Giornata importante ieri per il Darfur

RITAGLI    Non carezze al "satrapo"    SEGUENTE
ma "assillo" per la gente

Giulio Albanese
("Avvenire", 15/9/’07)

Omar Hassan El-Bashir si dice pronto a siglare un cessate il fuoco con i ribelli del Darfur all'inizio dei colloqui di pace previsti a Tripoli il prossimo 27 ottobre. Letta così è davvero una bella notizia, e rappresenta un successo per la diplomazia italiana oltre che un abbellimento in "extremis" del biglietto da visita del presidente sudanese in procinto di incontrare Benedetto XVI. La dichiarazione rilasciata ieri dal presidente sudanese al termine di un colloquio con il "premier" Romano Prodi a Palazzo Chigi fa, insomma, certamente piacere, sebbene la prudenza sia d'obbligo e non si possa dimenticare che già in passato il regime sudanese aveva invano promesso un impegno fattivo sul piano negoziale per risolvere col dialogo, e una volta per tutte, la crisi "darfuriana".
Una cosa è, però, certa: questa visita del capo di Stato sudanese a Roma, che tante polemiche aveva sollevato alla vigilia, destando in alcuni ambienti stupore e preoccupazione, è comunque servita a suscitare nuovo interesse nella Comunità internazionale per la questione, davvero scottante, della sopravvivenza di gente innocente che implora la pace. E salta anche agli occhi che la presenza di el-Bashir nel cuore dell'"Urbe" è servita a consolidare un forte impegno dell'Italia nel promuovere la riconciliazione in un Paese che da decenni è lacerato da violenze d'ogni genere e insanguinato dai duecentomila morti del Darfur. Un impegno tanto più necessario visto e considerato che finora la politica sudanese è stata all'insegna del temporeggiamento e delle attese mancate.
Detto questo, è chiaro che occorre ragionare e vigilare sulle ragioni di un'apertura così esplicita della nostra diplomazia verso un regime che per decenni ha usato un terribile pugno di ferro con le popolazioni cristiane e animiste e che, oggi, sta facendo soldi a palate con un fiorente "business" petrolifero e grazie allo spregiudicato sostegno cinese. È, insomma, essenziale che nella gestione del
"dossier Sudan" si abbia il coraggio di mettere davvero al primo posto l'agenda dei diritti umani. Se, infatti, il protagonismo dell'Italia fosse motivato da mere questioni commerciali - come sussurrano certe voci maligne - sarebbe assai grave. Ma la disponibilità, manifestata personalmente da Prodi, a collaborare alla missione "Onu" nel Darfur fa sperare in diversi e più alti obiettivi.
Non lontani da quelli evidenziati dal Papa, che sempre nella giornata di ieri ha ricevuto el-Bashir. Benedetto XVI, nel corso del colloquio privato a Castel Gandolfo, ha confermato direttamente al massimo rappresentante di Khartum che in cima alle preoccupazioni della Santa Sede ci sono le «sofferenze» e lo stato d'«insicurezza» di tanta parte della popolazione sudanese, in particolare nel Darfur. E ha ribadito che l'obiettivo primario deve diventare assicurare loro l'assistenza umanitaria a cui hanno diritto e l'avvio di progetti di sviluppo. Da questo punto di vista la scelta del Pontefice di ricevere un personaggio quanto mai controverso del calibro di el-Bashir va senza dubbio interpretata come un atto di "lungimiranza". L'esperienza maturata dalla diplomazia vaticana dimostra che quando è in gioco l'autentico valore della pace e del bene dei popoli bisogna avere il coraggio e la temerarietà del dialogo faccia a faccia. Uno sforzo non può essere interpretato da nessuno come una legittimazione del "satrapo" di turno, ma come il tentativo di valorizzare e "forzare" - con la pazienza evangelica - gli aspetti positivi di realtà, che come nel caso sudanese, sono oggettivamente desolanti.
Prospettive come quelle che sono state fatte balenare ieri a Roma, spingono ad andare oltre ogni retorica di circostanza. E rendono chiaro che la comunità internazionale non può continuare a stare alla finestra e deve assumersi precise, esemplari, responsabilità nelle soluzioni delle crisi armate che dilaniano il "continente nero". A cominciare da quella del Corno d'Africa, dove la Somalia pare abbandonata a un'intollerabile e inesorabile deriva di morte e distruzione.