Conclusioni non esaltanti per il "Vertice di Lisbona"

RITAGLI    Quel "tergiversare" con l’Africa    MISSIONE AMICIZIA
per soggezione della Cina

Giulio Albanese
("Avvenire", 11/12/’07)

L’idea di un "Vertice" tra Europa e Africa è concettualmente gradita ad ogni libera coscienza illuminata dallo «Spiritus universorum» tanto caro a Nicolò Cusano. E dunque il fatto stesso che ciò sia avvenuto lo scorso fine settimana a Lisbona non può che far piacere. Non foss’altro perché idealmente questo genere di appuntamenti dovrebbe esprimere l’istanza di un «destino comune» invocata nel passato da illustri statisti del calibro del senegalese Leopold Senghor. In un mondo "villaggio globale" è decisamente insostenibile la prospettiva secondo cui le storie africane non avrebbero una trama riconoscibile, suscettibile di ragionamenti storici o di "teorizzazioni" economico-sociali. Anche perché, sebbene nell’inconscio collettivo europeo talune idee permangano come retaggio dell’epopea coloniale, oggi vi è nei due continenti un fervore nuovo, soprattutto nella società civile, che parte dal riconoscimento di una dignità comune, non certamente intesa come uniformità che cancella le differenze, ma come identificazione e consapevolezza del vissuto altrui. Detto questo è chiaro che nella capitale portoghese s’è colto ancora una volta il divario tra i buoni propositi e le scelte reali per il bene comune. Non a caso, dicono i maligni, il linguaggio dei "Ventisette" dell’"Unione" è apparso alquanto retorico, col desiderio di recuperare, sul piano formale, la fiducia degli africani nell’attuale congiuntura in cui la Cina ha praticamente moltiplicato i suoi investimenti e la sua presenza commerciale in Africa. Sta di fatto che è nata la proposta di un nuovo «partenariato strategico», un piano d’azione con otto capitoli, dalla pace e sicurezza all’immigrazione, passando per cambiamenti climatici ed energia. Ma le formule, duole constatarlo per l’ennesima volta, sono sempre le stesse, infarcite di "politichese", con molte promesse tutte da verificare, tra cui quella di aver messo appunto «dei meccanismi di "follow-up"».
Restano comunque tensioni e problemi su una serie di "dossier" fra cui spicca la spinosa questione del commercio e quella altrettanto dolente dei diritti umani. In merito alla prima è chiaro che la "Commissione europea" sta concludendo accordi bilaterali temporanei, e i governi africani temono istintivamente – e, visti i precedenti, come dar loro torto! – che siano conclusi a condizioni svantaggiose per loro, sotto la pressione del ripristino delle barriere commerciali a fine anno. Sui diritti umani, poi, ci sono state tensioni a non finire col "presidente padrone" dello
Zimbabwe Robert Mugabe. È stata il cancelliere Angela Merkel (il britannico Gordon Brown ha disertato il "summit" per protesta) a parlare per l’Europa, criticando «l’intimidazione nei confronti di chi ha opinioni differenti e le reiterate violazioni della libertà di stampa» del regime di Harare. Dimenticando però che Mugabe non è un caso isolato nel continente. Gli europei infatti hanno curiosamente evitato di criticare apertamente il regime sudanese per i crimini di guerra commessi nel Darfur. A riprova della soggezione che sperimentano nei confronti non tanto di Khartoum, quanto del suo paladino nascosto dietro le quinte, vale a dire la Cina. La sensazione è che l’Europa non sia riuscita ancora a definire una politica comune e dunque a volte appaia divisa nel giudizio – come nel caso di Mugabe – o silente del tutto per timore di sbagliare rispetto a temi roventi come la questione "darfuriana". All’Italia va riconosciuto che è stata tra le poche nazioni a ricordare il problema sudanese, stanziando 40 milioni di euro per una «African Peace Facility» con l’obiettivo di ridare speranza a popolazioni duramente provate dalla guerra. E di questo almeno non possiamo che rallegrarci.