IL CONTINENTE AFRICANO E I PAESI "RICCHI"
Pari dignità, non stucchevoli pietismiGiulio
Albanese
("Avvenire", 8/4/’07)
Ogni qualvolta tentiamo di
parlare delle Afriche - è meglio usare il plurale, trattandosi di un continente
grande tre volte l'Europa - c'è il rischio di indugiare ad oltranza sulle
negatività che affliggono milioni di uomini e di donne. Quasi che il tempo, da
quelle parti, fosse inesorabilmente fermo al "Venerdì Santo". In
effetti, come peraltro ampiamente documentato in più circostanze da questo
giornale, è davvero inquietante quanto sta accadendo nella tormentata regione
sudanese del Darfur, come anche in terra somala, soprattutto a Mogadiscio e
dintorni. Eppure, per quanto grandi possano essere le disgrazie che assillano il
pianeta della "negritudine", occorre sforzarsi di andare al di là
delle solite percezioni superficiali di certa comunicazione. Quelle cioè
banalizzanti, che riducono le Afriche ad una sorta di "nebulosa", metafora dei
peggiori disastri della Storia antica e recente. Nell'inconscio della nostra
gente v'è ancora radicato un forte pregiudizio, retaggio dell'epoca coloniale,
per cui tutto si riduce ai soliti stereotipi di atrocità, guerre, carestie,
pandemie e cronica instabilità. Basta dare un'occhiata ai soliti "reportage"
strappalacrime, infarciti di carità pelosa o seguire le disquisizioni nei
salotti dell'etere sulle disavventure di qualche improvvido connazionale in
cerca d'avventure nelle savane tropicali per comprendere come le Afriche
rimangano sempre e comunque primitive, "prelogiche"; nella migliore
delle ipotesi paradisi esotici all'eccesso e dunque meta di tutti i turismi
immaginabili.
Occorre sfatare quei luoghi comuni nella consapevolezza che il continente
africano è un poliedrico contenitore di sapienza "multisecolare",
luogo di passioni, ricchezza culturale e artistica, "mare magnum" di
etnie fatte di volti con le loro storie da scoprire, distanti da quelle di noi
ricchi Epuloni. Un continente che non mendica la nostra beneficenza infarcita di
stucchevoli pietismi, ma che invoca il riconoscimento della propria dignità
attraverso una solidarietà fattiva e la promozione di un senso di reciproca
corresponsabilità.
Ecco perché sarebbe auspicabile, stando alle anticipazioni dell'ultima fatica
letteraria di Benedetto XVI, che rivedessero la loro condotta le nazioni che ad
oltranza "esportano il cinismo in un mondo senza Dio". "Le
nazioni ricche - scrive il Papa - hanno ferito i poveri spiritualmente,
disperdendo o cercando di annullare le loro tradizioni culturali e
spirituali".
Viene alla mente, come una sorta di provocazione, "Africa Paradis"
("Paradiso Africa") del beninese Sylvestre Amoussou presentato nel
febbraio scorso al "Fespaco" ("Festival Panafricain du Cinéma et
de la télévision de Ouagadougou"), la biennale del cinema africano. Una
visione sicuramente "fantapolitica", all'eccesso, ma che, per la sua peculiarità,
ha colto il favore della critica. Nel filmato l'Europa è diventata un
continente invivibile, lacerato da guerre, disoccupazione e povertà. Un nuovo
Medio Evo in cui i bianchi fanno la coda per ottenere il visto per l'Africa,
continente ricco e rigoglioso, nel quale le famiglie vivono immerse nel lusso
sfrenato, i figli studiano nelle migliori università e fanno carriera. Ma
convincere i funzionari "afro" non è semplice. C'è chi, tra i bianchi, è
disposto a pagare per essere traghettato di nascosto nel nuovo paradiso, dove
l'immigrazione è rigidamente controllata. Il lungometraggio di Amoussou,
presenta un mondo capovolto in un'esilarante parodia-satira dell'oggi. Per
carità, questo mondo alla rovescia spaventa, non foss'altro perché contrasta
con la visione positiva di un villaggio globale, fondato sulla fraternità
universale, dove dritto e rovescio abbiano pari dignità. Per questo occorre
vigilare affinché ognuno, in Africa e nel cosiddetto primo Mondo, si assuma la
propria parte di responsabilità, passando le "Acque del Mar Rosso"
per celebrare davvero la Pasqua del Signore.