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novembre 2003

Parola di Dicembre

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«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli»
 (Mt 5, 3).

«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli»

Gesù ha da poco iniziato la vita pubblica: invita alla conversione, annuncia che il regno di Dio è vicino, cura ogni sorta di malattia e di infermità. Le folle cominciano a seguirlo. Sale allora su una montagna e rivolgendosi a quanti lo circondano enuncia il suo programma di vita: è quello che chiamiamo "il discorso della montagna".
La novità dell’annuncio di Gesù appare già dalle prime parole del suo discorso, quando proclama beato non chi è ricco, potente, influente, ma chi è povero, umile, piccolo, puro di cuore, chi piange ed è oppresso. È lo sconvolgimento del comune modo di pensare, specialmente nella nostra società che spesso esalta il consumismo, l’edonismo, il prestigio... È la "buona novella" portata da Gesù, che dà gioia e speranza agli ultimi, che infonde fiducia nell’amore di Dio che si fa vicino a chi è nella prova e nel dolore. Questo annuncio di gioia e di salvezza è già tutto sintetizzato nella prima delle otto beatitudini che assicura il regno dei cieli ai poveri in spirito:

«Beati i poveri in spirito...»

Ma cosa significa essere "poveri in spirito"? Significa essere staccati dai beni e dalle cose che possediamo, dalle creature, da noi stessi... In una parola vuol dire posporre nel nostro cuore tutto quanto ci impedisce di aprirci a Dio facendo la sua volontà e al nostro prossimo col farci uno con lui per amarlo come si deve, disposti anche a lasciare tutto: padre, madre, "campi" e patria, se questo Dio ci chiede.
Essere "poveri in spirito" significa porre la nostra fiducia non nelle ricchezze, ma nell’amore di Dio e nella sua provvidenza. Spesso siamo "ricchi" di preoccupazioni per la salute, di trepidazioni per i nostri parenti, di apprensione per un certo lavoro, di incertezze sul come comportarci, di paure per il futuro… Tutto ciò può bloccare la nostra anima e chiuderla su se stessa, impedendole di aprirsi a Dio e ai fratelli. Ebbene, proprio in questi momenti di sospensione il "povero in spirito" crede all’amore di Dio, e getta in Lui ogni preoccupazione, sperimentando il suo amore di Padre.
Si è "poveri in spirito" quando ci si lascia guidare dall’amore verso gli altri. Allora condividiamo e mettiamo a disposizione di quanti sono nel bisogno quello che abbiamo: un sorriso, il nostro tempo, i nostri beni, le nostre capacità. Avendo tutto donato, per amore, si è poveri, ossia si è vuoti, nulla, liberi, col cuore puro.
Questa povertà, frutto dell’amore, diventa a sua volta sorgente d’amore: essendo vuoti di noi stessi, e quindi liberi, siamo in grado di accogliere pienamente, senza alcuna riserva, la volontà di Dio e di accogliere ogni sorella e fratello che ci passano accanto.
A quanti vivono questa purezza di cuore e questa povertà di spirito, Gesù assicura il possesso del regno dei cieli: sono beati,

«... perché di essi è il regno dei cieli»

Il regno dei cieli non lo si compra con la ricchezza e non lo si conquista con il potere. Lo si riceve in dono. Per questo Gesù domanda di essere come bambini o come i poveri che, come i bambini, hanno bisogno di ricevere tutto dagli altri. E lo Spirito Santo, attratto da quel vuoto d’amore, potrà riempire la nostra anima perché non trova ostacoli che ne impediscono la piena comunione.
Il "povero di spirito", perché nulla si è tenuto, ha tutto; è povero di se stesso e ricco di Dio. Anche qui vale la parola evangelica: "date e vi sarà dato": diamo quanto abbiamo e ci viene dato nientemeno che il Regno dei cieli.
È l’esperienza di una mamma dell’Argentina che racconta:
"Mia suocera è molto affezionata a suo figlio, mio marito, fino ad esserne gelosa; atteggiamento che ha sempre creato difficoltà tra di noi e che mi ha indurito il cuore nei suoi confronti. Un anno fa le viene diagnosticato un tumore: necessita di cure ed assistenza che la sua unica figlia non è in grado di darle. Le parole del Vangelo, che da qualche tempo cerco di vivere, mi hanno cambiato il cuore: sto imparando ad amare. Superando ogni timore, accolgo mia suocera a casa nostra. Inizio a vederla con occhi nuovi e ad amarla: è Gesù che curo e assisto in lei.
Lei, non indifferente all’amore, con mia grande sorpresa ricambia ogni mio gesto con altrettanto amore. La grazia di Dio opera il miracolo della reciprocità!
Trascorrono mesi di sacrifici che non mi pesano e, quando mia suocera ci lascia serena per il Cielo, resta la pace in tutti. In quei giorni mi accorgo di essere in attesa di un bambino, che da 9 anni desideriamo! Questo figlio è per noi il segno tangibile dell’amore di Dio che ci ricolma."

Chiara Lubich