L’esplosione di violenza dopo il voto contestato
Trasformismo e
prepotenza,
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i
"virus" che piegano il Kenya
Giulio
Albanese
("Avvenire",
2/1/’08)
Sono in molti a chiedersi
come mai siano esplose così tante violenze in Kenya,
uno dei pochi Paesi del "Corno d’Africa" che negli ultimi anni era uscito
indenne dalla cronica conflittualità che assilla l’intera regione. Eppure, in
questi giorni, dopo le contestate elezioni presidenziali, sono scoppiati feroci
scontri, con un bilancio provvisorio che si attesta sulle 300 vittime. La
terribile strage avvenuta in una Chiesa ad Eldoret, nell’Ovest, rappresenta il
culmine dell’orrore. In effetti, per chi segue le vicende politiche del Kenya
i rischi di una rivolta popolare erano nell’aria da tempo. Nel 2002, dopo
quarant’anni di monopolio delle istituzioni, venne finalmente mandato all’opposizione
il "Kanu" ("Kenya Afican National Union"), partito al potere
fin dall’indipendenza. Si trattò di un avvenimento storico per un Paese che
fino a quel momento non aveva conosciuto alternanza di governo. Il vincitore di
quella tornata elettorale fu Mwai Kibaki, "leader" di una grande
coalizione denominata "Narc" ("National Rainbow Coalition"),
che riuniva tutte le componenti "sociopolitico- religiose"
strenuamente avverse allo "strapotere" del presidente uscente, Daniel arap Moi.
Quindi, in linea di principio, le elezioni svoltesi il 27 dicembre scorso
avrebbero dovuto consentire ai keniani una verifica sull’operato di Kibaki
dopo cinque anni di "multipartitismo". Ma gli equilibri politici erano
già stati decisamente sconvolti da divisioni segnalate dal
"referendum" del novembre 2005 sulla revisione della
"Costituzione" in vigore dall’indipendenza (1963). Sette ministri,
capeggiati dal responsabile dei "Lavori pubblici", il potente Raila
Odinga, si schierarono in quella circostanza contro il progetto, sostenuto da
Kibaki, di modifica della "Carta fondamentale". Vinsero i sostenitori
del "no", con il 58 per cento dei suffragi. Il messaggio popolare era
chiaro: Kibaki non stava mantenendo le promesse che aveva fatto in campagna
elettorale, cioè battere la corruzione, prima di tutto, e risollevare le sorti
economiche di una nazione saccheggiata dall’oligarchia del vecchio Moi. Vista
la "mala parata", Kibaki, esponente di spicco dell’etnia
maggioritaria "Kikuyu", ha deciso di ricandidarsi per un secondo
mandato con il sostegno proprio di quei personaggi che nelle precedenti elezioni
erano stati i suoi principali rivali: Moi, che aveva malamente guidato il Paese
per ventiquattr’anni, e Uhuru Kenyatta, figlio del primo presidente, che nella
tornata del 2002 era il candidato del "Kanu". A sfidare Kibaki sono
stati invece due suoi ex ministri, i quali si erano tenacemente opposti all’approvazione
della nuova "Costituzione": Raila Odinga, dell’"Orange
Democratic Movement" ("Odm"), e Kalonzo Musyoka ("Odm-K").
Odinga, in campagna elettorale, ha dimostrato di godere non solo dell’appoggio
della sua etnia "Luo", ma anche dei ceti meno abbienti e dei gruppi
etnici minoritari. Sono in molti a non credere nel risultato scaturito dal voto
presidenziale che ha portato, per una manciata di voti, alla rielezione di
Kibaki: tutte le operazioni si sono rivelate ben al di sotto degli
"standard" internazionali di democrazia. Per questo è auspicabile,
come indicato dall’"Unione europea", che un’indagine imparziale
porti alla luce i veri risultati delle urne, nell’interesse della sicurezza
nazionale. Una sicurezza a grave rischio in un Paese dove le contrapposizioni
etniche sono sempre state abilmente strumentalizzate dalla vecchia classe
dirigente, secondo la logica del "divide et impera".