Padre
Francesco Rapacioli, missionario in Bangladesh,
ci propone una riflessione sulla pace e sul dialogo,
dopo il suo viaggio in Cina e Filippine.
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P. Francesco Rapacioli
("Missionari del Pime", Febbraio 2008)
Carissimi amici, per ben due
volte lo scorso anno il Bangladesh
ha fatto notizia. Purtroppo in entrambi i casi - prima per l’alluvione e poi per
il "ciclone"
- quello che è stato trasmesso di questo Paese sono stati distruzione e morte.
All’alluvione ci siamo un po’ abituati, anche se alcune aree sono state
colpite in modo particolare, ma a un "ciclone" di quella violenza il
paese non era davvero preparato.
Passando, tuttavia, da questo evento drammatico che ha interessato soprattutto
alcune zone del sud del Paese, all’attività degli scorsi mesi, vorrei
raccontarvi un’esperienza molto interessante che ho fatto recentemente nelle Filippine.
Insieme a un confratello, a mia sorella Giuliana e all’amico Enrico
Garlaschelli, abbiamo visitato Hong Kong, Macao e Canton, in Cina,
e poi Manila e Zamboanga, l’isola nel sud del Paese dove è stato rapito e
successivamente rilasciato Padre
Bossi. Non era la
prima volta che visitavo le Filippine, mentre per la prima volta avevo l’occasione
di visitare la Cina.
È stato quasi scioccante passare da un Paese come la Cina, che impressiona
davvero per l’efficienza e il rapidissimo sviluppo economico, alle Filippine,
Paese invece molto simile al Bangladesh sia per la povertà diffusa sia per la
presenza evidente dell’islam, soprattutto a Mindanao. La storia complessa di
quest’isola è all’origine delle forti tensioni tra comunità cristiana e
musulmana, ma ha saputo anche stimolare la creatività della comunità cristiana
nello sforzo di costruire la pace, sempre precaria e minacciata.
A Mindanao ci sono due comunità particolarmente attive su questo versante: il
movimento di dialogo "Silsilah",
fondato da Padre
Sebastiano D’Ambra, e
quello per la pace, fondato da Padre Calvo, un Missionario "Claretiano"
di origine spagnola. Conoscevo la comunità fondata da Padre Sebastiano, del
"Pime", mentre non sapevo nulla di quest’ultimo movimento, che
durante la mia permanenza a Zamboanga ho avuto modo di conoscere più da vicino.
"PAZ" ("Peace Advocates Zamboanga") è il nome del movimento
interreligioso e di solidarietà fondato da Padre Calvo che si prefigge di
promuovere la pace a Zamboanga e Mindanao. Tra le varie iniziative che questo
movimento promuove, una della più significative è "la settimana di pace
di Mindanao", celebrata ogni anno dall’ultimo Giovedì di Novembre al
primo Mercoledì di Dicembre e che coinvolge tantissime istituzioni e comunità
sia musulmane sia cristiane. Si organizzano marce, veglie, incontri di preghiera
e conferenze con l’unico fine di costruire o salvaguardare la pace in questa
isola martoriata.
Ritornato in Bangladesh, mi sono chiesto più volte che cosa può significare
promuovere la pace in questo contesto. In Bangladesh, per fortuna, non ci sono
guerre aperte tra le comunità, anche se non si può negare una certa tensione
soprattutto tra la comunità indù e quella musulmana. Come altrove, ma in
particolare qui da noi, costruire la pace può significare impegnarsi per l’unità
delle Chiese cristiane e per l’armonia tra le varie comunità: cristiana,
buddhista, indù e musulmana. Ma questo, come d’altronde ci ricordano gli
amici delle Filippine, non può avvenire prescindendo dai poveri e da coloro che
sono ai margini della società. Il dialogo, in altre parole, non può essere un’attività
"elitaria", di pochi intellettuali o persone spirituali, prescindendo
dalla condizione di miseria di tanti.
È per tale ragione che, come gruppo impegnato in un cammino di dialogo
ecumenico e interreligioso, vorremmo, oltre a continuare a organizzare momenti
di preghiera per l’unità delle Chiese e per la pace, offrire in futuro anche
opportunità per discutere i problemi che affliggono o minacciano la nostra
convivenza, oltre che impegnarci, insieme, a favore dei più poveri. Faremo
presto un incontro per valutare il cammino degli ultimi tre anni e per
pianificare le attività future tenendo conto di queste intuizioni.
In una riflessione pubblicata sull’"Osservatore Romano" alla fine di
Novembre, Frére
Alois, successore di Frére
Roger alla guida
della Comunità ecumenica di "Taizé",
ha, tra l’altro, scritto: «La riconciliazione non è una delle tante
dimensioni del Vangelo, essa ne è la sintesi. È l’espressione della vita
nuova portata da Cristo. "È stato Dio infatti a riconciliare a se il mondo
in Cristo" (2 Cor 5,19)… Quanti hanno riposto la propria fiducia in
Cristo sono chiamati a offrire la loro unità a tutti. Ciò è vero per la
riconciliazione tra i cristiani, ma anche per il dialogo con coloro che non
condividono la nostra fede, e per qualsiasi ricerca di riconciliazione tra
popoli diversi. La cattolicità della nostra fede ci spinge a questa apertura».