La giornata per la lotta contro la lebbra

RITAGLI   Malattie nel Sud del mondo:   DIARIO
dovere di solidarietà globale

Giulio Albanese
("Avvenire", 28/1/’07)

La lebbra ha sempre fatto paura trattandosi di un morbo estremamente contagioso che nei secoli ha causato sofferenze indicibili. Le persone affette da tale patologia venivano comunemente considerate socialmente pericolose. E anche se oggi la malattia è perfettamente curabile grazie ai progressi della moderna farmacologia, non v'è dubbio che l'emarginazione continua ad essere un fenomeno che va contrastato con ogni mezzo, per il pieno rispetto della dignità umana. Ecco perché la lotta contro questa pandemia, nell'odierna celebrazione della ricorrenza istituita dal grande Raoul Follereau, diventa il paradigma dell'impegno civile contro tutte le lebbre che assillano il nostro povero mondo. Quando si tratta dei guai altrui, tendiamo istintivamente a scaricarci la coscienza, mentre facciamo e ci mobilitiamo se il pericolo è vicino, ad esempio nel caso dell'aviaria. Purtroppo, la logica "mediatica" è a dir poco iniqua, all'insegna dei due pesi e delle due misure. Altrimenti non si spiegherebbe perché la ricerca nel settore delle malattie parassitarie che affliggono i Paesi poveri non è mai stata adeguata ai reali bisogni, sia per la terapia sia per la profilassi. A livello mondiale, si stima che vi siano milioni di decessi per tali patologie, una "mattanza" che non fa notizia. Le popolazioni del Sud del mondo non rappresentano un "target" nell'ambito del "marketing" farmaceutico, in quanto si tratta di persone con scarsa o inesistente disponibilità finanziaria. Ecco che allora se da un lato queste pandemie costituiscono un limite concreto allo sviluppo, è altrettanto vero che senza un reale progresso economico e sociale la lotta per debellarle è persa in partenza. In alcuni Paesi dell'Africa australe, l'infezione da "Hiv" colpisce persino il 25-30% della popolazione giovane-adulta e in età lavorativa, mettendo a repentaglio la stessa sopravvivenza delle strutture statali, con penuria di personale nelle scuole, negli ospedali, nei ministeri e nelle attività produttive. Per non parlare del fatto che l'accesso ai farmaci "antiretrovirali" in molte periferie del pianeta è ancora un lusso. E che cosa dire dell'infezione malarica, con l'elevatissimo tributo in termini di mortalità in età infantile nei Paesi dove il "paludismo" è endemico? E sì perché, nonostante si continui a spendere immense risorse nell'acquisto di armamenti, sono quasi 500 milioni le persone che contraggono ogni anno la malaria, molte di più che negli anni Settanta. E mentre la ricerca su un possibile vaccino sembra essere ancora in alto mare, soprattutto per mancanza di finanziamenti, si stima che vi siano almeno due milioni di persone che muoiono ogni anno di malaria, di cui il 90% bambini africani sotto i cinque anni. S'impone pertanto una riflessione sul rapporto tra "etica della salute" ed "economia" nella consapevolezza che esiste una sorta di "dualismo" che contrappone la persona a certe regole del mercato. Dai pronunciamenti del magistero ecclesiastico alle raccomandazioni dell'Organizzazione mondiale della sanità è davvero una questione di civiltà cogliere la linea di demarcazione valoriale tra un prodotto farmaceutico capace di salvare vite umane e qualsiasi altro bene di consumo. Come ebbe a dire Giovanni Paolo II, in un suo messaggio alla Pontificia Accademia per la vita, «la rilevanza etica del bene della salute è tale da motivare un forte impegno di tutela e di cura da parte della stessa società. È un dovere di solidarietà che non esclude nessuno».