Conclusioni non esaltanti per il "Vertice di Lisbona"
Quel
"tergiversare" con l’Africa
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per soggezione della Cina
L’idea di
un "Vertice"
tra Europa e Africa
è concettualmente gradita ad ogni libera coscienza illuminata dallo «Spiritus
universorum» tanto caro a Nicolò Cusano. E dunque il fatto stesso che ciò sia
avvenuto lo scorso fine settimana a Lisbona
non può che far piacere. Non foss’altro perché idealmente questo genere di
appuntamenti dovrebbe esprimere l’istanza di un «destino comune» invocata
nel passato da illustri statisti del calibro del senegalese Leopold Senghor. In
un mondo "villaggio globale" è decisamente insostenibile la
prospettiva secondo cui le storie africane non avrebbero una trama
riconoscibile, suscettibile di ragionamenti storici o di "teorizzazioni"
economico-sociali. Anche perché, sebbene nell’inconscio collettivo europeo
talune idee permangano come retaggio dell’epopea coloniale, oggi vi è nei due
continenti un fervore nuovo, soprattutto nella società civile, che parte dal
riconoscimento di una dignità comune, non certamente intesa come uniformità
che cancella le differenze, ma come identificazione e consapevolezza del vissuto
altrui. Detto questo è chiaro che nella capitale portoghese s’è colto ancora
una volta il divario tra i buoni propositi e le scelte reali per il bene comune.
Non a caso, dicono i maligni, il linguaggio dei "Ventisette" dell’"Unione"
è apparso alquanto retorico, col desiderio di recuperare, sul piano formale, la
fiducia degli africani nell’attuale congiuntura in cui la Cina ha praticamente
moltiplicato i suoi investimenti e la sua presenza commerciale in Africa. Sta di
fatto che è nata la proposta di un nuovo «partenariato strategico», un piano
d’azione con otto capitoli, dalla pace e sicurezza all’immigrazione,
passando per cambiamenti climatici ed energia. Ma le formule, duole constatarlo
per l’ennesima volta, sono sempre le stesse, infarcite di
"politichese", con
molte promesse tutte da verificare, tra cui quella di aver messo appunto «dei
meccanismi di "follow-up"».
Restano comunque tensioni e problemi su una serie di "dossier" fra cui spicca la
spinosa questione del commercio e quella altrettanto dolente dei diritti umani.
In merito alla prima è chiaro che la "Commissione europea" sta
concludendo accordi bilaterali temporanei, e i governi africani temono
istintivamente – e, visti i precedenti, come dar loro torto! – che siano
conclusi a condizioni svantaggiose per loro, sotto la pressione del ripristino
delle barriere commerciali a fine anno. Sui diritti umani, poi, ci sono state
tensioni a non finire col "presidente padrone" dello Zimbabwe
Robert
Mugabe. È
stata il cancelliere Angela Merkel (il britannico Gordon Brown ha disertato il
"summit" per protesta) a parlare per l’Europa, criticando «l’intimidazione
nei confronti di chi ha opinioni differenti e le reiterate violazioni della
libertà di stampa» del regime di Harare. Dimenticando però che Mugabe non è
un caso isolato nel continente. Gli europei infatti hanno curiosamente evitato
di criticare apertamente il regime sudanese per i crimini di guerra commessi nel
Darfur. A riprova della soggezione che sperimentano nei confronti non tanto di
Khartoum, quanto del suo paladino nascosto dietro le quinte, vale a dire la Cina.
La sensazione è che l’Europa non sia riuscita ancora a definire una politica
comune e dunque a volte appaia divisa nel giudizio – come nel caso di Mugabe
– o silente del tutto per timore di sbagliare rispetto a temi roventi come la
questione "darfuriana". All’Italia va riconosciuto che è stata tra
le poche nazioni a ricordare il problema sudanese, stanziando 40 milioni di euro
per una «African Peace Facility» con l’obiettivo di ridare speranza a
popolazioni duramente provate dalla guerra. E di questo almeno non possiamo che
rallegrarci.