I dati diffusi dalla Fao

RITAGLI   Agghiacciante geografia del lavoro minorile   DIARIO

Giulio Albanese
("Avvenire", 13/6/’07)

I numeri parlano da soli: 218 milioni di bambini nel mondo vengono privati ogni giorno di un'adeguata istruzione, della salute e del loro tempo libero. Il fenomeno è quello dello sfruttamento minorile, che rappresenta una vera sciagura da combattere su più fronti perché collegata alla globalizzazione degli scambi e dei commerci.
Andando al di là delle classificazioni tradizionali, quali ad esempio quella del «child labour», legato allo sfruttamento e alla schiavitù, o del «child work», inteso come forma meno onerosa di attività, si tratta di una flagrante violazione dei diritti umani perpetrata ai danni dei soggetti più vulnerabili della società: i bambini. Sebbene, in tempi di flessibilità e precarietà, lo sfruttamento minorile costituisca un'allarmante realtà anche nei cosiddetti Paesi industrializzati, solitamente i piccoli lavoratori svolgono le loro attività produttive nei Paesi del Sud del mondo.
Nel complesso, le statistiche vanno sempre prese con il beneficio d'inventario, soprattutto per quei Paesi che sembrano essere immuni dal fenomeno. In effetti, la raccolta di dati affidabili è spesso limitata, trattandosi di una questione "sommersa" a causa degli interessi di questo o quel potentato. Da questo punto di vista, l'assenza di cifre precise non solo condiziona la messa a punto di azioni sistematiche per eliminare definitivamente il fenomeno, ma ostacola tutte quelle iniziative in difesa dei bambini coinvolti in attività produttive pericolose per la loro integrità fisica e psichica.
Detto questo, risulta chiaro che il comune denominatore dell'ignobile sfruttamento è rappresentato dalla povertà; i bambini vanno a lavorare perché contribuiscono al mantenimento della propria famiglia. La loro paga è fondamentale per la sussistenza quando i genitori non riescono da soli a sbarcare il lunario. Il paradosso è che in molti casi gli adulti rimangono disoccupati, mentre i loro figli riescono a trovare un'occupazione. I minori, d'altronde, non solo vengono retribuiti assai meno dei genitori, non avanzano rivendicazioni sindacali e possono pertanto essere sottoposti a qualsiasi forma di abuso, anche sessuale.
La geografia del fenomeno è determinata dai cosiddetti mutamenti socioeconomici derivanti dalla globalizzazione: in
Africa, ad esempio, ha trovato terreno fertile in seguito all'acuirsi della crisi economica che ha costretto molti governi a imporre pesanti tagli alla spesa pubblica. Per non parlare della drammatica diffusione di alcune "pandemie", come l'Aids, che hanno acuito la tendenza a ricorrere alla manodopera infantile.
In altre zone del Pianeta, soprattutto nei Paesi che un tempo s'ispiravano al modello socialista, si è passati repentinamente da un'economia centralizzata a una di libero mercato. E l'impiego di manodopera minorile è molte volte tollerato, addirittura dai governi, perché funzionale al sistema economico che, grazie alla propria competitività sulla piazza internazionale, attira capitali stranieri.
Non v'è dubbio che in una stagione di grandi trasformazioni in campo economico «non conta soltanto diventare più "competitivi" e "produttivi", occorre essere testimoni della carità». È quanto ha affermato recentemente
Benedetto XVI in un messaggio inviato a monsignor Stanislaw Rylko, presidente del "Pontificio consiglio per i laici", per il "IX Forum internazionale dei giovani" sul tema «Testimoni di Cristo nel mondo del lavoro». «Oggi, più che mai - si legge nel messaggio - è necessario e urgente proclamare "il Vangelo del lavoro", vivere da cristiani e diventare apostoli fra i lavoratori». Da questo punto di vista sarebbe pertanto auspicabile una globalizzazione dei diritti per regolare cristianamente il mercato del lavoro, riaffermando il primato della persona, che una certa economia sembra sempre più offuscare.