IDEE
Sulle orme del
Poverello, Abd-el-Jalil, musulmano convertito al cristianesimo,
spiega com'è possibile dialogare con l'islam.
Jean-Mohammed Abd-El-Jalil
Jean-Mohammed Abd-el-Jalil (1904-1979) nato in Marocco e cresciuto nella religione islamica ricoprì cariche importanti nel suo Paese, fino a quando, convertendosi al cristianesimo si fa francescano. Come padrino ebbe uno dei maggiori orientalisti cristiani, Louis Massignon. Il volume «Testimone del Corano e del Vangelo» edito da Jaca Book (pagine 154, euro 15), da cui abbiamo prelevato il brano pubblicato in questa pagina, è una sorta di autobiografia spirituale che ripercorre il cammino di padre Jean-Mohammed tramite i suoi scritti e le testimonianze di chi l’ha incontrato. Anziché rompere con il mondo islamico, egli dedica la sua vita e il suo insegnamento all’Institut Catholique di Parigi a far comprendere l’esperienza religiosa e le aspirazioni spirituali dei musulmani. Diviene così un testimone del messaggio del Corano e del Vangelo, convinto che amare la verità non sia aderire a una dottrina, ma aderire alla persona di Cristo, che è la verità salvifica per tutti. Padre Jean-Mohammed diviene per gli uomini del suo tempo, intellettuali laici e autorità ecclesiastiche, il testimone di un abbraccio tra culture che egli ha vissuto con la sua stessa vita. Il volume è stato realizzato sotto la direzione di padre Maurice Borrmans del Pontificio Istituto di Studi Arabi e d’Islamistica (Pisai).
Non portiamo l’ululato
dei lupi,
ma il grido del Vangelo per tutti!
È nel momento di
maggior difficoltà, quando si infiammano le passioni umane, che il mondo si
attende che i cristiani «non ululino insieme con i lupi», ma che «gridino il
Vangelo in tutta la loro vita», secondo le parole di padre De Foucauld.
L'Africa settentrionale, malgrado le caratteristiche che le sono proprie, si
sente solidale con la comunità musulmana intera, e in particolare con il
«nocciolo» di questa comunità, il mondo arabo. La storia può aver creato a
questa parte dell'Africa dei nuovi legami con l'Occidente moderno, in particolar
modo con la Francia, ma ciò non cambia il senso profondo di solidarietà di
lingua, pensiero, cultura, religione che i nordafricani hanno con i loro
fratelli arabi e musulmani, i quali, per reciprocità, non possono
disinteressarsi della sorte dell'Africa settentrionale e trattare i suoi
abitanti come estranei con i quali non hanno niente da spartire.
È come se l'Africa settentrionale si trovasse su di un pianerottolo a due
porte, l'una che si apre sull'Oriente musulmano, attraverso l'Egitto moderno,
l'altra sull'Occidente cosiddetto «cristiano», attraverso la Francia. Voler
murare una di queste due porte sarebbe fatale. Saperle aprire entrambe secondo i
bisogni reali, e trovare la conveniente delicatezza di tatto, è cosa
terribilmente difficile, che si presta alle interpretazioni più ingiuste
perché superficiali e spesso interessate.
Agli occhi dei cristiani l'atteggiamento dei musulmani - malgrado gli urti e le
mancanze della storia - è un'attesa, una speranza. Questa speranza si radica
nel Libro sacro dell'Islam, nel Corano stesso, e nell'insegnamento religioso che
ne deriva. I musulmani sanno quali sono i segni dai quali si possono riconoscere
i veri discepoli di Cristo: l'umiltà, la mansuetudine, la vita perfetta
liberamente praticata dai monaci, che crea una spinta verso la perfezione
nell'insieme dei credenti. Nella pratica il clero e i laici devono dunque
manifestare la perfezione del Vangelo. Ciò non significa domandare più di quel
che domanda il Cristo: «Imparate da me a essere dolci e umili di cuore» e
«Siate perfetti com'è perfetto il vostro Padre che è nei Cieli».
I figli e le figlie di san Francesco non si sentono forse chiamati in modo
particolare a rispondere a questa attesa, a soddisfare questa speranza?
Essi dovranno dunque sforzarsi di spezzare la catena della paura e del
risentimento ogni qual volta che il suo strofinio glaciale li fa sussultare o
minaccia la loro libertà di movimento, spezzare quella catena e ricominciare da
capo a comprendere e ad amare il prossimo, qualunque sia questo prossimo. Se
occorrerà, dovranno comprendere e amare "per due", e per tutto il
tempo che sarà necessario, fino al giorno in cui questo sforzo instancabile di
comprensione e d'amore faccia accendere la stessa scintilla nel prossimo.
Anche la saggezza popolare e i testi sacri islamici invitano i musulmani alla
cooperazione con gli altri, persino con i nemici. Gli arabi ripetono spesso
questo proverbio: «Comprendimi e uccidimi!». Morirei senza rimpianto se tu,
mio avversario, facessi prima lo sforzo di comprendermi! Forse in questo
proverbio c'è anche un'insinuazione maliziosa: un avversario che comprende non
uccide, ma favorisce l'intesa e la cooperazione. Sarebbe un'ingiustizia gratuita
supporre da parte araba un'esigenza a senso unico; essi, che desiderano essere
compresi, cercheranno di comprendere.
Nel Corano vi è un insegnamento che non viene messo sufficientemente in luce.
Ecco uno dei testi in cui esso è contenuto: «Il male e il bene non sono
uguali; rifiuta il male per quel che c'è di meglio, e allora colui che
l'inimicizia separa da te diventerà per te come un amico fedele». È stato un
esponente nazionalista marocchino (oggetto, per molti anni, di misure
repressive) a citare per primo questo testo e a sottolinearne la portata
nell'ambito dei rapporti tra Francia e Africa settentrionale.
Comprendere. Rendere il bene per il male. Aumentare il bene, a prezzo di
sacrifici generosi. Tutto ciò può far arretrare le reazioni disperate e la
tentazione al peggio. Occorre che noi, i figli del Poverello, pregando con
ardore e senza risparmiare alcun possibile sforzo, facciamo rivivere ai nostri
tempi l'esempio datoci da nostro Padre in terra d'Islam, in tempi di violenza e
di ostilità. Non lasciamoci vincere dalla paura e dal risentimento.