Il G8 e la cooperazione con i Paesi poveri

RITAGLI   Promesse troppo facili.   DIARIO
Il mondo non può aspettare

Giulio Albanese
("Avvenire", 6/6/’07)

«Se la fame si nutrisse di parole, il mondo sarebbe già sazio», si diceva negli anni Ottanta. Ma, lungi da ogni retorica, mai come in questo avvio di Terzo Millennio occorre passare dai buoni propositi ai fatti, non foss'altro perché l'inerzia dei Paesi industrializzati è a dir poco disarmante. Attraverso l'azione dei governi e delle istituzioni internazionali, si tratta di agire nella consapevolezza che la ricetta è già stata scritta, anche se qualcuno vorrebbe lasciarla nel cassetto. A questo riguardo, va rammentato che i "Grandi della Terra" si erano già impegnati formalmente due anni fa, in occasione del G8 di Gleneagles, in Scozia, a incrementare gli aiuti ai Paesi in via di sviluppo di 50 miliardi di dollari entro il 2010. Da allora, però, s'è innescata una graduale inversione di tendenza dei flussi, come peraltro stigmatizzato dalla "Caritas Internationalis". E il nostro Paese, duole doverlo scrivere, non sta facendo bella figura, se si considera che risulta tra i maggiori responsabili di tale diminuzione, avendo stanziato 8 miliardi di dollari in meno rispetto a quanto promesso, seguito dalla Francia con 7,6 miliardi di riduzione e dalla Germania con 7 miliardi. Ecco perché ieri sventolava sul sagrato antistante la basilica vaticana uno striscione con lo slogan "Make Aid Work" (Fate funzionare gli aiuti) allestito dagli oltre 300 delegati di 160 organizzazioni "Caritas" che operano in 200 Paesi e territori di tutto il mondo, riuniti in Vaticano per la loro "XVIII Assemblea generale". L'intento, decisamente provocatorio - ma anche questa è profezia - è quello di lanciare un forte messaggio, dal cuore della cristianità, al vertice dei G8, che si apre oggi ad Heiligendamm, in Germania, affinché «rispetti gli impegni assunti in materia di aiuti». È questa la motivazione di fondo della campagna "Make Aid Work", che chiede espressamente ai governanti di Stati Uniti, Giappone, Germania, Regno Unito, Francia, Italia, Canada e Russia di smetterla di "tergiversare", perché "the world can't wait", «il mondo non può aspettare». Detto questo, sarebbe auspicabile che l'Italia, una volta tanto, cominciasse a dare il buon esempio. Infatti, secondo la stragrande maggioranza delle organizzazioni non governative, nel corso degli ultimi anni i nostri governi, indipendentemente dalla loro ispirazione ideologica, hanno di fatto ignorato gli obiettivi per il Millennio stabiliti dall'Onu. Le accuse sono chiare e ben documentate: carenza di fondi, assenza di una strategia politica della cooperazione, scarsa efficienza della macchina burocratica e del sistema di monitoraggio degli aiuti. Ma non è tutto. È stato anche rilevato un "deficit" etico, dato che la penalizzazione della cooperazione ha inevitabilmente comportato proprio la riduzione drastica del sostegno umanitario. Ecco perché sarebbe ora che qualcuno nella "stanza dei bottoni" capisse che la macchina degli aiuti non può essere gestita come fosse un "carrozzone" delle buone intenzioni, dove tutto si riduce a organizzare vuoti convegni e seminari di studio. A pensarci bene, la questione non riguarda solo gli aiuti, ma anche la cancellazione del debito, il trasferimento di tecnologie nel Sud del mondo e, soprattutto, le nuove regole per i commerci che non penalizzino sistematicamente i Paesi poveri. Impegni che non possono prescindere dall'elaborazione di un'"etica pubblica", la quale ripudi l'inaccettabile contabilità milionaria dei morti d'inedia nei bassifondi della Storia contemporanea.