LA FEDE IN ASIA

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Chi è oggi il "cristiano" in Asia?
Padre Francesco Rapacioli, Missionario in Bangladesh, non ha dubbi:
un testimone dell’"Evangelo".
"Proclamazione", "promozione umana" e "dialogo"
sono le tre diverse forme in cui si esplicita la sua testimonianza.

P. FRANCESCO RAPACIOLI, Missionario del Pime in Bangladesh!

P. FRANCESCO RAPACIOLI
("Missionari del Pime", Febbraio 2009)

Carissimi amici, vi scrivo dalle Filippine dopo aver trascorso una settimana all"Euntes", "Centro" fondato dal "Pime" a Zamboanga per la formazione continua di "presbiteri", "consacrati" e "laici" provenienti dall’Asia. Il tema del "corso", come ogni anno, era la "Missione".
Ci siamo domandati: che cosa significa essere cristiani oggi, soprattutto in Asia? A me pare che la risposta sia quella di sempre. Essere cristiani vuol dire "testimoniare" l’"Evangelo", la "buona notizia" dell’amore di Dio per tutti e per ciascuno. Una "chiamata" particolarmente esigente, perché comporta una continua "conversione": è infatti soltanto credendo sempre più all’amore di Dio per ciascuno di noi, che possiamo diventare "testimoni" di tale amore nei confronti degli altri. Tale "testimonianza" poi, che in alcuni casi diventa "martirio" come i cristiani dell’
India o dell’Iraq ci ricordano, si esplicita in forme diverse: nella "proclamazione", nella "promozione umana" e nel "dialogo". Vorrei parlarvi di come in Bangladesh la Chiesa è impegnata in questi settori.
Lo scorso Settembre a
Dhaka abbiamo organizzato, insieme ai Missionari "Saveriani", un "seminario" sul tema del "catecumenato". Anche oggi, infatti, in Bangladesh ci sono persone, generalmente "indigeni" o "indù" di bassa "casta", che chiedono il "Battesimo". Per riflettere su questo fenomeno e su come accompagnare queste persone a partire dal loro diverso "background" culturale, abbiamo organizzato tale "corso". Oltre che rinfrescarci la memoria su alcuni importanti "Documenti" della Chiesa sull’argomento, abbiamo avuto l’opportunità di confrontarci con esperienze di "catecumenato" a Hong Kong, nel Nord della Thailandia e in Bangladesh, tra gruppi che provengono dall’"induismo". Credo che questo incontro abbia arricchito tutti noi, dandoci nuove idee e prospettive. È apparso inoltre chiaro che la presentazione della fede cristiana, a partire dalle categorie culturali di questi diversi "gruppi", porta a un ripensamento e a un approfondimento della fede cristiana stessa.
Oltre alla "proclamazione", il servizio educativo, sanitario e sociale offerto dalla Chiesa in Asia costituisce un potente mezzo per "testimoniare" la nostra fede in Cristo. Nel "Sub-Continente Indiano" (ma questo vale un po’ ovunque in Asia), i cristiani, pur essendo poco più del 2% della popolazione, offrono, attraverso scuole, Università, "cliniche" e ospedali, un servizio davvero notevole. Ci si può e, forse, ci si deve domandare se il nostro impegno in questi settori costituisce una "testimonianza evangelica", se cioè attraverso tale servizio comunichiamo la nostra fede, ma è indubbio che la Chiesa in Asia ha un forte impatto sociale sia per la sua "professionalità" sia per la sua scelta dei più poveri.
Penso, ad esempio, al "centro di accoglienza" per gli ammalati di
Rajshahi, fondato quasi trent’anni fa da Suor Silvia Gallina: attraverso il servizio ai malati "musulmani", "indù", "indigeni" e cristiani, costituisce una "testimonianza" concreta e fattiva della "compassione" di Dio per tutti.
C’è infine il "dialogo", definito da
Giovanni Paolo II parte integrante dell’"evangelizzazione". Tale aspetto della "testimonianza cristiana" è una scoperta, per così dire, recente nella Chiesa. Mi sembra importante essere chiari al riguardo: "dialogare" con persone di altre "Chiese", culture e fedi, non significa rinunciare alla propria identità. Il "dialogo" è parte integrante dell’essere cristiani nel mondo, perché non è altro che una forma di "testimonianza cristiana". Non si tratta di "svendere" la propria fede ma, al contrario, di approfondirla e testimoniarla con chiarezza, dando anche all’"interlocutore" la possibilità di fare altrettanto, in un clima di "confronto" sereno e costruttivo. Il "dialogo" autentico è, infatti, una reciproca "testimonianza" che rende gli "interlocutori" più radicati nella propria fede e promotori di unità nella diversità.
È questo lo scopo delle iniziative organizzate di recente, tra cui vorrei ricordare l’incontro sul tema della "compassione" tra un gruppo di cristiani appartenenti a diverse "Chiese" e una "comunità buddhista" di Dhaka. È stato davvero interessante toccare con mano come, da "cammini" molto differenti, si possa arrivare a conclusioni molto simili. Oppure il "pellegrinaggio" di fede dei "disabili", che ha visto il coinvolgimento per la prima volta di varie "Chiese" sia di Dhaka sia di
Dinajpur. I momenti di preghiera, il gioco e la condivisione della sofferenza e della fatica, oltre che della gioia di scoprire la propria "vocazione" nella società e nella Chiesa, da parte dei "disabili" e delle loro famiglie, hanno caratterizzato queste giornate. Ne siamo usciti tutti arricchiti e più uniti. Infine la "conferenza" sul tema "religioni e pace", che ha visto la partecipazione di "indù", "musulmani" e cristiani di Dinajpur, ci ha permesso di conoscerci meglio e di accoglierci reciprocamente nelle rispettive differenze, accomunati dallo sforzo di rendere le religioni fattori di "pace" e non di "violenza". Sono solo alcuni esempi su come siamo chiamati da cristiani a "testimoniare" la nostra fede a tutti e ad accogliere la "testimonianza" altrui, consapevoli che tutto ciò che è buono, autentico ed edificante nelle varie culture viene dal medesimo "Spirito di Dio" che "soffia dove vuole".