|
«Gettiamo via le
opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce»
Tenebre e luce: un’opposizione eloquente, nota a tutte le culture e a
tutte le religioni. La luce simboleggia la vita, il bene, la perfezione,
la felicità, l’immortalità. Le tenebre richiamano il freddo, il
negativo, il male, la paura, la morte.
L’apostolo Paolo ricorda ai fedeli di Roma che il cristiano non ha più
niente a che fare con un passato "tenebroso", fatto di impurità,
ingiustizia, malvagità, cupidigia, malizia, invidia, rivalità, frodi,
malignità...
«Gettiamo via le opere delle tenebre...
Quali sono le "opere delle tenebre"? Al dire di Paolo sono:
ubriachezze, impurità, contese, gelosie, ma anche dimenticanza di Dio,
tradimento, furto, omicidio, superbia, ira, disprezzo dell’altro; e
ancora: materialismo, consumismo, edonismo, vanità.
Opera delle tenebre è anche la facilità con cui spesso seguiamo
qualsiasi programma televisivo o navighiamo su internet, con cui leggiamo
certi giornali, o vediamo certi film, o sfoggiamo certi abbigliamenti.
Noi, al momento del battesimo, per bocca dei nostri padrini, abbiamo
accettato di voler morire con Cristo al peccato quando, per tre volte,
abbiamo decretato di voler rinunciare al demonio e alle sue seduzioni.
Oggi non si ama parlare del demonio, si preferisce dimenticarlo e dire che
non esiste, eppure c’è e continua a fomentare guerre, stragi, violenze
d’ogni genere.
"Gettare via": un’azione violenta, che costa, che richiede
coerenza, decisione, coraggio, ma necessaria se vogliamo vivere nel mondo
della luce. Continua, infatti, la Parola di vita:
... e indossiamo le armi della luce»
Non basta cioè rinunciare, "spogliarsi" del male, occorre
"indossare le armi della luce", ossia, come spiega Paolo più
avanti, "rivestirsi del Signore Gesù Cristo", lasciando che sia
lui a vivere in noi. Anche l’apostolo Pietro invita ad
"armarsi" degli stessi sentimenti di Gesù .
Immagini forti, sì, perché lasciar vivere Cristo, lo sappiamo, non è
facile, vuol dire rispecchiare in noi i suoi stessi sentimenti, il suo
modo di pensare, di agire; significa amare come lui ha amato e l’amore
è esigente, chiede lotta continua contro l’egoismo che è dentro di
noi.
Ma non c’è altra via per pervenire alla luce, come ricorda con
chiarezza la prima lettera di Giovanni: "Chi ama suo fratello, dimora
nella luce e non v’è in lui occasione di inciampo. Ma chi odia suo
fratello è nelle tenebre, cammina nelle tenebre e non sa dove va, perché
le tenebre hanno accecato i suoi occhi" (2, 10-11).
«Gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le
armi della luce»
Questa Parola di vita è un invito alla conversione, a passare
continuamente dal mondo delle tenebre a quello della luce. Ripetiamo
allora il nostro no a Satana e a tutte le sue lusinghe, e ridiciamo il
nostro sì a Dio, così come l’abbiamo pronunciato il giorno del
battesimo.
Non dovremo compiere grandi azioni. Basta che ognuna di quelle che già
facciamo sia suggerita e animata dall’amore vero.
Concorreremo così a irradiare attorno a noi una cultura della luce, del
positivo, delle beatitudini. Sarà costruire il Paradiso fin da questa
terra, per possederlo eternamente in Cielo. Sì, perché il Paradiso è
una realtà, ce l’ha promesso Gesù, ed è come una casa, che si
costruisce di qua per poi abitarla di là. E sarà il suo dono: gioia
piena, armonia, bellezza, danza, felicità senza fine, perché il Paradiso
è l’amore.
Ce lo testimonia l’esperienza vissuta da Mary del Perù. Madre di tre
figlie in tenera età, quando conosce la Parola di vita incontra Dio,
trova la luce; viene coinvolta totalmente e la sua vita ha una svolta
radicale.
Poco tempo dopo le viene diagnosticata una malattia grave. Ricoverata in
ospedale scopre di avere poco più di un mese di vita. La confidenza nuova
con Gesù, che ora sperimenta, le dà la forza di una preghiera, gli
chiede cinque anni di tempo per consolidare la sua conversione e poter
cambiare la vita anche attorno a lei.
Inspiegabilmente per i medici, la sua salute migliora e Mary viene dimessa
dall’ospedale. Ritorna a casa, si prepara con il suo compagno alle
nozze, che celebra in Chiesa, e chiede il battesimo per le figlie.
A distanza di cinque anni, il male si riacutizza all’improvviso, e nel
breve volgere di due settimane si conclude la sua vita terrena.
Prima di morire, riesce a disporre ogni più piccola cosa nei riguardi
delle figlie e a trasmettere speranza al suo sposo. "Adesso vado dal
Padre che mi aspetta. Tutto è stato meraviglioso, Lui mi ha dato i cinque
anni più belli della mia vita, da quando l’ho conosciuto nella Sua
Parola che dà la Vita!”.
Chiara Lubich |