Per fortuna c'è il Papa a parlare chiaro

RITAGLI   Per combattere la FAME cambiamo la nostra vita   DOCUMENTI

Giulio Albanese
("Avvenire", 23/5/’06)

Come al solito, per leggere sui giornali qualcosa che riguardi lo scandalo della fame nel mondo, ci vuole il Papa. E sì perché quella di Benedetto XVI è tra le poche voci che si levano in difesa degli ultimi. Domenica scorsa, in coincidenza con la recita del Regina Coeli, il Santo Padre ha auspicato «vivamente che, grazie al contributo di tutti, possa superarsi la piaga della fame che ancora affligge l'umanità, mettendo a serio rischio la speranza di vita di milioni di persone». Affacciandosi come di consueto alla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico, il Pontefice ha anche ricordato la tragedia umanitaria del Darfur, proprio nel giorno in cui si celebrava l'iniziativa «Il mondo in marcia contro la fame» («Walk the World») indetta dal Programma Alimentare mondiale delle Nazioni Unite. Non v'è dubbio che se da una parte s'impone un rinnovato impegno da parte della Comunità internazionale per rispondere ai bisogni di coloro che sopravvivono in uno stato d'indigenza nelle periferie del cosiddetto "villaggio globale", dall'altra è importante avere il coraggio di mettere in discussione, a livello personale e comunitario, il proprio "modus vivendi". Viene alla mente un vecchio slogan degli anni 80: «Contro la fame cambia la vita». Fu coraggiosamente lanciato dal nostro episcopato e venne addirittura citato nell'enciclica missionaria Redemptoris Missio. Ma perché ciò sia possibile è indispensabile coltivare un atteggiamento critico nei confronti della nostra economia familiare. Scriveva San Basilio nel lontano 330 d. C.: «Ormai esistono infiniti pretesti per spendere: così che si va cercando ciò che è inutile, scambiandolo per ciò che è necessario, e niente mai basta a soddisfare i bisogni e le fantasie. Davvero io non posso fare a meno di ammirare sì tanta invenzione di cose inutili!». A quanto pare lo scenario descritto dal grande dottore della Chiesa non è dissimile rispetto a quello odierno, nel quale certe logiche pubblicitarie, innescano meccanismi di dipendenza tra i giovani, a volte sopraffatti da un fatuo benessere. «Affinché l'Inghilterra possa vivere in relativo benessere, cento milioni di indiani devono vivere al limite della morte per fame: una condizione perversa, alla quale si accondiscende ogni volta che si sale su un taxi o si mangia un piatto di fragole con la panna»: così scriveva George Orwell 60 anni fa. La sua geniale intuizione - il benessere materiale di una parte privilegiata della popolazione mondiale è sulle spalle del resto degli abitanti del Pianeta - è ancora drammaticamente inascoltata. Infatti dell'attuale, elevato dispendio energetico non tutti i paesi del mondo fruiscono allo stesso modo. Uno statunitense emette annualmente 20 tonnellate di anidride carbonica, producendo 27 volte più CO2 della quota che è stata calcolata come "sostenibile", contro le 9 tonnellate di un giapponese, le 7,4 di un italiano e le 0,2 di un abitante dell'Africa subsahariana. Dicevano gli indiani d'America: «Sotto la terra che calpestiamo ci sono gli occhi di sette generazioni che ci guardano, pronte a venire al mondo. Per questo i nostri passi devono essere leggeri».