«Capire l’islam»
Padre Scattolin:
al-Qaeda è un prodotto degenerato. Lo studioso invita a invertire la
prospettiva:
non dagli estremisti alla religione ma da essa a tutte le sue espressioni
Padre Scattolin, dopo l'11 settembre del 2001 il tema
ricorrente è quello della natura militante dell'islam. Il terrorista arrestato
a Roma ha detto: «Odio l'Occidente».Qual è la sua opinione di grande e antico
conoscitore del mondo musulmano?
Oggi la maggioranza degli opinionisti occidentali evidenzia l'incompatibilità
tra il fondamentalismo islamico e i valori di una società pluralista,
democratica, rispettosa dei diritti umani. Con toni più o meno esacerbati, è
questa la lettura prevalente che i nostri giornali danno della questione
islamica, da cui peraltro scaturiscono intolleranza, islamofobia e razzismo.
Personalmente ritengo che non possiamo comprendere l'islam partendo da al-Qaeda
o da Hamas. È come se volessimo cercare di capire la cultura americana
interpretando i deliri razzisti dell'Aryan Nation. L'operazione da compiere è
semmai opposta. Partendo da una conoscenza approfondita del mondo islamico nelle
sue componenti sociali, politiche, religiose e spirituali, occorre chiedersi
come possano determinarsi fenomeni così gravemente degeneranti come quello del
terrorismo. Il primo passo da compiere è, insomma, quello della conoscenza
reciproca; un'operazione faticosa e problematica, ma indispensabile, da compiere
con onestà intellettuale.
Sta di fatto che le suggestioni
del salafismo, politicamente aggressivo, sembra arrivino a coinvolgere
componenti significative della Umma, la comunità islamica...
La propaganda islamica sfrutta volentieri una diffusa moda anticolonialista
e terzomondista per avere presa sulle masse che soffrono spesso di arretratezza
e sfruttamento e, dunque, di frustrazione. Si tratta di un'apologetica,
difensiva e aggressiva, abilmente sfruttata dai movimenti estremistici. I
predicatori integralisti dimenticano che l'Islam è stato colonialista,
attraverso le sue conquiste militari, addirittura più dell'Occidente.
Purtroppo, oggi, i mezzi d'informazione araba, grazie ai petrodollari sauditi,
stanno contaminando l'areopago massmediale musulmano con questo genere di
propaganda che certamente non giova al dialogo e alla tolleranza. Le televisioni
non fanno altro che veicolare messaggi che servono alla causa degli estremisti.
Ma questo estremismo religioso,
presente nei movimenti islamici, è davvero una novità per il mondo arabo?
Insomma, è un fenomeno recente?
Movimenti estremisti hanno sempre agito nell'Umma. Basti pensare ai
kharigiti del primo secolo islamico. Essi combattevano per un'ideologia purista
ed integralista. Quindi, attribuire il sorgere di tali movimenti alla sola
reazione antioccidentale, o esclusivamente a cause quali la povertà e lo
sfruttamento, mi pare riduttivo e semplicistico. La realtà storica è che il
mondo musulmano ha attraversato ciclicamente ondate endogene d'integralismo e di
intolleranza. È tuttavia doveroso sottolineare che l'islam ha anche vissuto
momenti di grande apertura e progressismo. Lo stato islamico medievale, ad
esempio, in alcune sue fasi, fu storicamente più flessibile di quello cristiano
della stessa epoca. Certamente, oggi è indispensabile il contributo di
musulmani che sappiano vincere le spinte fondamentaliste e intransigenti, che si
alimentano di un pensiero mitologico acritico, imposto mediante il monopolio
culturale.
Ma oggi esiste davvero un islam
tollerante, disponibile al confronto? Nei Paesi arabi, c'è una società civile
capace d'invocare un atteggiamento "non-violento" nelle relazioni con
l'Occidente?
Certo. In questi anni vi sono stati seri tentativi di riforma per accogliere
la modernità nei suoi molteplici aspetti: il pensiero critico-scientifico, il
riconoscimento dei diritti umani universali, lo sviluppo di istituzioni
democratiche... Ho conosciuto personalmente intellettuali musulmani che
avvertono l'esigenza di una profonda riforma all'interno dell'Islam. Sono loro
che hanno avuto il coraggio di pubblicare le prime riletture critiche sulle
fonti, a partire dal sacro Corano. Si tratta di stud i esegetici che hanno
provocato e continuano a provocare delle violente reazioni da parte dei
fondamentalisti. Basti pensare, solo in Egitto, all'uccisione di Faraj Foda o al
caso di Nagib Mahfuz, che ha rischiato la vita in un attentato, o ancora di Nasr
Abu Zaid, costretto all'esilio. Insomma, vi sono voci "liberali", ma
sono ostaggio dei violenti. D'altronde l'Islam, da quando il califfato ha perso
la sua autorità morale ed effettiva, non ha un'istituzione centralizzata che
possa dire «Questo è l'islam», come invece accade nel caso della Chiesa
cattolica.
Allora, in che modo è possibile
aiutare queste forze nuove dell'islam moderato?
L'islam è una realtà complessa, attraversata da correnti diverse, molte
volte in contrasto tra loro. Non si può dunque parlare semplicisticamente di
"estremisti" e "modernisti" come se fossero due blocchi
omogenei. Lo sforzo deve essere profuso nel coagulare insieme quelle menti
libere che avvertono il bisogno di un confronto sereno nel contesto più
generale del villaggio globale, e in particolare nelle relazioni con
l'Occidente. Proprio i governi occidentali dovrebbero smetterla di allearsi con
questo o con quello Stato arabo solo e unicamente per interessi economici, senza
richiedere come condizione il rispetto dei diritti umani. A proposito di
libertà religiosa, va ricordato che è sempre stato ignorato dai nostri
politici il principio di "reciprocità" nelle relazioni tra Islam e
cristianesimo, vale a dire l'impegno comune a consentire, per esempio, luoghi di
culto musulmani in Europa e cristiani in Medio Oriente. È curioso che gli Stati
Uniti intrattengano relazioni commerciali con l'Arabia Saudita sapendo bene che
la casa reale wahabita finanzia l'ideologia salafita in tutti i Paesi musulmani.
Ritengo, inoltre, che alla violenza dei terroristi, esplosa con il feroce e
criminale attacco alle Twin Towers, non si possa rispondere con l'opzione
militare. L'attuale situazione irachena, peraltro prevista da Giovanni Paolo II
nel suo accorato magistero sulla pace nei mesi che precedettero la guerra,
dimostra che usare le bombe significa fare, paradossalmente, il gioco dei
terroristi e fomentare l'odio nei confronti dell'Occidente. Credo che invece
occorra inventare nuove forme di cooperazione culturale tra Oriente e Occidente,
all'insegna di programmi che, ad esempio, possano consentire agli studenti arabi
di avere una percezione diversa della modernità. Sul piano ecclesiale, occorre
invece rilanciare il dialogo interreligioso nella consapevolezza che esso è
parte integrante della missione "ad gentes". Il prossimo settembre si
terrà presso l'Università gregoriana un convegno sul 40° della Nostra
Aetate, il documento conciliare sul dialogo interreligioso, e mi è stato
chiesto di illustrare il tema della spiritualità come spazio per il dialogo
interreligioso... Questa è la strada da seguire. Un'antica storia mediorientale
racconta di un viandante che incontrò un mostro nel deserto. Inizialmente, il
poveretto ebbe paura ma, riuscendo a scorgerlo più da vicino, s'accorse che era
un uomo. Di lì a poco lo distinse ancora meglio e scoprì che dopo tutto non
era così brutto come pensava. Alla fine quando lo scorse negli occhi, riconobbe
suo fratello. Questo vale per noi e per loro.
Giulio Albanese
("Avvenire" - 1/8/2005)