Il monito di Benedetto XVI nei giorni del Natale
Quel «bene comune» dei popoli
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troppe volte dimenticato
Giulio
Albanese
("Avvenire",
27/12/’07)
Fanno davvero pensare le
vibranti parole di Benedetto
XVI nei giorni del
Natale.
Dall’omelia nella Messa
di mezzanotte a San
Pietro al messaggio "Urbi
et Orbi", il
Papa ha chiesto con forza all’intero genere umano di fare posto a Dio
riaffermando i valori della pace e della giustizia sociale. Che l’egoismo
fosse agli antipodi del Mistero cristiano era scontato, ma a Natale il Papa ha
evidenziato il continuo deterioramento della condizione umana sulla scena
mondiale, praticamente a tutte le latitudini. E se da una parte, durante il
tradizionale messaggio "Urbi et Orbi", si è rivolto ai responsabili
delle nazioni affinché mostrino saggezza e coraggio per trovare soluzioni
giuste e durature per i tanti conflitti in corso "laddove rimbomba il
fragore delle armi", dal Medio Oriente, all’Iraq,
dalla Somalia,
al Darfur
- dall’altra ha toccato i temi sociali di più stretta attualità, dal diritto
a "una più sicura sussistenza, alla salute, all’istruzione, a un’occupazione
stabile, a una partecipazione più piena alle responsabilità civili e
politiche, al di fuori di ogni oppressione e al riparo da condizioni che
offendono la dignità umana".
Un’analisi, quella del Pontefice, in continuità col magistero dei suoi
predecessori, da cui si evince una particolare attenzione al "bene
comune" dei popoli, troppe volte misconosciuto dai fautori di dottrine
"egemoniche" in cui prevale incondizionatamente l’interesse di parte. Per
carità, ogni nazione ha il diritto di modellare la propria esistenza secondo le
proprie tradizioni, escludendo, naturalmente, ogni violazione dei diritti umani
fondamentali. Ma non può essere sottovalutata la promozione dell’universalità,
espressa attraverso una forte coscienza dei doveri che le nazioni hanno nei
confronti delle altre e dell’intera umanità.
Ed è proprio questo il punto. Occorre ricordare che il "bene comune"
non può ridursi alla semplice sommatoria degli interessi particolari, ma
implica la loro valutazione e composizione, in base ad un’equilibrata
gerarchia di valori e, in ultima analisi, ad una precisa comprensione della
dignità della persona e dei diritti umani (cfr. "Centesimus Annus",
1-V-1991, n. 47). In altre parole, i conflitti che insanguinano le tante
periferie del mondo - poco importa se in Africa o in altri continenti - sono
sempre riconducibili all’affermazione di un egoismo che nega tendenzialmente
la preminenza della dimensione trascendente, quella cioè dell’uomo fatto ad
immagine e somiglianza di Dio. Una preminenza, per altro, frequentemente
dimenticata nel concreto agire politico odierno per cui, ad esempio, si
tollerano le vessazioni perpetrate dai "signori della guerra" di
questo o quel paese, in nome del "dio denaro". Sovviene allora la categoria della
"modernità liquida" formulata dal sociologo polacco Zygmunt Bauman:
il concetto, cioè, di una cultura e di un’economia in continuo cambiamento,
in cui risulta di fatto "autolesionistico" legarsi a criteri, valori,
relazioni "communionali" stabili, e in cui ognuno di noi, alla resa
dei conti, è valutato solo "dalla riuscita del suo ultimo progetto".
Con questi atteggiamenti, all’insegna del relativismo più bieco, l’uomo
contemporaneo rifiuta di mettersi in gioco di fronte a Dio e naturalmente fa
disastri, in un mondo "inquinato e minacciato per il suo futuro", come
ha detto il Papa durante l’omelia pronunciata in occasione della Messa di
mezzanotte, a causa "dell’abuso delle energie e del loro egoistico
sfruttamento senza alcun riguardo".