun. Gli ultimi mesi prima della partenza sono stati di intensa attesa a causa di difficoltà per il "visto". Ho potuto darmi alla lettura: Algeria, Islam, Maddalena, fondatrice delle "Piccole Sorelle", storia e situazione della Chiesa algerina e altro ancora. E ho avuto tempo di ripensare al mio cammino di missionario.

PREPARAZIONE

15 settembre 2007, anniversario della nascita di Charles De Foucauld, metto i piedi in Algeria. De Foucauld, mi dicono gli esperti, va visto nel suo itinerario verso la sua "immolazione" per una "fraternità universale". Mi piace sentirmi così anch'io all'inizio di un nuovo cammino... aspirando, lavorando e pregando per la "fraternità universale". Passo i primi tre mesi a Wargla presso i "Padri Bianchi", dove ho la fortuna di partecipare ad una vera scuola di vita: vita comunitaria, preghiera, scuola di arabo, pasti insieme, turni di cucina, pulizia, lavanderia, ecc. Questo mi permette di entrare nell'ambiente missionario di persone che hanno vissuto 50 anni di Algeria.

Tre mesi di "noviziato" profondo, goccia a goccia, vitale, fraterno, meglio che dei corsi all'Università. Quello che leggo e sento, lo posso verificare con gente esperta. Posso dire: "Chi ben incomincia...". Il resto... "In cha’ Allah!".

La forza di studiare l'arabo mi viene dalla gioia che ho provato già in Camerun nel conversare un po' con la gente. È il miglior modo di amare.

Con me c'è anche un giovane allievo dei "Padri Bianchi", proveniente dal Mali, e un giovane "Padre Bianco" polacco, nuovo anche lui dell'ambiente. Tra parentesi, il primo algerino che ha saputo che non ero "Padre Bianco", mi ha chiamato "Padre senza colori".

A Wargla, a quattrocento metri dai missionari, ci sono due Suore francescane, quasi le uniche fedeli alla Messa celebrata o presso di loro o nella casa dei "Padri Bianchi". Quasi... perché nel giorno festivo, e qui tra i musulmani è il venerdì, si aggiungono, contandoli sulle dita della mano, alcuni cristiani di varie Chiese sorelle.

A Natale mi trasferisco nella nostra nuova missione di Touggourt. Attendo i miei compagni che arriveranno a giugno e a settembre. Da solo sto bene, ma mi manca l'aiuto materiale e spirituale del gruppo e sento debole la testimonianza. La gente potrebbe vedere ed essere confortata dalla comunione e dalla fraternità dei cristiani.

LA GENTE

Tutti si dicono "Algerini", ma sono arabi, "berberi", "touareg" sedentari e nomadi, molti "neri" di varie origini, parecchi discendenti di schiavi, e poi "piedi neri", francesi e gente di ogni nazionalità.

Tutti musulmani, praticanti e non praticanti, membri di "confraternite", e poi Karigiti, Mozabiti, e nelle montagne gruppi di "integralisti" e combattenti.

Quando dico che sono appena arrivato, mi fanno un'accoglienza gentile e calorosa: "Tu es chez toi!". "Sei a casa tua!". Leggendo vecchie storie, trovo il giudizio comune che la gente qui porta dentro e fuori i tratti d'animo di fierezza, nobiltà, solidarietà, accoglienza...

Oggi, molti hanno perso la fiducia nel prossimo. Gli anni duri dei massacri, hanno lasciato il sospetto, la paura. Per la strada, quelli che mi parlano non fanno che guardarsi attorno per vedere se qualcuno li osserva.

Ma la gente, musulmana al cento per cento, non appartiene all'islamismo che conduce alla violenza. Piuttosto sono sensibili alla dimensione religiosa e mistica dell'Islam, inclini a un profondo rispetto delle persone.

RESTARE A TOUGGOURT

Gli amici in Italia mi chiedono: "Che cosa fai a Touggourt?". A volte me lo chiedo anch'io.

Adatto a me stesso il discorso di P. Teissier, arcivescovo di Algeri, ai 35 nuovi arrivati in quest'anno, e mi dico: "Mettiti bene in testa che qui non hai più le 'folle' cristiane come in Camerun!". In Algeria c'è qualche migliaio di cristiani stranieri e qualche decina di cristiani algerini che in più sono di cultura araba, "berbera", musulmana e senza una antica e solida cultura cristiana, come per i cristiani delle Chiese del Medio Oriente. Bisogna scoprire la missione che Dio ci ha affidato: essere Chiesa di tutto il popolo, anche se il popolo è musulmano. Si tratta quindi di scoprirvi degli amici e dei fratelli. Non è il numero che conta, ma la qualità del rapporto.

Non basta amare la Chiesa d'Algeria, ma è l'Algeria che va amata, e quindi gli Algerini. Ciò comporta uno sguardo che sappia capire l'Islam e rispettarlo come religione del popolo al quale siamo inviati. Si ama l'Algeria nelle persone che incontriamo. Questo è prioritario: partire dall'amicizia e mirare all'amicizia inserendosi nel tessuto della vita, in qualche centro d'interesse come l'assistenza scolastica, le biblioteche, la formazione dei giovani, delle donne...

Per avvicinarsi, bisogna saper entrare nella cultura. La conoscenza della lingua e della religione non basta, perché la cultura è più vasta. Cultura è anche cucina, musica e canto, "sport", letteratura e tradizioni della vita quotidiana.

Occorre saper relativizzare le difficoltà, le propagande, le violenze e gli scoraggiamenti del paese. La missione è anche missione di speranza. Certo il paese ha attraversato immense sofferenze, correnti diverse, le cui tracce sono ancora evidenti. Per trent'anni c'è stato un partito unico. È difficile dimenticare e le relazioni non sono facili. Ci sono ancora scoppi di violenza e scoraggiamento nei giovani. Bisogna saper riprendere fiato.

È importante saper trovare in se stessi, con l'aiuto di Dio, i mezzi di "ricarica" spirituale secondo le tappe del percorso. In altri Paesi ci sono molti aiuti. Qui le comunità sono piccole e molto distanti tra loro e ciò comporta dei sacrifici: clima, viaggi, spese e fatiche... È sul posto che si devono trovare gli aiuti. Per questo è molto importante il rapporto con gli abitanti, anche e perché musulmani. In questo rapporto alcuni missionari sono stati esemplari, come il Padre Cominardi che ha percorso palmo a palmo il deserto, scoprendo molti segreti e condividendo l'amicizia con tante persone. Ci sono rimasti di lui gli studi, i reperti di graffiti e bassorilievi trovati, e le poesie scritte dalla piccola ammalata Someya, musulmana, con la quale aveva vissuto una spiritualità di grande valore.

LA MESSA

Celebrare la Messa con le "Piccole Sorelle di Gesù" è il momento più bello della giornata. Il mio confratello Beato Giovanni Mazzucconi, primo martire dell'"Istituto", a un amico che gli chiedeva che cosa facesse tutto il giorno, rispose: "Celebro la Messa". In una lettera a un altro amico scrisse: "Un sacerdote che dice Messa, non deve, non può assolutamente provare tristezza". Vorrei che provaste anche voi a sentire la gioia di celebrare nelle basi petrolifere con tecnici di tutte le nazionalità. Un'italiana mi ha detto: "In Italia non mi vien voglia di pregare, qui sì".

Celebrare poi con le "Piccole Sorelle" è per me un privilegio immeritato. Qui la Piccola Sorella Maddalena ha condiviso coi nomadi, continuamente respinti dai cittadini, momenti belli di amicizia e ne ha fatto un luogo di formazione e di ispirazione per la sua famiglia religiosa.

La celebrazione, perché sia ben preparata, mi richiede studio, meditazione, condivisione. Anche per loro è il momento dove ritrovano l'inizio, il perché, il come della loro vocazione e vita. Spesso seguo commosso la loro offerta dopo la comunione: "Ricevi l'offerta della mia vita ad immolazione per la redenzione dei miei fratelli d'Islam e del mondo intero...".

I primi missionari del mio "Istituto" dicevano: "Per Te solo voglio vivere, per Te morire. Ecco la tua vittima, rendila pura, santa, degna di essere sacrificata per Te".

ACCOGLIERE

Abito in una casa lasciatami dai "Padri Bianchi", una casa da "risistemare", essendo stata abbandonata da alcuni anni. Il lavorare con gli operai mi permette anche di "balbettare" qualche frase in arabo e di andare in ristorante a mangiare con loro. Un pasto da operaio costa 70 dinari, poco meno di un euro. La casa dovrà accogliere, oltre ai miei due confratelli Emmanuele e Davide, anche amici italiani e missionari del luogo che desiderano trascorrere momenti di riposo e di preghiera. C'è anche il terreno per un bel giardino. Voglio che tutto sia bello e accogliente, anche per la gente del luogo.

Incominciano a venire dei giovani per migliorare il loro francese e inglese, qualche professore vuole imparare l'italiano... Alcuni vengono per ritrovare il clima amichevole di un tempo, alcuni per dire cose che non si sentono di dire ad altri.

PRESENZA APPREZZATA

La nostra presenza deve continuare nello stile di sempre, presenza reale, umile, silenziosa, continua, anche nella sofferenza.

L'attuale Presidente dell'Algeria, Bouteflika, così ha testimoniato davanti al popolo francese nei suoi più alti rappresentanti: "Rendo un omaggio particolare alla rara 'abnegazione' di cui la Chiesa d'Algeria ha fatto prova, nei peggiori momenti della 'tormenta', e continuando senza dormire la sua missione di testimonianza e di solidarietà umana nel mio paese". Donne che "vegliavano" perché missionari e Suore potessero dormire tranquilli e non pensare di partire. Vicini che hanno aperto dei "fori" dove i missionari potevano passare in caso di pericolo.

Una donna scrive: "La presenza dei cristiani diventa una luce di speranza per consolarci, aiutarci a continuare ad amare Dio e a cercarlo!".

Alla morte del Vescovo Claverie, il cui sangue era unito a quello del suo autista musulmano, un'algerina musulmana ha detto davanti a tutti: "La presenza della Chiesa è vitale più che mai per il nostro Paese, per assicurare la perennità di una Algeria plurale, 'plurietnica', aperta sul prossimo, radicalmente 'tollerante' e solidale. Per costruire la storia della Chiesa di domani, o meglio ancora l'uomo di domani, l'algerino di domani!".

In questo momento di evoluzione della società e dell'Islam stesso, la Chiesa può continuare la sua missione di "accompagnatrice" col suo discernimento che le viene dallo Spirito.

Deve vivere soprattutto l'ascolto: ascolto della gente con la quale la Chiesa ha convissuto e che ha una parola da dire anche per il tipo di presenza e di attività; ascolto dei cristiani algerini, per ora ancora "nascosti"; ascolto dell'evoluzione della società e dell'Islam; ascolto di ogni ricerca di Dio, di ogni teologia. La cattolicità non è solo situazione geografica, ma è soprattutto forza di un amore che viene dalla "Trinità" e che vuole arrivare a tutti, sempre ed ovunque.

LA PICCOLA CROCE

L'uomo che mi ripara la casa, sa fare di tutto. Alle soglie del Battesimo, si è fermato per non tradire la sua religione e la sua famiglia, e continua a frequentare la moschea. Ama la missione, la Chiesa, le Suore come la sua famiglia. Le Suore lo conoscono da anni. È come un fratello per loro e per me. Io osservo la sua vita. È gentile, solidale coi fratelli, generoso. È gioioso. Chi è Dio per lui? Che cosa è la Chiesa, quella che ritiene anche sua?

La vecchia Chiesa parrocchiale di Touggourt è concessa all'Associazione "Croissant Rouge", la "Croce Rossa" musulmana. Sul portone d'ingresso c'è una bella "luna rossa". Forse un giorno la Chiesa ritornerà ad accogliere i cristiani e quanti lo sono nel cuore, più numerosi di quelli che si vedono con gli occhi. Sulla cupola c'è ancora una Croce, piccola, un po' piegata. L'avevano tolta, ma i vicini l'hanno voluta e tanti sono contenti di vederla ancora. La mia fede mi dice che un giorno accoglierà non solo i cristiani, ma anche gente di varie culture e religioni, perché lo spirito universale di amore, vissuto con pazienza ed umiltà, è ancora vivo nella Chiesa.