L'ULTIMA, DISASTROSA ALLUVIONE ERA PIÙ CHE PREVEDIBILE

RITAGLI    L'Africa dell'eterna emergenza.    MISSIONE AMICIZIA
Qualche lacrima, nessuna opera strutturale

Giulio Albanese
("Avvenire", 22/9/’07)

Le agenzie di mezzo mondo hanno rilanciato in queste ore la notizia - già approfondita su "Avvenire" - dello spaventoso bilancio delle alluvioni (tra le peggiori degli ultimi decenni) che da settimane stanno "flagellando" una vastissima area dell'Africa sub-sahariana, lungo una direttrice che da nord-ovest si spinge inesorabilmente verso il settore centro-orientale del Continente. Si stimano centinaia di vittime e almeno un milione e mezzo di profughi, con l'aggravante che la produzione agricola è ormai perduta proprio alla vigilia del raccolto, mentre "inedia" e "pandemie" avanzano come "spettri" forieri di morte. Come di consueto le cifre sono fornite dalle organizzazioni umanitarie internazionali le quali - secondo una prassi consolidata - diffondono disperati e continui appelli, invocando aiuti per far fronte all'ennesima emergenza. Ed è proprio questo il punto. L'Africa è ciclicamente colpita da fenomeni alluvionali di vaste proporzioni; basti pensare alle piogge torrenziali che lo scorso anno, nel mese di agosto, flagellarono l'Etiopia causando centinaia di vittime. Solo nella città di Dire Dawa lo straripamento del fiume Dechatu provocò la morte di oltre duecento persone, costringendone 10mila a lasciare le proprie case spazzate via dalle acque. Le piene estive, è bene rammentarlo, non sono un evento eccezionale sugli altipiani abissini, essendovi una forte concentrazione stagionale di piogge sulle impervie zone montane del Paese. Pochi mesi dopo, a cavallo tra ottobre e novembre del 2006, le agenzie dell'Onu lanciarono un appello per fare fronte all'emergenza alluvioni e inondazioni che colpì l'intero Corno d'Africa, particolarmente il Kenya e la Somalia, con un bilancio di un milione e mezzo di alluvionati, molti dei quali rimasti senza tetto. Per non parlare, tornando indietro con la memoria, della "mega-alluvione" che nel 2000 paralizzò il Mozambico, causando ingenti danni anche in altre zone dell'Africa Australe. È chiaro che, dal punto di vista meteorologico, quanto sta avvenendo in questi giorni nelle "Afriche" - sarebbe sempre meglio usare il plurale quando si parla di un continente grande tre volte l'Europa - assume di ora in ora proporzioni molto più estese e preoccupanti di quelle sopra citate. E se da una parte è auspicabile una "mobilitazione" da parte della comunità internazionale per sovvenire ai bisogni delle popolazioni colpite da questa nuova, gravissima calamità, dall'altra si pone la questione delle responsabilità dell'uomo. Anzitutto, va rilevato che alcune regioni africane drammaticamente bersagliate dal maltempo sono anche ciclicamente colpite, per lunghi periodi dell'anno, dalla siccità. Si pone, pertanto, la questione della creazione d'infrastrutture che possano consentire la raccolta e la canalizzazione dell'acqua. Da questo punto di vista, gli interventi di cooperazione sono quasi sempre stati all'insegna dell'emergenza, sottovalutando la necessità di creare "invasi" capaci di trattenere le piogge. Inoltre, raramente, molto raramente, qualcuno cerca di individuare le vere ragioni dei disastri, denunciando ad esempio il dissesto idrogeologico dei terreni a causa della "deforestazione", ormai, in molti parti del Continente, al livello di massimo allarme. Complice una certa informazione parziale e troppe volte superficiale e imprecisa. Certo, ogni tanto si scrive qualche articolo sull'argomento, ma dopo, a emozione sopita, la questione torna a essere trattata come una "non-notizia". Vi è poi un paradosso: la scienza e le moderne tecnologie ci offrono strumenti per capire e intervenire, ma l'umanità - nonostante alcuni proclami d'onnipotenza - non sa e non vuole utilizzarli. Abbiamo, ed è solo l'esempio più semplice, modelli di previsione, ma nulla che somigli a un piano d'azione per influenzare ragionevolmente le "derive" più rischiose, soprattutto quando si tratta di preservare importanti interessi economici. E se questo vale per il Nord del mondo, tanto più quando in gioco c'è il destino del continente africano, preda d'indiscriminate "bramosie" da parte di cacciatori di petrolio e dei cercatori di pepite "spalleggiati" da potentati stranieri e locali.