Come «recuperare» i cervelli in fuga

RITAGLI   L'"intelligentia" africana in emigrazione.   DIARIO
Una risorsa per lo sviluppo

Giulio Albanese
("Avvenire", 22/5/’07)

Premesso che il fenomeno dell'immigrazione è molto più "poliedrico" e complesso di come solitamente raccontato dai "media", andando al di là di ogni futile pregiudizio, molte ricerche e rapporti indicano che in Italia, come anche nel resto d'Europa e nel Nord America vi è una vera e propria "intelligentia" africana costituita da intellettuali, professionisti e studenti universitari che le circostanze della vita hanno spinto lontano dalle loro terre d'origine. E se nel passato i governi africani avevano un atteggiamento ostile nei confronti dei propri connazionali espatriati, oggi sembrano avere preso coscienza del peso che può avere la "diaspora" nello sviluppo economico dell'Africa Subsahariana. Uno straordinario patrimonio umano che potrebbe essere messo a disposizione per lo sviluppo del continente. Come rileva lo stesso Yao Honoré a proposito della "fuga" dei cervelli dall'Africa - il cosiddetto "Brain Drain" - l'ex presidente nigeriano Olusegun Obasanjo ha viaggiato in Africa, America, Europa e Asia alla ricerca di professionisti, studiosi e intellettuali emigrati e residenti all'estero, con l'obiettivo di farli tornare e mettere le loro competenze a disposizione della nazione. D'altronde, non mancano i sostenitori di quella che viene definita la nuova economia del "Brain Gain", cioè del guadagno. Questi ritengono che la richiesta di immigrati qualificati nei Paesi ricchi avrebbe ripercussioni positive sui Paesi di origine e non solo in termini di rimesse. Secondo i teorici di questa dottrina, i governi africani verrebbero per così dire sollecitati dalle possibili richieste di "cervelli" a migliorare i propri livelli d'istruzione, il che provocherebbe un innalzamento complessivo della qualità della vita. Oltre alla Nigeria, anche altri Paesi come il Sudafrica, il Mali e il Senegal stanno in effetti elaborando strategie d'intervento per utilizzare il potenziale delle diaspore, consapevoli che il loro impatto economico e finanziario potrebbe giovare, non solo in termini di sostegno alle esportazioni, ma anche dal punto di vista delle risorse finanziarie e di trasformazione del capitale cognitivo in capitale economico. Le iniziative a questo riguardo sono varie, dal censimento della diaspora nei Paesi occidentali alla creazione di banche dati. Detto questo però, anche i Paesi occidentali hanno delle responsabilità. Ad esempio, potrebbero promuovere il "ritorno" attraverso illuminate politiche di cooperazione allo sviluppo che prevedano il finanziamento di progetti la cui direzione sia affidata a giovani di spicco della diaspora africana. S'impone l'esigenza di un salto di qualità nelle forme d'intervento solidaristico, attingendo dagli atenei europei o del Nord America quelle energie "afro" capaci di rendere più efficace il riscatto del continente. Nella consapevolezza peraltro che Nord e Sud del mondo hanno un destino comune e devono crescere insieme nello scambio vicendevole. Non a caso, l'antropologo Louis Dumont riteneva che la differenza fondamentale tra le società tradizionali e quella moderna consiste nel fatto che nelle prime i rapporti più importanti sono quelli tra esseri umani, mentre nella seconda tutto risieda nei rapporti tra uomini e cose. In questa prospettiva, una rinnovata cooperazione tra Africa e Occidente pertanto potrebbe aiutarci a comprendere il valore della reciprocità: "loro" hanno bisogno di "noi", tanto quanto "noi" abbiamo bisogno di loro.