Ricordati di me…
Meditazione per la Quaresima 2002
Card. Dionigi Tettamanzi, Arcivescovo di Genova
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Introduzione |
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Il racconto di Luca |
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In religioso ascolto della Parola di Dio |
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Parte prima |
Parte seconda |
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L'avventura spirituale di un ladrone |
Il nostro cammino di conversione |
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L'accusa dei peccati e la lode a Dio "ricco di misericordia" |
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Parte seconda
Il nostro cammino di conversione
La coscienza di essere peccatori
La scelta fondamentale di pentirsi e convertirsi scaturisce, certo, dalla propria libertà; ma questa presuppone uno sguardo penetrante nella realtà, nella realtà complessa e oscura del proprio peccato. Proprio questo sguardo apre al peccatore un cammino di verità, come afferma l'evangelista Giovanni: "Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi" (1 Giovanni 1, 8). E insieme egli apre un cammino di onestà e di coraggio: senza questa forza d'animo, infatti, non è possibile il riconoscimento del proprio peccato.
E' questo il primo passo per ritornare alla verità e al bene, più radicalmente per ritornare a Dio, fonte stessa della verità e del bene. Scrive il Papa: "Riconoscere il proprio peccato, anzi - andando ancora più a fondo nella considerazione della propria personalità - riconoscersi peccatore, capace di peccato e portato al peccato, è il principio indispensabile del ritorno a Dio" (Esortazione Reconciliatio et paenitentia, 13).
Il buon ladrone riconosce apertamente il proprio peccato: lo riconosce attraverso l'accettazione di una pena che ritiene giusta, in quanto dovuta al proprio comportamento cattivo. E lo riconosce davanti agli altri, in particolare davanti all'altro malfattore, affermando sia la propria ferma convinzione (espressa con il "rimprovero" mosso al compagno) sia la triste "solidarietà" nel male (ricorrendo al "noi"): Scrive Luca: "Ma l'altro lo rimproverava: 'Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male" (vv. 40-41).
Non solo davanti agli altri, ma anche e soprattutto davanti a Gesù il buon ladrone riconosce il proprio peccato: infatti, da un lato contrappone al male da lui compiuto l'innocenza piena del Crocifisso: "Egli invece non ha fatto nulla di male" (v. 41) e, dall'altro lato, affida se stesso e il suo futuro al Crocifisso: "Gesù, ricordati di me…" (v. 42). Proprio lo splendore dell'innocenza di Gesù gli fa percepire tutta la tenebrosità del male compiuto. In realtà, solo la stima e il fascino del bene possono generare e alimentare il disprezzo e il rifiuto del male.
In questione qui non è un bene astratto e generico, ma un bene profondamente personale. È Gesù stesso nella sua innocenza totale: "non ha fatto nulla di male". Un'innocenza, questa, che raggiunge il massimo del suo fulgore proprio sulla Croce, secondo l'antica profezia: "Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì bocca" (Isaia 53, 7).
Possiamo comprendere un dato costante e forte della tradizione morale e spirituale della Chiesa, che invita alla contemplazione del Crocifisso e alla meditazione della passione e morte del Signore come strada maestra per radicare sempre più profondamente nel proprio "io" la coscienza del peccato. Nulla come la conoscenza di Gesù Cristo "crocifisso" può far percepire tutta la gravità del mysterium iniquitatis. E' questo un punto particolarmente caro alla spiritualità di san Carlo Borromeo, che in un'omelia d'inizio Quaresima diceva: "Nulla più vale ad eccitare in noi il dolore, a cavare lacrime, ad infondere l'odio al peccato, a portare alla vera conoscenza di noi stessi, quanto il continuo ricordo della Passione di Cristo Signore…Dunque per sradicare il peccato, per infrangerne il giogo, per abolirne lo stesso nome, il Figlio di Dio liberamente si sottomise ad una morte sì crudele e ha tanto patito. E noi, memori di tutto questo, non detesteremo il peccato più della stessa morte, più dell'inferno, più di tutti i mali e di tutto ciò che merita di essere aborrito?" (Omelia del 24 febbraio 1584).