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giugno 2002

 

Parola di Luglio

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«Andate dunque e imparate che cosa significhi: misericordia io voglio e non sacrificio»
 (Mt 9,13).

Il comportamento di Gesù era talmente nuovo rispetto alla mentalità corrente che spesso, per così dire, scandalizzava le persone perbene. Come quella volta che disse a Matteo di seguirlo ed andò a pranzo con lui. Matteo era un esattore delle tasse. A causa del suo mestiere non era amato dalla gente, anzi, era considerato un peccatore pubblico, un nemico al servizio dell’Impero Romano.
Perché, si domandano i farisei, Gesù mangia con un peccatore? Non è meglio stare lontano da certa gente? Quella domanda diventa per Gesù l’occasione per spiegare che lui vuole incontrare proprio i peccatori, così come un medico i malati, e conclude dicendo ai farisei che vadano a studiare cosa significa la parola di Dio riportata nell’Antico Testamento dal profeta Osea: "Misericordia io voglio e non sacrificio" (Cf Os 6,5).
Perché Dio vuole da noi la misericordia? Perché ci vuole come lui. Dobbiamo somigliare a lui come i figli somigliano al padre e alla madre. Lungo tutto il Vangelo Gesù ci parla dell’amore del Padre per i buoni e per i cattivi, per i giusti e per i peccatori: per ognuno, non fa distinzioni e non esclude nessuno. Se ha delle preferenze sono per quelli che meno sembrano meritare di essere amati, come nella parabola del figliol prodigo.
"Siate misericordiosi - spiega Gesù - come è misericordioso il Padre vostro" (Lc 6,36): questa è la perfezione (Cf Mt 5,48).

«Andate dunque e imparate che cosa significhi: misericordia io voglio e non sacrificio»

Anche oggi Gesù rivolge ad ognuno di noi l’invito: "Andate ad imparare...". Ma dove andare? Chi potrà insegnarci cosa vuol dire essere misericordiosi? Proprio uno solo: lui, Gesù, che è andato in cerca della pecora smarrita, ha perdonato chi l’aveva tradito e crocifisso, ha dato la sua vita per la nostra salvezza. Per imparare ad essere misericordiosi come il Padre, perfetti come lui, occorre guardare Gesù, rivelazione piena dell’amore del Padre. Egli ha detto: "Chi ha visto me ha visto il Padre."

«Andate dunque e imparate che cosa significhi: misericordia io voglio e non sacrificio»

Perché la misericordia e non il sacrificio? Perché l’amore è il valore assoluto che dà senso a tutto il resto, anche al culto, anche al sacrificio. Infatti il sacrificio più gradito a Dio è l’amore concreto verso il prossimo, che trova la sua espressione più alta nella misericordia.
Misericordia che aiuta a vedere sempre nuove le persone con le quali viviamo ogni giorno in famiglia, a scuola, al lavoro, senza ricordarci più dei loro difetti, degli sbagli; che ci fa non giudicare, ma perdonare i torti subiti. Anzi dimenticarli.
Il nostro sacrificio non sarà tanto fare lunghe veglie e digiuni, dormire per terra, ma accogliere sempre nel nostro cuore chiunque ci passa accanto, buono o cattivo.
Così ha fatto un signore che lavorava nel reparto accettazione e contabilità di un ospedale. Il suo villaggio era stato interamente bruciato dai "nemici" suoi; quando una mattina vide arrivare un uomo con un parente ammalato. Dal suo accento subito capì che si trattava di uno dei "nemici", spaventato, che non voleva rivelare la sua identità per non essere mandato via. Il contabile non gli chiese i documenti e lo aiutò, anche se doveva superare l’odio che da tempo gli covava dentro. Nei giorni seguenti ebbe modo di assisterlo in varie occasioni. L’ultimo giorno di ospedale il "nemico" andò a pagare alla cassa e disse al contabile: "Devo confessarti qualcosa che non sai". E lui: "Dal primo giorno so chi sei." "E perché mi hai aiutato se sono un tuo ’nemico’?"
Come per lui anche per noi la misericordia nasce dall’amore che sa sacrificarsi per qualsiasi altro sull’esempio di Gesù, che è arrivato fino a dare la vita per tutti.

Chiara Lubich