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INTERVISTA A P. FRANCESCO RAPACIOLI

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Noi, testimoni del Vangelo

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Annuncio e dialogo non sono in antitesi.
È la sfida dei missionari del Pime in Bangladesh.

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P. FRANCESCO RAPACIOLI.

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Emanuela Citterio

("Missionari del Pime", Dicembre 2005)

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La vocazione può nascere anche sul ring. È capitato a Francesco Rapacioli: 42 anni, medico, missionario e superiore della comunità del Pime in Bangladesh… ex kick boxer. «A questo sport, un misto fra la box e il karate, dedicavo ore di allenamento ogni giorno, insieme a mio fratello gemello. A diciotto anni mi trovai a disputare una gara per il titolo europeo, a Ginevra. E all’ultimo fui sconfitto». Un punto di rottura che ha inaugurato un nuovo percorso. «Dopo la sconfitta, io e mio fratello siamo andati in crisi. Poi abbiamo cominciato a interrogarci sulla nostra vita. A chiederci se riversare tutte le nostre energie nel karate avesse ancora senso o se, forse, c’era qualcos’altro per cui valesse la pena farlo. È stato un momento di grazia. Da quel momento è partito un cammino di ricerca che ha portato entrambi a riscoprire la fede». Nell’89, dopo la laurea in medicina, Francesco Rapacioli entra nel Pime. Nel ’93 parte per la prima destinazione, l’India. E, dopo cinque anni, per il Bangladesh. Oggi si trova a Dinajpur, una città nel nord del Paese, dove si concentra la maggioranza dei membri della comunità del Pime. Da medico supervisiona il Centro per ammalati di tubercolosi di Rajshahi, ed è segretario della commissione episcopale per la salute, che organizza vari incontri di formazione per il personale sanitario e per i medici cattolici. Da novembre del 2003 è superiore della comunità del Pime in Bangladesh.

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Il Bangladesh è un Paese per il 98 per cento musulmano. Come vivono i missionari del Pime il rapporto con l’Islam?

In questi anni alcuni missionari del Pime hanno portato avanti una presenza all’insegna del dialogo.
Padre Achille Boccia, ora in Italia, ha creato un centro di spiritualità nella città di Bogra, padre Enzo Corba, al sud, organizzava incontri interreligiosi nella zona di Chittagong, tanti altri hanno vissuto tra i musulmani con questo stile, intrecciando rapporti basati sul rispetto e l’ascolto reciproco. Nei prossimi mesi, insieme a qualcuno del Pime e dei fratelli di Tesè, vorremmo iniziare qualcosa di esplicito nel campo del dialogo interreligioso. Non tanto a livello teologico o intellettuale. Vorremo creare dei momenti in cui, a partire dalla propria tradizione di fede, ci sia la possibilità di condividere la propria esperienza spirituale.

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In cosa consiste questa nuova iniziativa di dialogo?

Inizieremo prima a livello ecumenico, coinvolgendo le altre chiese cristiane. L’idea è di un breve ritiro in comune, ogni tre mesi, in cui si sceglie un tema che viene affrontato da due persone di diversa confessione, con lo spazio per preghiere, riflessioni, contributi e poi la conclusione. Gli incontri saranno aperti sia a cattolici che fedeli di altre chiese e vorremmo tenerli ogni volta in una comunità diversa in modo da conoscerle e coinvolgerle. In un secondo tempo tenteremo di estendere questa iniziativa anche a persone di altre religioni.

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Perché questo nuovo impegno del Pime nel dialogo?

Non è una risposta a nulla, è una proposta che parte da un cammino personale e dal desiderio di incontrarsi. La chiesa cattolica ha prodotto documenti eccezionali sul dialogo interreligioso a livello di magistero, come "Nostra Aetate" e "Unitatis integratio". Ma nella realtà le esperienze sono piuttosto episodiche o legate a una persona o a un particolare movimento. Il nostro desiderio è che diventino momenti più ordinari di chiesa, di comunità. Forse è un nuovo modo di concepire la missione, che non consiste semplicemente nella testimonianza che conduce alla conversione e al battesimo. Ma può consistere anche nel dialogo che è semplicemente una testimonianza reciproca, di persone che vivono profondamente la propria fede e che si edificano a vicenda. Ci siamo chiesti: come ci poniamo nei confronti di questi 120 milioni di musulmani che vivono la loro fede in Bangladesh? Possiamo semplicemente ignorarli oppure possiamo provare a scambiarci ciò che Dio sta dicendo alle rispettive comunità.

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In questa prospettiva, che rapporto c’è tra annuncio del vangelo e dialogo interreligioso?

Non c’è antitesi fra annuncio e dialogo. Ciò che unisce le due posizioni è la testimonianza, il cui esito può essere molteplice. Può darsi che l’altro sia affascinato dal messaggio e chieda di entrare nella comunità cristiana: la conversione. C’è invece il caso di una persona che appartiene a una sua comunità e non ha nessuna intenzione di diventare cristiana. In questo caso la testimonianza – che è reciproca, attraverso il dialogo – diventa il modo in cui io dico la mia fede e comunico il vangelo. E c’è, diciamolo pure, anche una terza ipotesi: che la fede dell’altro sia così intollerante da impedire qualsiasi forma di dialogo. Non bisogna dimenticare che la possibilità del martirio fa parte della testimonianza. L’annuncio attraverso il dialogo, dicono i documenti della Chiesa, è una forma di evangelizzazione. Dialogando io faccio un’opera di testimonianza del vangelo, non testimonio qualcosa di diverso. L’errore è pensare subito al fine. Quello invece rimane nelle mani di Dio.

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Come sono accolte queste iniziative di dialogo? C’è la possibilità che vengano percepite come una strategia per convertire?

È possibile. In Bangladesh molti lo pensano. Ma il dialogo sincero a volte fa cadere anche le diffidenze reciproche. È accaduto qualche mese fa. Quando gruppi dall’Italia vengono in Bangladesh li porto sempre a visitare una comunità cristiana, un monastero indu e un centro islamico. L’ultima volta siamo andati nella madrasa che si trova vicino alla casa del Pime, a Dhaka. All’inizio siamo stati ricevuti con sospetto e anche una certa aggressività. Abbiamo spiegato: il nostro desiderio è di conoscere la vostra esperienza, cosa credete e come praticate la vostra fede, che tipo di formazione fate. Vedendo un atteggiamento teso semplicemente a voler capire è cambiato totalmente il clima. Ci siamo seduti prima nella madrasa e poi nella moschea, e siamo rimasti due ore a parlare con il laico responsabile della comunità e con l’Imam, una persona estremamente aperta e disponibile. Ci dicevano: "Non pensiate che i musulmani siano tutti terroristi o tutti in qualche modo politicizzati, noi veniamo qui per pregare, questo è un luogo di culto, di comunità". Ecco, dare la possibilità all’altro di dire chi è apre le porte. So che se tornerò lì, come farò, l’impatto ora sarà diverso. Si è aperta la possibilità di costruire un rapporto.