TESTIMONI DELLA FEDE

RITAGLI     Missionari     MISSIONE AMICIZIA
Tredicimila italiani nel mondo:
sono le «sentinelle» del Vangelo

Giulio Albanese
("Avvenire", 13/7/’07)

Sono tanti e fanno onore all'Italia. Sentinelle del Vangelo nel mondo, migliaia di missionari spendono l'esistenza nel Sud del mondo, nelle cosiddette periferie del "villaggio globale". Religiosi, religiose, sacerdoti diocesani «Fidei donum» e laici impegnati nell'evangelizzazione, ad ogni latitudine. Il compito fondamentale è l'annuncio e la testimonianza di fede, che si declina in vari campi d'azione: dalla catechesi alla promozione di opere e strutture umanitarie (scuole, ospedali, dispensari medici), dall'informazione giornalistica alla formazione della società civile, con speciale attenzione ai temi dell'educazione, della pace e della riconciliazione tra i popoli. Qualcuno li ha definiti «caschi blu di Dio» perché operano spesso in realtà dimenticate dalla grande stampa e dall'opinione pubblica internazionale, vivendo la loro avventura di credenti in frontiera.
Pensiamo alla moltitudine di profughi disseminati a varie latitudini, alla miriade di "bambini-soldato" costretti ad imbracciare il fucile e ad uccidere per assecondare la bramosia dei «signori della guerra» nelle remote periferie africane, ad altre tragiche realtà devastate dalla violenza fisica e psicologica.
«Optare per la periferia significa stare dalla parte degli ultimi, come Gesù che non morì al centro della città santa, Gerusalemme, ma fuori le mura, sul monte Calvario», scrive padre Meo Elia, saveriano, giornalista e teologo della missione, attento osservatore della cronaca e della storia delle missioni. La testimonianza di tanti "apostoli" del nostro tempo, dalla Sierra Leone al Congo, dall'Angola al Sudan, dallo Sri Lanka alla Colombia, ci fa capire che dove s'incontra chi lotta per la vita, contro lo scoraggiamento e la disperazione, là c'è Dio. In mezzo a tanta povertà materiale e spirituale, la presenza dei missionari è il segno che Dio non abbandona gli uomini, che c'è sempre qualcuno disponibile alla condivisione totale. Ed è insieme una forte provocazione per una società come quella occidentale nella quale si preferisce la quiete del porto alle onde del mare aperto. È certamente emblematica la testimonianza di uomini come padre Claudio Marano, missionario saveriano, da anni responsabile di un centro giovanile alla periferia di Bujumbura, in un Paese come il Burundi che solo recentemente, a fatica, è uscito dall'incubo di una sanguinosa guerra civile. In questo piccolo Paese dell'Africa, sia l'esercito governativo sia le fazioni ribelli perpetrarono vessazioni contro la popolazione civile, seminando morte e distruzione. Sebbene i rancori ideologici delle opposte fazioni enfatizzassero la contrapposizione tra i due principali gruppi etnici, "hutu" e "tutsi", padre Claudio ha sempre cercato di fare opera di riconciliazione.
Ma oggi, in considerazione degli sforzi profusi da queste "sentinelle" di Dio, a che punto è la missione "ad gentes"? Nell'enciclica «Redemptoris Missio»
Giovanni Paolo II ricorda come proprio questo compito connaturale alla vita stessa della Chiesa, sia ancora ben lontana dal suo compimento: «Al termine del secondo millennio dalla sua venuta uno sguardo d'insieme all'umanità, dimostra che tale missione è ancora agli inizi e che dobbiamo impegnarci con tutte le forte al suo servizio». Il peso di una simile, impegnativa affermazione si accompagna a un passaggio successivo, che richiama l'amore previdente e provvidente di Dio: «Se si guarda in superficie il mondo odierno - scriveva Papa Wojtyla - si è colpiti da non pochi effetti negativi, che possono indurre al pessimismo. Ma è questo un sentimento ingiustificato. Infatti, in prossimità del terzo millennio della Redenzione, Dio sta preparando una grande primavera cristiana, di cui già si intravede l'inizio».
Vale, dunque, la pena di adoperarsi con rinnovato vigore nella consapevolezza che la missione è una realtà unitaria, ma al contempo complessa. Essa si esplica in vari modi, tra cui alcuni sono di particolare importanza: dalla testimonianza all'annuncio, dall'inculturazione al dialogo, dalla promozione umana all'impegno per la pace e la giustizia, dalla formazione delle coscienze al servizio dei poveri. La posta in gioco è dunque alta. La crescente diminuzione di vocazioni missionarie "ad vitam" nel nostro Paese è un dato sul quale occorre interrogarsi; soprattutto se si considera che nel 1990 i missionari italiani erano 24.000, mentre nel 2000 risultavano poco meno di 13.000. Si tratta di un fenomeno che riguarda certamente altre componenti della pastorale vocazionale e che comunque non deve precludere una visione aperta alla speranza. D'altronde, per dirla con le parole di monsignor Giuseppe Betori, segretario generale della Cei, «lo zelo profuso da questi testimoni, unitamente al sacrificio estremo della vita per alcuni di loro, è un motivo di grande edificazione e rappresenta un segno evidente di quella antropologia missionaria che, ispirata dalla speranza, afferma la presenza di Cristo nella storia umana».