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In Bangladesh, la comunità cristiana, per via della presenza di diverse
religioni e su ispirazione del Concilio, tenta di testimoniare il Vangelo anche
a coloro che non sono cristiani.
Fra questi è senz’altro da ricordare padre Enzo Corba, classe 1931 e
dal 1958 in Bangladesh (allora Pakistan orientale). Padre Corba ricorda come il
periodo più bello della sua intensa e lunga vita missionaria è stato quello
trascorso a Rajapur, un villaggio a otto ore di distanza dalla parrocchia di
Gournodi, diocesi di Chittagong. Padre Enzo si stabilisce in questo villaggio il
20 Febbraio del 1974. Vi rimarrà per ben 17 anni.
La decisione di andare a vivere in questo luogo remoto del sud del Bangladesh è
legata ad un invito di monsignor Joakim, allora vescovo della diocesi. A Rajapur,
padre Corba vive in una capanna di lamiera costruita da un missionario della
Santa Croce per le sue visite alla comunità cristiana del villaggio, cucina da
sé e lavora, come tutti, nei campi. Padre Enzo mette in chiaro da subito di non
essere lì soltanto per la comunità cristiana, ma per tutti, per offrire una
testimonianza di fede attraverso una intensa vita di preghiera.
Nel 1974 la gente soffre la carestia e la fame. Padre Enzo convoca i
rappresentanti delle comunità musulmana, indù e cristiana e costituisce un
comitato misto che organizza vari interventi a favore della popolazione. Inizia
facendosi dare dalla Caritas la semente e impegnandosi alla restituzione dopo il
raccolto; riscatta terreni vincolati, costruisce dighe per il prosciugamento
della palude, fa strade, scava pozzi per l’acqua potabile e, da ultimo,
costruisce una scuola.
Grazie a questo comitato, i rapporti tra le comunità migliorano in modo
sorprendente. Dopo cinque o sei anni padre Enzo dice alla gente: «Noi che
facciamo tutto senza escludere nessuno, perché non possiamo anche condividere
la nostra fede?». Decidono, di comune accordo, di organizzare incontri di
preghiera dove rappresentanti delle tre comunità guidano, a partire dalla
propria fede, la riflessione su temi concordati e di interesse comune, seguiti
da preghiere e condivisioni spontanee da parte dei partecipanti. L’esperienza
risulta particolarmente felice anche dal punto di vista ecumenico.
Da qualche anno padre Carlo Buzzi vive a Sirajgonj, una piccola città,
dove le famiglie cristiane si contano letteralmente sulle dita di una mano.
Padre Carlo ha iniziato varie scuolette sia per bambini che per adulti,
musulmani e indù di bassa casta, utilizzando ambienti che il comune gli ha
concesso, oppure nei quartieri dove la gente vive.
Ancora, significativa da questo punto di vista, è stata la missione cittadina
di Bogra, pensata come un presenza tra i musulmani, dove ha lavorato per anni padre
Achille Boccia, oggi superiore regionale del Pime in Italia.
Ci sono poi forme di testimonianza come tutto il servizio sanitario, sociale ed
educativo offerto dagli ospedali, dai centri e dalle scuole gestite dalla Chiesa
cattolica. La gente, di cui la maggioranza ovviamente musulmana, va volentieri
nei nostri ospedali e nelle nostre scuole perché sa di trovare operatori
competenti dal punto di vista professionale e attenti alle loro persone.
Tutto questo fa parte integrante della missione evangelizzatrice della Chiesa.
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