Nello Zimbabwe stremato

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Giulio Albanese
("Avvenire", 25/9/’07)

Fino a poco tempo fa, uno dei grandi paradossi africani dell'epoca post-coloniale consisteva nella stridente contrapposizione tra la libertà delle “fiere” e la non-libertà degli esseri umani. Le prime erano padrone dello spazio e del tempo in quegli scampoli di verde, veri paradisi tropicali meglio conosciuti come parchi nazionali, delizia del turismo d'avventura. I secondi, invece, costretti in molti casi a sopravvivere in condizioni penose nelle anguste “gabbie”, dette comunemente “baraccopoli”, delle grandi periferie urbane di metropoli come Lagos o Nairobi.
Ebbene, ormai pare che questa distinzione, già “parossistica”, sia definitivamente saltata per l'inedia e la disperazione degli oppressi. Stando a quanto riferiscono alcune fonti, nello
Zimbabwe ora se la passano male persino le giraffe. Una di queste, infatti, che la siccità aveva allontanato dal suo inaridito “habitat” naturale, spingendola fino agli estremi sobborghi della capitale Harare, ha rischiato di essere uccisa da una folla di uomini, donne, vecchi e bambini che volevano sfamarsi con la sua carne. Chiarito che non si tratta di una novità assoluta, in quanto già da tempo e in varie zone - non solo nello Zimbabwe, ma anche in altri Paesi provati da guerre e “pandemie” come la Repubblica democratica del Congo - era stata rilevata una crescente diminuzione della fauna. D'altronde, tra il bracconaggio di organizzazioni clandestine e poveracci che uccidevano le bestie per pura fame, vi sono state “mattanze” che hanno addirittura messo a repentaglio alcune specie di scimmie, come i gorilla congolesi di Virunga.
Sta di fatto che l'episodio della giraffa è sintomatico dell'estremo malessere in cui vive la stremata popolazione civile dello Zimbabwe. Gli indicatori pubblicati dalle agenzie umanitarie la dicono lunga e non possono lasciare indifferenti, non foss'altro perché quanto sta avvenendo nell'ex Rhodesia dovrebbe indurre chiunque a levare la propria indignazione. Parliamo, infatti, di un Paese con oltre il 65% della popolazione ormai dipendente a livello alimentare dall'aiuto internazionale; con la disoccupazione in crescita esponenziale e comunque ben oltre la soglia del 75% e un'inflazione che viaggia attorno al 7.500%. Il tutto in un contesto in cui le strutture pubbliche sono a dir poco “fatiscenti” a partire da quelle scolastiche e del sistema sanitario.
Viene, perciò, spontaneo chiedersi perché tutto questo accada in una realtà nazionale con infinite potenzialità. Come sempre succede in questi casi, andando al di là di ogni forma di “manicheismo”, è bene ripartire le responsabilità. Prime fra tutte quelle dell'oligarchia creata dal presidente
Robert Mugabe, un “autocrate” che si accinge a candidarsi per l'ennesima volta, nonostante le sue politiche abbiano fatto precipitare il Paese nel baratro economico e sociale. Ci sono, poi, quelle di certa imprenditoria straniera che, negli anni '80 e '90, fece assai poco perché si affrontasse la questione della riforma agraria e del riutilizzo razionale di quei latifondi dove a dettare le regole del gioco erano solo i padroni bianchi.
Siamo arrivati così all'oggi. Un presente che vede lo Zimbabwe caduto dalla padella nella brace: i campi strappati agli antichi proprietari sono incolti e abbandonati e, dunque, totalmente improduttivi. E la comunità internazionale resta alla finestra. Anche perché il “famelico” Mugabe - per quanto screditato in larga parte dell'Occidente - continua a godere di appoggi forti come quello della Cina, tradizionalmente avversa all'agenda dei diritti umani. Ci ritroviamo, così, a constatare amaramente che la giraffa della nostra storia s'è salvata grazie al pronto intervento degli agenti, mentre folle di disperati continuano a patire la fame.