I 40 anni della storica enciclica di Paolo VI

RITAGLI   Ancora tutta in salita   DOCUMENTI
la via della «Populorum progressio»

Giulio Albanese
("Avvenire", 27/3/’07)

Sono trascorsi quarant'anni dalla felice promulgazione dell'enciclica "Populorum Progressio", documento che ha indubbiamente il grande merito di aver prefigurato gli scenari della moderna globalizzazione, richiamando peraltro l'urgenza di rispondere alle istanze dello sviluppo in chiave davvero evangelica. E fu proprio la coraggiosa denuncia da parte di Paolo VI, illuminato Pontefice della stagione conciliare, in merito ai danni arrecati dal colonialismo, unitamente alle offese inferte dai popoli opulenti nei confronti dell'allora "Terzo Mondo", a rendere il messaggio straordinariamente profetico e al contempo rivoluzionario. Da notare che nella redazione del documento il Papa bresciano non solo attinse alle fonti bibliche e al magistero dei suoi predecessori, ma ebbe l'audacia, certamente ispirata e davvero innovativa per quei tempi, di citare in calce autori prestigiosi, ma allora ancora viventi, del calibro del domenicano Joseph Lebret, del filosofo Jean Jacques Maritain, del gesuita Henri de Lubac, del teologo Dominique Chenu, oltre a monsignor Larrain Errazuriz, vescovo di Talca, in Cile. Tutti personaggi che per certi versi orientarono il Pontefice nel suo ministero apostolico, consentendogli di operare quel sano discernimento che gli permise di cogliere il vero significato dei segni dei tempi. Primo fra tutti, è bene rammentarlo, il fatto che il sottosviluppo non fosse un dato ineluttabile, scontato e dunque immodificabile. E se da una parte è vero che, soprattutto nel mondo missionario, l'enciclica suscitò entusiasmi e plauso, dall'altra sollevò, come ricorda lo storico Giorgio Vecchio "reazioni critiche". D'altronde c'è da considerare, come rileva lo stesso studioso, il contesto generale di quegli anni, segnato dalla "guerra fredda" e soprattutto «in cui i nomi di Che Guevara, Ho Chi Minh, Camilo Torres erano sulla bocca di molti». Detto questo è chiaro che Paolo VI evitò opportunamente ogni fraintendimento dando all'enciclica una valenza fortemente cattolica e dunque ispirata ai sacrosanti valori dell'universalità. Va ricordato che Paolo VI fu davvero il primo pontefice della storia ad uscire dalle mura leonine avventurandosi nelle cosiddette "periferie del mondo" come egli stesso ricorda nell'enciclica: «Rivestiti della paternità universale, abbiamo potuto, nel corso di nuovi viaggi in Terra Santa e in India, vedere coi nostri occhi e quasi toccar con mano le gravissime difficoltà che assalgono popoli di antica civiltà alle prese con il problema dello sviluppo» ("Populorum Progressio", 4). Una cosa è certa: mai come oggi risuonano nel cuore di ogni credente quelle parole scandite con forza e che cioè «lo sviluppo è il nuovo nome della pace», una visione che scavalca qualsivoglia strumentalizzazione ideologica richiamando la necessità di «un'autorità mondiale efficace», davvero "super partes" che possa essere garante dell'«assistenza ai deboli», dell'«equità nelle relazioni commerciali», di «uno sviluppo solidale dell'umanità nella fraternità fra i popoli». Ecco perché la logica conclusione del suo ragionamento, fondato sulla comprensione di un umanesimo integrale, non poteva che riassumersi nella titolazione davvero avvincente secondo cui «lo sviluppo è il nuovo nome della pace». Sta di fatto che sebbene siano trascorsi non pochi lustri dalla pubblicazione della «Populorum Progressio» e che il Magistero pontificio sia successivamente stato arricchito da altre encicliche quali la «Sollicitudo Rei Socialis» o la «Centesimus Annus», unitamente al Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, dobbiamo prendere atto che il cammino è ancora tutto in salita. Oggi più che mai, guardando alle ingiustizie che acuiscono il divario tra Nord e Sud del mondo, dovremmo fare tesoro dell'ammonizione di Paolo VI che rilevava un "deficit culturale" nella comprensione delle questioni sociali. «E se è vero che il mondo soffre per mancanza di pensiero, Noi convochiamo gli uomini di riflessione e di pensiero, cattolici, cristiani, quelli che onorano Dio, che sono assetati di assoluto, di giustizia e di verità... aprite le vie che conducono, attraverso l'aiuto vicendevole, l'approfondimento del sapere, l'allargamento del cuore, a una vita più fraterna in una comunità umana veramente universale».