IL RETROSCENA

Nel 1983 il senatore Vittorino Colombo portò al "leader" cinese una lettera personale,
in cui il Papa chiedeva libertà per i cristiani.

RITAGLI    E Wojtyla scrisse a Deng    SPAZIO CINA

L’esponente dc era autorizzato dal Vaticano addirittura a trattare su Taiwan.
Ma, giunto in Cina, gli fu impedito l’incontro col presidente.

Antonio Airò
("Avvenire", 8/3/’07)

Il 15 novembre 1983 Giovanni Paolo II riceve il senatore Vittorino Colombo, che sta per recarsi a Pechino alla guida di una delegazione dell'Istituto Italo Cinese del quale è presidente. Il giorno dopo monsignor Achille Silvestrini, allora segretario del Consiglio per gli Affari Pubblici della Chiesa, poi cardinale, scrive al parlamentare democristiano: «Le invio il documento, come d'accordo; vi è unito il dono che Ella può dire che è personale del Donatore, consegnato a lei personalmente: sono 3 medaglie (oro-argento-bronzo), cioè il trittico della elezione al supremo soglio nel 1978. Il Signore guidi i suoi passi e illumini la sua parola».
Nelle poche righe di accompagnamento, i termini "documento", "dono", "personale", "elezione" sono sottolineati. Vittorino Colombo «per espresso incarico del Papa» doveva dunque consegnare sia la lettera, sia le medaglie del pontificato direttamente a Deng Xiao Ping, l'indiscusso e prestigioso "leader" comunista dell'immenso Paese. I diversi colloqui preparatori, svoltisi a Roma con l'ambasciatore del «pianeta rosso» nel corso dello stesso 1983 (e dei quali Vittorino Colombo aveva sempre informato la Santa Sede), avevano definito il calendario degli appuntamenti con i vertici politici di Pechino, ma soprattutto avevano assicurato l'ex presidente del Senato che avrebbe incontrato Deng. Col quale Colombo avrebbe affrontato esplicitamente le due questioni che da anni stavano a cuore al Vaticano: la libertà religiosa dei cattolici di quel lontano Paese, segnato dalla distinzione tra la Chiesa "patriottica" sostenuta dal regime e quella "sotterranea" ma osteggiata per via della sua comunione con Roma, e soprattutto il "nodo" di Taiwan. La Santa Sede intratteneva infatti fin dal 1951 rapporti diplomatici con Taiwan sempre contestati dalla Cina, che chiedeva una rottura con il governo di Taipei.
Nella lettera "personale" predisposta dal Papa, le due questioni sono quasi intrecciate. Giovanni Paolo II scrive tra l'altro: «Sono dell'opinione che il perseguimento del bene comune dell'umanità incoraggi qualcosa che è anche nei miei più vivi desideri; un contatto diretto tra la Santa Sede e le autorità del popolo cinesi...». Il Papa ci tiene a ribadire che il patriottismo dei cattolici cinesi («profondo senso di lealtà e di amore per la loro terra», lo definisce) non è per nulla messo in discussione dal loro essere uniti «al Papa e alle comunità cattoliche di tutti gli altri Paesi... Si tratta di un legame - precisa - che per la fede religiosa dei cattolici è essenziale e che, del resto, non può minacciare l'ideale e concreta unità della loro nazione o andare a detrimento della sua indipendenza e sovranità».
Venendo a Taiwan, Giovanni Paolo II afferma «che essa rappresenta senza dubbio una situazione annosa e complessa, nella quale la Santa Sede si è trovata coinvolta per una serie di eventi non sempre dipendenti dalla sua volontà. Sono, comunque, fiducioso che, nel quadro di un concreto esame della questione, sarà possibile giungere ad una soluzione positiva...».
Di questa «soluzione positiva», che avrebbe potuto portare anche formalmente a nuovi rapporti tra la Chiesa cattolica e la Cina comunista, Vittorino Colombo era allora, in un certo senso, il garante. Attraverso la sua azione poteva passare in buona parte la ripresa del dialogo tra il Vaticano e Pechino. Fino ad allora, tra alti e bassi, tra disponibilità per interposti messaggeri sia da parte della Santa Sede, sia da parte cinese, tra chiusure ufficiali e diplomazia "segreta", il dialogo era rimasto nelle intenzioni (e negli auspici) ma non si era tradotto in scelte conseguenti. Inoltre la beatificazione di due salesiani, martiri della fede in Cina, compiuta da Giovanni Paolo II nel maggio 1983, e duramente contestata dalle autorità comuniste, aveva ulteriormente bloccato le cose.
Il documento di papa Wojtyla sembrava superare queste difficoltà con l'affidare al presidente dell'Istituto Italo Cinese il mandato a verificare al livello più alto, rappresentato appunto da Deng Xiao Ping, la disponibilità di Pechino. Giovanni Paolo II chiede infatti al "leader" comunista «di consentire al senatore Vittorino Colombo, nello spirito di amicizia che egli porta alla grande Nazione cinese e per la conoscenza che ha della Santa Sede e della Chiesa, di poter esporre a fondo tutte le considerazioni utili su questo importante problema dei rapporti tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese. Egli ne ha da me un espresso incarico...».
Vittorino Colombo, fin dal suo viaggio in Cina nel 1971, quando aveva ottenuto che la cattedrale di Pechino venisse aperta per la Messa agli ospiti stranieri - ed era la prima volta che ciò avveniva in quel Paese dove la Chiesa era perseguitata e quasi "cancellata" - ed aveva avuto un colloquio con Zhou Enlai, e poi negli incontri degli anni successivi (per due volte nel 1978 e nel 1981) con Deng Xiao Ping (oltre a quelli con i vertici del partito e della Repubblica cinesi), aveva tratto la convinzione che la libertà religiosa della Chiesa cinese e la questione di Taiwan dovevano essere risolte quasi in contemporanea. Pur tenendo conto delle difficoltà esistenti per un costruttivo dialogo.
Di questo aveva informato sia Giovanni Paolo II, con vari incontri personali a Castelgandolfo nell'agosto del 1982, sia la Segreteria di Stato, con alla testa il cardinale Casaroli, attraverso relazioni e appunti. Sulla base dei suoi contatti cinesi a Pechino e a Roma, non era impossibile sperare in una soluzione positiva. La lettera del Papa avrebbe potuto essere il suggello all'intenso lavorio degli ultimi due anni. Anche perché alcuni minuscoli segnali di disgelo si erano avuti tra il Vaticano e Pechino.
Quando però Vittorino Colombo sbarca nella capitale cinese, va incontro a una doccia fredda. Nonostante le sue ripetute richieste, con il richiamo alla promessa avuta, non riesce infatti ad incontrare Deng Xiao Ping. «Il presidente non sta tanto bene; è molto occupato, non lo potrà ricevere», è la cortese ma ferma risposta che ottiene da Wang Binan, presidente dell'Associazione dell'amicizia dei popoli. Non può consegnare quindi «il piccolo ma significativo dono per sottolineare l'amicizia», che Giovanni Paolo II gli aveva «personalmente» affidato.
Il presidente dell'Istituto Italo Cinese insiste per avere, fuori dagli incontri ufficiali, almeno un colloquio "riservato" con il primo ministro Zhao Zhung. Riesce infine ad averlo. Il "premier" lo riceve alle 17 del 23 novembre. E informa subito Vittorino Colombo che Deng ha ricevuto la lettera: «L'abbiamo esaminata insieme», gli dice. Ma subito aggiunge che il documento del Papa «è molto complicato e richiede un esame più approfondito... Comunque per gli ulteriori sviluppi tenga il contatto con il nostro ambasciatore a Roma». Insomma, la porta del dialogo tra la Santa Sede e la Cina non è ermeticamente chiusa, ma bisogna pazientare. Vittorino Colombo replica che «occorre invece affrettare i tempi». La lettera conferma la piena disponibilità della Santa Sede. Faccia altrettanto il governo di Pechino. Ma Zhao lo congeda con un «Grazie, grazie! Io ho ascoltato attentamente i pareri espressi da Sua Eccellenza...». Le parole suonano rituali. Nulla di più.
Da allora il dialogo tra il Vaticano e Pechino è parso come inceppato. Ma chissà, forse non è così. Tra alti e bassi, spiragli e chiusure, rigidità e flessibilità, qualcosa potrebbe muoversi. Anche se non ci sono segnali eclatanti né documenti ufficiali. Il messaggio di
Benedetto XVI ai cattolici cinesi, atteso per Pasqua, potrebbe confermarlo.